Glossario



Sinfonia n. 21 in la maggiore, K 134

Musica: Wolfgang Amadeus Mozart
  1. Allegro (la maggiore)
  2. Andante (re maggiore)
  3. Minuetto (la maggiore)
  4. Allegro (la maggiore)
Organico: 2 flauti, 2 corni, archi
Composizione: Salisburgo, agosto 1772

Guida all'ascolto (nota 1)

La Sinfonia n. 21 K. 134 fu composta nell'agosto del 1772, alla vigilia del terzo e ultimo viaggio di Mozart in Italia. Dopo aver percorso da bambino l'Europa centrale, la Francia, l'Olanda e l'Inghilterra, Mozart era stato scritturato nel 1770 dal Teatro Ducale di Milano per comporre l'opera Mitridate, re di Ponto. Era ritornato a Milano nel 1771 con la commissione della serenata teatrale Ascanio in Alba su testo di Giuseppe Parini e avrebbe valicato nuovamente le Alpi nell'ottobre del 1772 per mettere in scena al Teatro Ducale il Lucio Silla. Essendo nato nel gennaio del 1756, nell'autunno del 1772 Mozart stava per compiere i sedici anni e il suo ambiziosissimo padre Leopold, che lo seguiva ovunque facendogli da non disinteressato manager, riteneva che dopo essere stato universalmente ammirato come fanciullo-prodigio il suo prodigioso figliolo fosse pronto per assumere un incarico ufficiale in una corte, sistemando in tal modo e se stesso e la sua famiglia. Un incarico ufficiale, dicevo, cioè la titolarità di una cappella: maestro di cappella. Ed essendo austriaco e godendo di amicizie - o supposte tali - anche alla corte di Vienna, Leopold Mozart giocò le sue carte sui due tavoli, sulla roulette di Milano dove governava un figlio dell'imperatrice Maria Teresa d'Austria, e sulla roulette di Firenze, dove un altro figlio dell'imperatrice occupava il trono granducale.

Un maestro di cappella doveva avere pronto un dovizioso repertorio di musiche sue da esibire, da far ascoltare al padrone che avesse avuto in animo di assumerlo. Il catalogo Köchel delle opere di Mozart elenca, fino al giugno del 1772, 131 numeri, distribuiti fra tutti i generi musicali allora in uso. Per un aspirante maestro di cappella c'era di che stare tranquillissimo. Ma Mozart pensò di dover ulteriormente arricchire il suo già ricco patrimonio e fra luglio e agosto compose tre Sinfonie, la K. 132 in mi bemolle maggiore, la K. 133 in re maggiore e la K. 134 in la maggiore. Durante il viaggio, un po' a Bolzano e un po' a Verona, compose il Quartetto K. 155, a cui fece seguire a Milano il Quartetto K. 156. Fra ottobre e dicembre compose il Lucio Silla, ventitre pezzi distribuiti in tre atti, più il balletto inserito nell'opera, Le gelosie del Serraglio, altri trentadue, e sia pur più brevi pezzi. Questo strepitoso tasso di produttività ci dice quanto dovessero sembrar fondate le speranze di Leopold Mozart, che aveva però fatto i conti senza l'oste. E l'oste si chiamava Maria Teresa, imperatrice d'Austria. Quando il figlio che governava la Lombardia le scrisse per sapere se avrebbe approvato l'affidamento di una carica di corte al giovanissimo Mozart l'augusta genitrice rispose sconsigliando sprezzantemente di caricarsi il peso di gente inutile che badava a girare il mondo più che a curare il servizio. Durante l'ultima spedizione in Italia tutti gli sforzi di Leopold, tutte le sue... astute mosse tattiche si risolsero così in altrettanti fiaschi. E anche quando il padre e il figlio furono ricevuti in udienza da Maria Teresa, nel luglio del 1774 a Vienna, il resoconto dell'incontro che Leopold diede alla moglie dovette essere sconsolato: "L'imperatrice è stata molto cortese con noi. Ma questo è tutto".

Nel corso di due anni l'orizzonte radioso era dunque diventato plumbeo. Ma nelle tre Sinfonie dell'estate 1772 si respira a pieni polmoni la gioia dell'attesa, la fiducia nell'avvenire. Le prime due Sinfonie recano l'annotazione autografa "Sinfonia del Sgr. Cavaliere Amadeo Wolfgango Mozart nel luglio 1772 a Salisburgo", nella terza l'annotazione diventa "Sinfonia del Sgr. Caval. Amadeo Wolfg. Mozart in Salisburgo nel Agosto 1772". Già, Mozart era cavaliere, Cavaliere dello Speron d'oro. L'onorificenza gli era stata concessa dal Papa durante il primo viaggio in Italia, e Mozart ci teneva, al titolo, anche se gli autografi delle sue Sinfonie non erano destinati alla stampa e sarebbero rimasti a dormire fra le sue carte per molti e molti anni. La strumentazione della Prima Sinfonia prevede due oboi, quattro corni, primi e secondi violini, prime e seconde viole, violoncelli e contrabbassi, quella della Seconda due oboi, due corni, due trombe, flauto solista nel secondo movimento, violini primi e secondi, viole, violoncelli e contrabbassi, quella della Terza due flauti, due corni, violini primi e secondi, viole, violoncelli e contrabbassi.

La strumentazione delle Sinfonie più largamente praticata verso il 1770 era quella con due oboi, due corni e quintetto d'archi. Mozart cerca invece un particolare colore timbrico per ciascuna Sinfonia. La diversità della strumentazione dipende dal diverso carattere, e il diverso carattere è secondo me da mettere in relazione con le diverse tonalità. Già un grande studioso di Mozart, Bernhard Paumgartner, aveva osservato molti anni or sono che i flauti sono "più aerei, più adatti al suo [della Sinfonia n. 21] carattere tenero". E sull'ethos delle tonalità si è ripreso a discutere di recente. Qui notiamo soltanto che il secondo movimento della Sinfonia K. 133, con flauto solista e archi, è in la maggiore, e che nella Sinfonia in la maggiore K. 114 ritroviamo i due flauti (accanto a due oboi). Il la maggiore richiama, non stilisticamente ma poeticamente, il rococò, il rococò rappresentato emblematicamente dal celeberrimo Minuetto di Boccherini, che è in la maggiore.

Il commento del Paumgartner sulla Sinfonia K. 134 è così bello, e così profondo nel suo apparente candore che mi sento in dovere di citarlo per intero: "La testa del tema, la triade arpeggiata ascendente, riapparirà con funzione di clausola cadenzale conclusiva nel Concerto per violino in la maggiore K. 219; qui essa domina tutto il primo movimento con scattante energia. Il movimento lento può collocarsi fra quei deliziosi notturni mozartiani, tutti in un'atmosfera di "giardini e fontane"; tenero melodizzare dei primi violini sul fitto mormorio dei secondi, un lieve alito di vento, un episodio in minore, discreto echeggiare dei corni nella ripresa, il tutto contenuto in una cornice estremamente sobria, e concluso sorridendo, senza sentimentalismo, da una coda preziosa. Il finale inizia di nuovo con un duetto di violini sottovoce; ma spiritosamente rinunzia alla ripetizione forte del tema per riallacciarsi, mediante un nuovo elemento, a una seconda idea cantabile e capricciosa. Lo sviluppo è stringato, non rigorosamente tematico, quasi un eccentrico tutti modulante che porta alla ripresa; quindi una fragorosa conferma della cadenza finale, alla maniera haydniana" (trad. di C. Pinelli). Il Paumgartner non parla del Menuetto, terzo movimento. Che in effetti è il meno personale, ma che nel Trio ci presenta un delicatissimo, delizioso impasto di flauti e corni alternati con il pizzicato degli archi.

Piero Rattalino


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorium Parco della Musica, 27 aprile 2013

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Ultimo aggiornamento 11 maggio 2013
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