Glossario



Sinfonia n. 34 in do maggiore, K 338

Musica: Wolfgang Amadeus Mozart
  1. Allegro vivace (do maggiore)
  2. Andante di molto (fa maggiore)
  3. Allegro vivace (do maggiore)
Organico: 2 oboi, 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe, timpani, archi
Composizione: Salisburgo, 29 Agosto 1780
Prima esecuzione: Vienna, Kärntnertor Theater, 3 Aprile 1781
Edizione: Andrè, Offenbach 1797

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

La Sinfonia n. 34 in do maggiore K. 338 fu pubblicata postuma nel 1797, sei anni dopo la morte del compositore. Mozart la terminò a Salisburgo nell'estate del 1780. L'anno successivo si trasferirà a Vienna, desideroso di costruire una propria vita, annoiato e scontento dell'ambiente salisburghese, stufo di ricoprire il ruolo, in parte umiliante, di musicista dedito al servizio della corte arcivescovile.

La Sinfonia n. 34 è dunque uno degli ultimi omaggi a un mondo che Mozart presto lascerà, a uno stile che subirà in breve evoluzioni dal respiro più ampio e dal linguaggio più gravido di futuro. Il fatto che i tempi della Sinfonia siano tre e non quattro rientra, ad esempio, nella convenzione italiana che era di norma utilizzata a Salisburgo. Non a caso, una volta a Vienna, Mozart vi aggiungerà un Minuetto. Sempre collegato alla convenzione sopraccitata è il tono fastoso da Ouverture con cui attacca il primo tempo e, soprattutto, l'Allegro vivace finale che, nel suo correre gioioso, ricorda talvolta i tempi in 'presto' della vecchia Sinfonia italiana.

Solo uno sguardo superficiale però potrebbe fermarsi a queste osservazioni. Nel fastoso tono iniziale del primo tempo c'è infatti in nuce un piglio eroico e drammatico che sembra possedere sfumature quasi beethoveniane. È un'energia che va oltre il celebrativo, si carica di un'affermazione volitiva, lontanamente romantica. Lo stesso dicasi di quei ritmi e colori marziali di cui questo tempo è pervaso, i quali sembrano appartenere al linguaggio comune del Settecento ma che in realtà procedono fra ombreggiature cupe, oscuramenti incerti, che paiono negare il percorso apparentemente solare del brano. Lo si vede già nelle prime battute: lo squillante motto tematico iniziale viene seguito subito dalla ripetizione della sua appendice ritmica in piano; compare poi un breve moto marziale cui segue in piano un'ombrosa risposta in fa minore. Si potrà dire che qui si gioca solo con i colori della tonalità; ma è pur vero che uno scarto in negativo c'è stato. Sembra si ritorni poi al clima arcadico con un motivo di caccia ai corni e alle trombe: ma la successiva reiterazione agli archi dell'accordo di do maggiore per tre battute ha perduto la sua serenità in favore di un'energia volitiva non più solo decorativa o convenzionale. Sotto le braci del navigato linguaggio italianizzante cova il fuoco di una nuova forza espressiva che si può definire, esagerando, romantica. Si ha la sensazione che fra le maglie di questa musica diventi possibile percepire il bisogno di andare oltre, una certa insoddisfazione che necessita un progresso. Nelle prime opere di Beethoven questa sensazione è onnipresente. Si farebbe però un errore ad affiancare Mozart al Romanticismo. Questo compositore esprime, anche nelle opere giovanili, una vis tragica che ha sfumature talmente personali, intense e delicate, da rendere impossibile il farle rientrare nel linguaggio, in gran parte condiviso e riconoscibile, del periodo romantico. La trasparenza dell'Andante di molto centrale, accentuata dall'orchestra che prevede i soli archi, è di una purezza arcadica più volte citata come culmine del nitore sonoro settecentesco. A ben guardare però anche qui abita una tensione verso la bellezza, corredata da una certa eccentricità nello sposare ritmi e andamenti melodici, che non si può far risalire, al di là della sua veste 'classica' e per i suoi aspetti più profondi, a nessuna tradizione. Tutti gli strumenti parlano una voce comune, elegante nei respiri e nelle pause, nel contempo sommamente intensa e profonda. Si noti, per esempio, la struggente nostalgia delle ultime battute che chiudono il brano. Anche qui di Romanticismo non si può parlare, come non si può parlare di razionalismo illuminista, di 'affetto' codificato. È la coscienza di qualcosa che si allontana e si perde.

Stesso discorso si può fare per la conclamata fastosità italiana dell'ultimo brano. Sembra qui far capolino lo stile di Sammartini fuso con la fluente ritmica barocca di una Giga, il tutto guidato da un istinto ritmico che alterna dinamismo giocoso e stasi irresistibile, che fa apparire e scomparire la meta del suo procedere con grande maestria. Anche in questo brano c'è molto di 'unico', di irripetibile, di non circoscrivibile. La verità è che Mozart è sempre profondamente anticonvenzionale, anche quando sembra portare a vertici sommi l'apparato espressivo di una tradizione accettata, celebrata e diffusa.

Simone Ciolfi

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

La Sinfonia in do maggiore ha la data del 29 agosto 1780, fu creata, dunque, in un giro di mesi, quelli tra il 1780 e l'81, fondamentali nella vita di Mozart. Certo, i concetti di svolta e mutamento sono solo generici per una vita che fu sempre evoluzione e scoperta, ma in questo caso non sono del tutto inappropriati.

Nel 1777-78 Mozart aveva fatto uno dei suoi giri europei, durante il quale aveva abitato e lavorato in tre capitali della musica: Parigi, Mannheim, Monaco. Tornato a Salisburgo all'inizio del 1779 aveva ripreso di malanimo il servizio nella corte dell'arcivescovo Colloredo, con il quale ricominciarono subito i contrasti: Mozart era oppresso dalla ristrettezza mentale dei concittadini e esasperato dalla sgarbata autorità dell'arcivescovo. Aveva bisogno, insomma, di libertà e di vivere in un mondo degno di lui (era un mondo che non esisteva, ma col suo inguaribile ottimismo egli voleva che esistesse). Si che per la miracolosa collaborazione del suo genio e del destino con i casi quotidiani e le necessità della vita ci sembra che Mozart abbia allestito, diciamo così, gli imprevisti vivendoli anche in anticipo. Oltre alla Sinfonia in do maggiore nel 1780 egli scrive due dei suoi capolavori, l'ldomeneo (Monaco, 29 gennaio 1781) e le Vesperae solemnes de confessore, non altro, il che basterebbe a chiunque sia, ma è poco per lui che affollò di lavori ogni anno della sua esistenza. Mozart tirava il fiato e preparava la sua libertà.

I lunghi congedi che si prese di sua iniziativa, da Salisburgo, prima a Monaco e poi a Vienna, offesero a tal punto Colloredo che lo cacciò una volta per tutte (9 maggio 1781) e in modo drammatico (infatti due mesi dopo il suo segretario, il conte Arco, coprì Mozart di improperi e gli assestò il leggendario calcio nel sedere: per mesi Mozart sognò di restituirlo).

Mozart era libero, aveva venticinque anni, lasciò l'odiata-amata Salisburgo per sempre (ci tornò solo occasionalmente e per pochi giorni) e visse a Vienna i dieci anni che gli restavano da vivere. La vigorosa serenità che nutre tutta la Sinfonia in do maggiore, è il riflesso di uno stato d'animo teso al futuro.

Mozart scrisse 41 Sinfonie, la prima quando aveva otto anni, l'ultima quando ne aveva trentadue, nel 1788 (ed è l'altra in do maggiore, lo Jupiter delle sinfonie, un vertice "finale", oltre il quale Mozart non volle andare: anche in questo caso fu lui che fissò il corso delle cose). I capolavori del suo sinfonismo sono sette, scritti tra il 1780 (quattro fino al 1786) e il 1788 che vide nascere gli ultimi tre (K. 543, K. 550, la celeberrima Sinfonia in sol minore, e K. 551). La Sinfonia in do maggiore K. 338 del 1780 apre non indegnamente il grande ciclo.

Haydn aveva fissato l'architettura della sinfonia in quattro tempi (Allegro, Adagio, Minuetto, Allegro), realizzando un ideale dinamismo di valori espressivi e di mediazioni (la funzione della forma di danza, che sta a metà fra il movimento e la sosta) - dinamismo e mediazioni che mancavano sia allo strumentalismo tedesco del nord sia a quello di tradizione napoletana, in cui lo schema era tripartito (Allegro, Adagio, Allegro). Azione e riflessione sono principi dell'umanesimo illuministico che il tranquillo ma attivissimo Haydn condivideva e che rese fondamentali per il classicismo musicale, principi di cui anche Mozart, genio attivissimo e non tranquillo, era persuaso. Ma l'antica architettura in tre tempi non fu abbandonata in ogni caso e per sempre, almeno fino a Beethoven.

Infatti la Sinfonia K. 338 è in tre tempi. Nella costruzione essa è insolitamente simmetrica ed equilibrata (i tre tempi hanno durate quasi uguali, anzi l'ultimo è, contro l'uso, un poco più breve), tuttavia esprime, come ho detto, una forte vitalità. In una lettera del 1781 da Vienna al padre Mozart scrive che una sua sinfonia, eseguita con organico molto allargato (40 violini, 6 fagotti, tutti i fiati raddoppiati), è andata magnificamente ed è stata un grande successo. Otto Jahn identificò questa sinfonia nella nostra, K. 338, ma poi la sua tesi è stata messa in dubbio. Tuttavia la possibilità che in un'occasione speciale Mozart abbia ampliato l'organico di questo suo lavoro non è da escludere (allora i musicisti praticavano interventi ad hoc sulle loro musiche), dato anche il carattere esplicito e fastoso della musica. La tonalità d'impianto, luminosa e affermativa, do maggiore, conferma che Mozart concepì la pagina con animo entusiasta. Un tema marziale, deciso e ben scandito (tempo in 4/4), mette in moto l'Allegro vivace: l'intenzione è quella dello stile grandioso. Ma un "grandioso" non creato per effetto e per imporre l'attenzione (come accade nella sinfonia scritta da Mozart due anni prima per Parigi, la K. 297), bensì come espressione immediata di idee forti e della volontà di agire. Non è un caso il fatto che questa animazione già anticipi lo spirito operistico dei capolavori maggiori: qui l'Ouverture e il concertato del II atto del Figaro e nell'ultimo tempo il ballo del Don Giovanni. Al gesto del primo tema si contrappone la melodia, interiore, riflessiva, discendente e ascendente per contrappunto a specchio (eppure semplice!), di un mirabile secondo tema (gli elementi costruttivi dell'Allegro sono almeno quattro, ma i significativi sono questi due). Il passaggio senza ripetizioni dall'esposizione dei temi allo sviluppo conferma l'impressione di una volontà creativa risoluta ed energica. Lo sviluppo ha passaggi arditamente modulanti nei quali avvertiamo l'ansiosa malinconia sempre nascosta in Mozart, ma la ricapitolazione dei temi e la "coda" ci riportano alla vitalità vittoriosa dell'inizio.

L'Andante, che è una netta espressione di stile affettivo, qui realizzato in un intimo colloquio tra gli archi e i due fagotti, ha la quieta concentrazione della musica da camera. Con il tema iniziale, in fa maggiore, si confronta un secondo tema, in do, più luminoso e sereno. L'elaborazione tematica sviluppa il senso di malinconico raccoglimento verso una conclusione rasserenante. Il finale, infatti, riespone il primo tema con un più appagato lirismo. C'è da notare, infine, che Mozart ha indicato il movimento con "Andante di molto", in un suo italiano impreciso che vuol escludere uno stacco troppo riposato, eccessivamente raccolto (nel senso che si dà oggi ad "Andante"): quasi certamente l'indicazione significa Andante con moto.

Lo spirito festoso del primo tempo è pienamente confermato dall'Allegro vivace, tutto percorso dal ritmo di una danza popolare: all'ascolto viene spontaneo evocare una tarantella. La spinta, in certi passi perfino affannosa, al movimento, all'azione, all'esplicita allegria, è molto più marcata che nel primo tempo. È l'immagine sonora di una festa all'aperto, di foga gioiosa, di voci e di luci.

D. F. Tovey ha scritto con finezza che pochi avvertirebbero una sostituzione se questo brano, trasportato in mi bemolle maggiore, diventasse la musica del ballo nel Don Giovanni.

Franco Serpa

Guida all'ascolto 3 (nota 3)

Tra la Sinfonia K. 43 che ha aperto il programma odierno e la Sinfonia in do K. 338 intercorrono tredici anni, essendo quest'ultima del 1780. Mozart era di nuovo al servizio della corte salisburghese a guadagnarsi «l'eterno pane» come organista e Konzertmeister. Quel poco e spesso umiliante pane ch'egli ripagava con una imbandigione di musiche immortali, come le tre Sinfonie in sol, in si bemolle, e do (K. 318, 319, 338). La partitura della Sinfonia in do, a differenza dello strumentale della Sinfonia K. 43, prevede anche fagotti, trombe e timpani; manca invece dei flauti che là intervenivano nell'Andante. Questa maggior ricchezza dell'orchestra è elemento esteriore, ma va pur connesso in qualche modo con la più ampia concezione sinfonica e la molto maggiore vigoria spirituale e originalità che brilla in questo Sinfonia in do: insomma, il confronto tra le due Sinfonie può servire a misurare il cammino percorso dalla miracolosa precocità del ragazzo undicenne alla altrettanto precoce maturità del giovane di ventiquattr'anni.

La Sinfonia, per la mancanza del Minuetto (lasciato incompleto), è in tre soli movimenti. Tra la fierezza romanticamente ombreggiata di «minori» dell'Allegro vivace iniziale e il piglio brillante, quasi di tarantella dell'Allegro vivace di chiusa, un quintetto d'archi a viole divise, da solo, canta il suo Andante di molto, quasi creatura umile, casta, che Mozart ha immaginata tra il guizzare di quei due fuochi vivissimi dei movimenti estremi della Sinfonia.

Giorgio Graziosi


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorium Parco della Musica, 12 maggio 2007
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorium Parco della Musica, 7 novembre 2009
(3) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Filarmonica Romana,
Roma, Teatro Eliseo, 4 aprile 1963

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Ultimo aggiornamento 16 luglio 2016
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