Glossario



Sonata n. 8 in la minore per pianoforte "Parigina 1", K1 310 (K6 300d)

Musica: Wolfgang Amadeus Mozart
  1. Allegro maestoso (la minore)
  2. Andante cantabile con espressione (fa maggiore)
  3. Presto (la minore)
Organico: pianoforte
Composizione: Parigi, 6 Luglio 1778
Edizione: Heina, Parigi 1782

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

La prima delle tre serate dedicate al pianismo di Mozart si chiude con l'unica pagina che non appartiene agli anni viennesi del compositore, e che ciò nondimeno assume un rilievo d'eccezione nel suo catalogo pianistico, la Sonata in la minore K. 310. Si tratta - insieme a K. 309 e 311 - di una delle tre Sonate scritte nel corso del lungo e sventurato viaggio compiuto a Mannheim e Parigi nel 1777-1778, alla ricerca di fortuna e, possibilmente, di un impiego nella capitale francese. In particolare, sulla nascita della Sonata in la minore non abbiamo alcuna indicazione, al di fuori della datazione sull'autografo "Paris 1778"; il brano venne però pubblicato già a Parigi, ad opera dell'editore Heina, primo caso di una Sonata pianistica di Mozart a trovare la strada della pubblicazione a immediata distanza dalla nascita.

Nella prima tappa del viaggio verso Parigi - Augusta, città da cui proveniva la famiglia del padre - Mozart aveva potuto suonare i pianoforti di Johann Andreas Stein, apprezzandone, tutte le qualità che rendevano questi prototipi fra i più avanzati in Europa. Le tre Sonate scritte nei mesi seguenti vedono dunque l'autore ormai consapevole delle potenzialità dello strumento a martelli, e proiettato a definire una scrittura tastieristica effettivamente studiata per sfruttare queste potenzialità

La Sonata in la minore è forse l'esempio più evidente di questo nuovo atteggiamento. Non a caso si tratta della prima e - con la Sonata in do minore K. 457 - di una delle due uniche Sonate per pianoforte scritte da Mozart in una tonalità minore, scelta che si riflette in un contenuto musicale di impronta altamente drammatica. È verosimile che dietro questa scelta ci sia il desiderio di conquistare il pubblico dei salotti parigini richiamandosi allo stile concitato e tempestoso di Johann Schobert, compositore tedesco nato intorno al 1735 e morto prematuramente nel 1767, che aveva abbandonato la Germania per Parigi, dove si era imposto proprio per il suo precoce interesse verso le risorse del nuovo strumento a tastiera. Mozart conosceva e ammirava Schobert fin dall'infanzia, e proprio su una Sonata di Schobert, op. 17 n. 2, si era basato, nel 1767, dietro indicazione del padre, per costruire il movimento centrale di uno dei suoi primi Concerti per pianoforte, K. 39. Non a caso, come risulta dalle lettere, Mozart caldeggiava ai suoi allievi lo studio dei lavori di Schobert, ed è probabile che nei lavori di questo maestro trovasse interessante principalmente la sensibilità Sturm und Drang, che donava nuova animazione ai contenuti decorativi della produzione tastieristica.

La Sonata K. 310 è dunque il frutto dell'incontro di due esigenze, la scelta di un nuovo pathos espressivo, legato alla tonalità minore, e la ricerca sulle risorse dello strumento a martelli. La pienezza armonica delle figurazioni insistite di accompagnamento, l'inversione delle funzioni melodiche e di accompagnamento fra le due mani, gli ampi arpeggi della destra sugli accordi tenuti della sinistra, che mettono in vibrazione tutti i suoni armonici del telaio, sono esempi di un dominio ormai completo degli effetti timbrici del nuovo strumento, che trovano nella Sonata in la minore una folgorante affermazione.

Il tempo iniziale, segnato dalle dissonanze armoniche e dal ritmo di marcia dell'incipit, è in una ampia forma-sonata, con una pronunciata contrapposizione tematica (marcia contro nervosa scorrevolezza di semicrome), uno sviluppo animato dalle figurazioni insistite della mano sinistra e dalle suggestive progressioni polifoniche della destra, una ripresa che converte nel modo minore il secondo tema, riconducendolo alla prevalente ambientazione espressiva del movimento.

L'Andante cantabile con espressione si richiama invece allo schema galante della melodia ornata su basso albertino, ma mostra nella sezione centrale prospettive più complesse, con l'apparizione di un nuovo motivo, presentato nei diversi registri della tastiera con figurazioni di accompagnamento cangianti e dissonanti.

Il Presto conclusivo torna all'ambientazione iniziale; si tratta di una pagina in forma di Rondò, in cui i diversi episodi hanno origine dalla stessa figura ritmica del refrain; questa caratteristica, insieme alla ricchezza del contenuto armonico, garantisce all'intero movimento una varietà espressiva continuamente rinnovata e insieme una ineluttabile coerenza.

Arrigo Quattrocchi

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

Il terzo soggiorno parigino di Mozart, dal marzo al settembre del 1778, costituisce l'obiettivo principale e il fulcro del suo ultimo grande viaggio europeo in cerca di impieghi stabili compiuto tra la fine del 1777 e l'inizio del 1779. Si tratta di un periodo fondamentale nella biografia mozartiana, in cui si fanno sempre più evidenti quelle spinte centrifughe da Salisburgo e dall'asfissiante controllo di suo padre Leopold che meno di tre anni dopo lo avrebbero portato, con un gesto dalla portata rivoluzionaria nella storia della condizione sociale dei musicisti, alla coraggiosa decisione di stabilirsi definitivamente a Vienna. Durante i sedici mesi di questo viaggio il ventiduenne Mozart si trova per la prima volta libero dal controllo diretto di suo padre, costretto dall'arcivescovo Colloredo a rimanere a Salisburgo.

Accompagnato comunque da sua madre, ancor prima di raggiungere la capitale francese il giovane musicista entra in conflitto con i progetti paterni: indugia più del previsto a Mannheim, dove compie esperienze musicali importantissime che lo affascinano e lo riempiono di gioia; si innamora perdutamente della cantante Aloysia Weber al punto da concepire il pr¬getto di rinunciare al viaggio a Parigi per recarsi in Italia con lei e, facendosi impresario di se stesso, comporre opere per la sua prima donna. Richiamato duramente al dovere da Leopold, obtorto collo Wolfgang giunge nella capitale francese con sua madre il 23 marzo del 1778, e si dà subito da fare: scrive alcune musiche per i Concerts spirituels, prende a lezione alcuni allievi privati, ha la pazienza di fare ore di anticamera nelle case dei nobili per poi «suonare su un miserabile pianoforte, più che altro per le sedie e i muri», compone alcune sonate per pianoforte (fra cui la Sonata in La minore K. 310 / 300d) e per violino e pianoforte. Gli unici risultati pratici appena tangibili del suo soggiorno parigino sono la collaborazione con Jean-George Noverre, il massimo coreografo del tempo, per il balletto Les petits riens, il buon successo ottenuto ai Concerts spirituels con la nuova Sinfonia in Re maggiore K. 297 e la proposta, rifiutata, di lavorare come organista a Versailles. Wolfgang detesta l'ambiente musicale parigino e i gusti dei francesi, come risulta chiaramente dalle lettere al padre: «fosse un posto dove la gente avesse orecchi, cuore per sentire e un certo senso musicale e avesse gusto [in italiano nel testo], allora potrei ridere di cuore di tutto quello che succede, ma, così, io sto tra gente da gregge, per quanto concerne la musica»; «in niente trovo soddisfazione»; «avrete capito da tempo che star qui non mi piace»; «tutto è contro il mio genio, contro il mio modo di capir la vita»; «i francesi sono e rimangono dei grandi asini, non sanno far niente».

A rendere ancora più ingrata la permanenza a Parigi sopraggiunge il 3 luglio la morte della madre, dopo una breve malattia. Ora Mozart è davvero solo ma, nonostante le pressanti sollecitazioni di Leopold, si decide a lasciare Parigi solamente il 26 settembre, dopo di che impiega quasi quattro mesi a rientrare a casa, a dimostrazione della sua scarsissima voglia di tornare a Salisburgo («sto commettendo la più grande sciocchezza del mondo», scrive al padre). Fermatosi a Mannheim, dove tutti sono «fuor di sé dalla gioia» nel rivederlo, decide di stabilirvisi e comunica al padre con entusiasmo il suo proposito, che naturalmente viene bocciato senza mezzi termini. Giunto a Monaco, dove l'amata Aloysia Weber è stata scritturata dal teatro di corte, va subito da lei portandole in dono la splendida aria Popoli di Tessaglia K. 316, ma viene trattato con freddezza; è probabile che in quell'occasione le abbia fatto una vera e propria dichiarazione d'amore venendone miseramente respinto.

Finalmente, il 15 gennaio del 1779, Wolfgang rientra a Salisburgo ponendo fine a un viaggio rivelatosi fallimentare sotto ogni punto di vista: dopo sedici mesi, torna a casa senza aver ottenuto il successo e gli incarichi sperati, senza sua madre e soprattutto senza la donna di cui si è innamorato. Il più importante e tangibile risultato del viaggio - catastrofico agli occhi di Leopold - sta proprio nel fatto che Wolfgang ha conosciuto il gusto dell'autonomia: autonomia da Salisburgo, certo, ma soprattutto da suo padre, che nel corso di quei sedici lunghi mesi non ha potuto far altro che tempestarlo di lettere - a volte affettuose, spesso pedanti, talvolta durissime - cariche di avvertimenti, consigli, minacce, ordini, ricatti morali. Non si è arrivati ancora a una rottura definitiva, ma in più di un'occasione il dissidio si è fatto evidente. E solo apparentemente quel Wolfgang Amadeus Mozart che toma a Salisburgo all'inizio del 1779 è lo stesso che ne è partito sedici mesi prima: ha perso nuovamente la sua libertà, ma in quei mesi ne ha assaporato il gusto troppo a lungo per rinunciarci per sempre.

Proprio nel corso di questo fondamentale viaggio del 1777-78 Mozart torna alla sonata per pianoforte, un genere che, a parte alcuni esperimenti infantili oggi perduti, fino ad ora ha affrontato solo all'inizio del 1775, a Monaco, con le sei Sonate K. 279-284: prima a Mannheim, dove nell'ottobre-novembre del 1777 nascono la Sonata in Do maggiore K. 309/284b e la Sonata in Re maggiore K. 311/284c che nei frequenti contrasti dinamici e nell'affettuosa sensibilità dei movimenti lenti evidenziano la forte influenza subita dallo stile locale («tutti possono accorgersi che è stata composta a Mannheim», sentenzia sua sorella Nannerl a proposito della prima); infine a Parigi, dove nell'estate del 1778 vede la luce la Sonata in La minore K. 310/300d. Dopo questa pagina carica di pathos e di agitazione che rappresenta senza dubbio uno dei momenti più alti della sua produzione sonatistica, Mozart, pur affermandosi sulla scena viennese soprattutto come pianista-compositore, tornerà alla sonata per pianoforte solamente una decina di altre volte fra il 1781 e il 1789, dedicandosi in campo pianistico prevalentemente al genere del concerto.

Questa minore attenzione nei confronti della sonata e il fatto che le sonate di Mozart vengano generalmente considerate di gran lunga meno importanti e innovative rispetto ai suoi concerti per pianoforte, si spiegano semplicemente con la diversa funzione che al tempo di Mozart aveva la sonata rispetto al concerto. Come quello era sì un brano di intrattenimento, ma i suoi destinatari erano idealmente le migliaia di pianisti dilettanti della nobiltà e della ricca borghesia europee e non lo stesso Mozart, esempio perfetto del nuovo tipo di compositore-virtuoso della tastiera che proprio in quegli anni iniziava ad affermarsi prepotentemente, e il suo luogo deputato erano gli accoglienti salotti di quel pubblico di dilettanti e non i vasti teatri e le ampie sale dei concerti in abbonamento.

Il fatto che le sonate mozartiane siano nate principalmente come omaggio ad augusti protettori, o con finalità didattiche, o comunque in sintonia con le aspettative e i gusti del pubblico di possibili acquirenti in vista della pubblicazione, se impedisce loro di attingere ai livelli stratosferici di intensità e complessità dei grandi concerti viennesi, non toglie tuttavia nulla al loro enigmatico fascino, accresciuto probabilmente dall'apparente esiguità dei mezzi impiegati. Tanto più che in molti casi la facilità di esecuzione si rivela più apparente che reale. L'esempio più evidente si ha senza dubbio con la fin troppo celebre Sonata in Do maggiore K. 545, candidamente indicata da Mozart come «per principianti» (cosa che Hildesheimer - nel suo discusso ma fortunato libro su Mozart - giudica «almeno per quel che riguarda l'Allegro, puro sarcasmo»), e da allora impotente e incolpevole vittima degli scempi di generazioni di signorine di buona famiglia, bambini terribili e aspiranti pianisti in genere (come non pensare all'arguta boutade attribuita ad Artur Schnabel secondo cui la musica di Mozart sarebbe «troppo facile per i dilettanti e troppo difficile per i professionisti»?).

Scritta a Parigi nell'estate del 1778, la Sonata in La minore K. 310/300d è la prima sonata pianistica mozartiana in tonalità minore (cui farà seguito solamente la Sonata in Do minore K. 457 composta a Vienna nel 1784) e viene pubblicata a Parigi da Heina nel 1782, insieme alle due sonate scritte a Mannheim, come op. 4. Vale la pena notare che se alla fine del Settecento l'uso delle tonalità minori in generale è ancora molto raro nella musica strumentale, la tonalità di La minore (come quelle di Mi e di Si) è rarissima nella musica di Mozart che usa preferibilmente il Re e il Sol e più raramente il Do: l'unica altra sua pagina strumentale in La minore è però un capolavoro, il Rondò K. 511 per pianoforte composto a Vienna nel marzo del 1787.

Molti esegeti, soprattutto nell'Ottocento, hanno messo romanticamente in relazione la scelta di una tonalità minore e il tono di agitazione che anima questa sonata fin dall' incipit dell'Allegro maestoso d'apertura con le vicissitudini parigine di Mozart e in particolare con il dolore provato per la morte della madre. In realtà, pur volendo considerare gli indiscutibili effetti esercitati sull'animo di Mozart dal particolare momento vissuto a Parigi (di cui però si cercherebbero invano echi nella coeva Sinfonia in Re maggiore K. 297/300a), queste caratteristiche sembrano più facilmente attribuibili all'intenzione mozartiana di andare incontro allo stile tastieristico teso e drammatico in voga a Parigi in quegli anni che aveva avuto il suo campione nel geniale e sfortunato slesiano Schobert, folgorato giovanissimo con tutta la sua famiglia nel 1767 da un avvelenamento da funghi.

La tensione del primo movimento, che raggiunge il suo culmine all'inizio dello sviluppo in un episodio densamente polifonico costellato di note dissonanti e concluso da una figura cadenzante di sapore arcaico che passa dalla mano destra alla mano sinistra, svanisce d'un colpo all'inizio del secondo movimento, un delicato Andante cantabile con espressione in Fa maggiore che però nasconde al suo interno un breve, splendido episodio dai toni desolatamente tragici. Il Presto conclusivo è un mormorante rondò in La minore che contiene momenti di sapiente scrittura polifonica, il cui tono agitato e ansioso non viene stemperato nemmeno dal breve episodio in La maggiore, venato da una serena malinconia di cui può aver fatto tesoro Brahms.

Carlo Cavalletti


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorium Parco della Musica, 20 Febbraio 2009
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Filarmonica Romana,
Roma, Teatro Olimpico, 10 dicembre 1998

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Ultimo aggiornamento 18 gennaio 2015
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