Glossario
Guida all'ascolto



La Clemenza di Tito

Opera seria in due atti, KV 621

Testo del libretto (nota 1)

[Ouverture]

ATTO PRIMO

Appartamenti di Vitellia

Scena prima

Vitellia e Sesto

[Recitativo]
VITELLIA
Ma che? sempre l’istesso,
Sesto, a dirmi verrai? So, che sedotto
fu Lentulo da te; che i suoi seguaci
son pronti già; che il Campidoglio acceso
darà moto a un tumulto. Io tutto questo
già mille volte udii; la mia vendetta
mai non veggo però. S’aspetta forse
che Tito a Berenice in faccia mia
offra d’amor insano
l’usurpato mio soglio, e la sua mano?
Parla, di, che s’attende?
SESTO
Oh Dio!
VITELLIA
Sospiri!
SESTO
Pensaci meglio, oh cara,
pensaci meglio. Ah non togliamo in Tito
la sua delizia al mondo, il Padre a Roma,
l’amico a noi. Fra le memorie antiche
trova l’egual, se puoi. Fingiti in mente
eroe più generoso, e più clemente.
Parlagli di premiar; poveri a lui
sembran gli erari suoi.
Parlagli di punir; scuse al delitto
cerca in ognun; chi all’inesperta ei dona,
chi alla canuta età. Risparmia in uno
l’onor del sangue illustre; il basso stato
compatisce nell’altro. Inutil chiama,
perduto il giorno ei dice,
in cui fatto non ha qualcun felice.
VITELLIA
Dunque a vantarmi in faccia
venisti il mio nemico? e più non pensi
che questo Eroe clemente un soglio usurpa
dal suo tolto al mio padre?
che m’inganno, che mi sedusse, (e questo
e il suo fallo maggior) quasi ad amarlo.
E poi, perfido! e poi di nuovo al Tebro
richiamar Berenice! una rivale
avesse scelto almeno
degna di me fra le beltà di Roma.
Ma una barbara, Sesto,
un’esule antepormi, una regina!
SESTO
Sai pur che Berenice
volontaria tornò.
VITELLIA
Narra a fanciulli
codeste fole. Io so gli antichi amori;
so le lacrime sparse allor, che quindi
l’altra volta parti; so come adesso
l’accolse, e l’onorò; chi non lo vede?
Il perfido l’adora.
SESTO
Ah principessa,
tu sei gelosa.
VITELLIA
Io!
SESTO
Si.
VITELLIA
Gelosa io sono,
se non soffro un disprezzo.
SESTO
Eppur…
VITELLIA
Eppure non hai cor d’acquistarmi.
SESTO
Io son…
VITELLIA
Tu sei
sciolto d’ogni promessa. A me non manca
più degno esecutor dell’odio mio.
SESTO
Sentimi!
VITELLIA
Intesi assai.
SESTO
Fermati!
VITELLIA
Addio.
SESTO
Ah, Vitellia, ah mio Nume,
non partir! dove vai?
perdonami, ti credo, io m’ingannai.

[N° 1 – Duetto]
SESTO
Come ti piace imponi:
Regola i moti miei.
Il mio destin tu sei,
Tutto farò per te.
VITELLIA
Prima che il sol tramonti,
Estinto io vo l’indegno.
Sai ch’egli usurpa un regno,
Che in sorte il ciel mi die.
SESTO
Già il tuo furor m’accende.
VITELLIA
Ebben, che più s’attende?
SESTO
Un dolce sguardo almeno
Sia premio alla mia fe!
VITELLIA, SESTO
Fan mille affetti insieme
battaglia in me spietata.
Un’alma lacerata
più della mia non v’è.

Scena seconda

Annio e detti

[Recitativo]
ANNIO
Amico, il passo affretta;
Cesare a sé ti chiama.
VITELLIA
Ah, non perdete questi brevi momenti.
A Berenice Tito gli usurpa.
ANNIO
Ingiustamente oltraggi,
Vitellia, il nostro Eroe: Tito ha l’impero
e del mondo, e di sé. Già per suo cenno
Berenice partì.
SESTO
Come?
VITELLIA
Che dici?
ANNIO
Voi stupite a ragion. Roma ne piange,
di maraviglia, e di piacere. Io stesso
quasi nol credo: ed io
fui presente, o Vitellia, al grande addio.
VITELLIA
(Oh speranze!)
SESTO
Oh virtù!
VITELLIA
Quella superba,
o, come volontieri udita avrei
esclamar contro Tito.
ANNIO
Anzi, giammai
più tenera non fu. Partì, ma vide,
che adorata partiva, e che al suo caro
men che a lei non costava il colpo amaro.
VITELLIA
Ognun può lusingarsi
ANNIO
Eh, si conobbe,
che bisognava a Tito
tutto l’Eroe per superar l’amante;
vinse, ma combatté; non era oppresso,
ma tranquillo non era; ed in quel volto
(dicasi per sua gloria)
si vedeva la battaglia, e la vittoria.
VITELLIA
(Eppur forse con me, quanto credei
Tito ingrato non è.) Sesto, sospendi
d’eseguire i miei cenni; il colpo ancora
non e maturo.
SESTO
E tu non vuoi ch’io vegga!…
ch’io mi lagni, oh crudele!…
VITELLIA
Or che vedesti?
di che ti puoi lagnar?
SESTO
Di nulla. (Oh Dio!)
Chi provò mai tormento eguale al mio.

[N° 2 – Aria]
VITELLIA
Deh se piacer mi vuoi,
Lascia i sospetti tuoi;
Non mi stancar con questo
Molesto dubitar.

Chi ciecamente crede,
impegna a serbar fede;
Chi sempre inganni aspetta
Aletta ad ingannar.
(parte)

Scena terza

Sesto ed Annio

[Recitativo]
ANNIO
Amico, ecco il momento
di rendermi felice. All’amor mio
Servilia promettesti. Altro non manca
che d’Augusto l’assenso. Ora da lui
impetrarlo potresti.
SESTO
Ogni tua brama,
Annio, m’è legge. Impaziente anch’io
questo nuovo legame, Annio, desto.

[N° 3 – Duettino]
ANNIO, SESTO
Deh prendi un dolce amplesso,
Amico mio fedel;
E ognor per me lo stesso
Ti serbi amico il ciel.
(partono)

Scena quarta

Parte del Foro Romano magnificamente adornato d’archi, obelischi, e trofei; in faccia aspetto esteriore del Campidoglio, magnifica strada, per cui vi ci ascende.

Publio, senatori romani, e i legati delle province soggette, destinati a presentare al senato gli annui imposti tributi. Mentre Tito, preceduto da littori, seguito da pretoriani, e circondato da numeroso popolo, scende dal Campidoglio, cantassi il seguente

[N° 4 – Marcia]

[N° 5 – Coro]
CORO
Serbate, oh Dei custodi
Della romana sorte,
In Tito il giusto, il forte,
L’onor di nostra età.

Voi gl’immortali allori
Sulla cesarea chioma,
Voi custodite a Roma
La sua felicità.

Nella fine del coro suddetto, Annio e Sesto da diverse parti.
Publio, Annio e Tito

[Recitativo]
PUBLIO
(a Tito)
Te della patria il Padre oggi appella il senato: e mai più giusto non fu ne’ suoi decreti, o invitto Augusto.
ANNIO
Nè padre sol, ma sei suo Nume tutelar. Più che mortale giacché altrui ti dimostri a’ voti altrui comincia al avvezzarti. Eccelso tempio ti destina il senato; e là si vuole, che fra divini onori anche il Nume di Tito il Tebro adori.
PUBLIO
Quei tesori, che vedi, delle serve province annui tributi, all’opera consacriam. Tito, non sdegni questi del nostro amor pubblici segni.
TITO
Romani, unico oggetto è de’ voti di Tito il vostro amore;
ma il vostro amor non passi tanto i confini suoi, che debbano arrossirne e Tito, e voi.
Quegli offerti tesori non ricuso però.
Cambiarne solo l’uso pretendo.
Udite: oltre l’usato terribile il Vesevo ardenti fumi dalle fauci eruttò; scosse le rupi; riempie di ruine i campi intorno, e le città vicine.
Le desolate genti fuggendo van;
ma la miseria opprime quei che al foco avanzar.
Serva quell’oro di tanti affitti a riparar lo scempio.
Questo, o Romani, è fabbricarmi il tempio.
ANNIO
O, vero Eroe!
PUBLIO
Quanto di te minori tutti i premi son mai, tutte le lodi!
TITO
Basta, basta, oh miei fidi.
Sesto a me s’avvicini; Annio non parta.
Ogn’altro s’allontani.
(Si ritirano tutti fuori dell’atrio, e vi rimangono Tito, Sesto ed Annio)

[N° 4 – Marcia]

Annio, Sesto e Tito

[Recitativo]
ANNIO
(Adesso, oh Sesto, parla per me.)
SESTO
Come, Signor, potesti la tua bella regina?…
TITO
Ah, Sesto, amico, che terribil momento!
Io non credei… basta; ho vinto; partì.
Tolgasi adesso a Roma ogni sospetto di vederla mia sposa.
Una sua figlia vuol veder sul mio soglio, a appargala convien.
Giacche l’amore scelse invano a miei lacci, io vo’, che almeno l’amicizia li scelga.
Al tuo s’unisca, Sesto, il cesareo sangue.
Oggi mia sposa sarà la tua germana.
SESTO
Servilia!
TITO
Appunto!.
ANNIO
(Oh me infelice!)
SESTO
Oh Dei!
Annio è perduto.
TITO
(A Sesto)
Udisti?
che dici? non rispondi?
SESTO
E chi potrebbe risponderti, Signor?
M’opprime a segno la tua bontà. Che non ho cor… vorrei…
ANNIO
(Sesto è in pena per me.)
TITO
Spiegati. Io tutto faro per tuo vantaggio.
SESTO
(Ah si serva l’amico.)
ANNIO
Annio, coraggio.
SESTO
Tito…
ANNIO
Augusto, conosco di Sesto il cor.
Fin dalla cuna insieme tenero amor ne strinse.
Ei di stesso modesto estimator, teme, che sembri sproporzionato il dono;
e non s’avvede ch’ogni distanza eguaglia d’un Cesare il favor.
Ma tu consiglio da lui prender non dei.
Come potresti
sposa elegger più degna dell’imperio, e di te?
Virtù, bellezza, tutto è in Servilia.
Io le conobbi in volto ch’era nata a regnar.
De’miei presagi l’adempimento e questo.
SESTO
(Annio parla cosi? Sogno, o son desto?)
TITO
Ebben, recane a lei, Annio, tu la novella.
E tu mi siegui, amato Sesto; e queste tue dubbiezze deponi.
Avrai tal parte tu ancor nel soglio, e tanto t’innalzerò, che resterà ben poco dello spazio infinito, che frapposer gli Dei fra Sesto, e Tito.
SESTO
Questo è troppo, oh Signor.
Modera almeno, se ingrati non ci vuoi, modera, Augusto, i benefici tuoi.
TITO
Ma chè?
(Se mi niegate che beneficio io sia, che mi lasciate?)

[N° 6 – Aria]
TITO
Del più sublime soglio
L’unico frutto e questo;
Tutto è tormento il resto,
E tutto è servitù.

Che avrei, se ancor perdessi
Le sole ore felici,
Ch’ho nel giovar gli oppressi,
Nel sollevar gli amici;
Nel dispensar tesori
Al merto, e alla virtù?
(parte con Sesto)

Scena quinta

Annio, poi Servilia
ANNIO
Non ci pentiam.
D’un generoso amante era questo il dover.
Mio cor, deponi le tenerezze antiche: è tua sovrana chi fu l’idolo tuo.
Cambiar conviene in rispetto l’amore.
Eccola. Oh Dei! mai non parve si bella agli occhi miei.
SERVILIA
Mio ben…
ANNIO
Taci, Servilia. Ora è delitto il chiamarmi cosi.
SERVILIA
Perché?
ANNIO
Ti scelse
Cesare (che martir!) per sua consorte.
A te (morir mi sento!) a te m’impose
di recarne l’avviso, (oh pena!) ed io…
Io fui… (parlar non poso) Augusta, addio!
SERVILIA
Come? Fermati! Io sposa
di Cesare? E perché?
ANNIO
Perché non trova
beltà, virtù, che sia
più degna d’impero, anima… oh stelle!
che dirò? lascia, Augusta,
deh lasciami partir.
SERVILIA
Cosi confusa
abbandonarmi vuoi? Spiegati; dimmi, come fu? Per qual via?…
ANNIO
Mi perdo, s’io non parto, anima mia.

[N° 7 – Duetto]
ANNIO
Ah perdona al primo affetto
Questo accento sconsigliato;
Colpa fu del labbro usato
A cosi chiamarti ognor.
SERVILIA
Ah tu fosti il primo oggetto,
Che finor fedel’ amai;
E tu l’ultimo sarai
Ch’abbia nido in questo cor.
ANNIO
Cari accenti del mio bene!
SERVILIA
Oh mia dolce, cara speme!.
SERVILIA, ANNIO
Più che ascolto i sensi tuoi,
in me cresce più l’ardor.
Quando un’alma e all’altra unita,
Qual piacer un cor risente!
Ah si tolga dalla vita
Tutto quel che non e amor.
(partono)

Scena sesta

Ritiro delizioso nel soggiorno imperiale sul colle Palatino.

Tito e Publio con un foglio

[Recitativo]
TITO
Che mi rechi in quel foglio?
PUBLIO
I nomi ei chiude
d’rei che osar con temerari accenti
de’Cesare gai spenti
la memoria oltraggiar.
TITO
Barbara inchiesta,
che agli estini non giova, e somministra
mille strade alla frode
d’insidiar gl’innoncenti.
PUBLIO
Ma v’è, Signor, chi lacerare ardisce
anche il tuo nome.
TITO
E che perciò? se ‘l mosse
leggerezza: nol curo;
se follia: lo compiango;
se ragion: gli son grato! e se in lui sono
impeti di malizia. io gli perdono.
PUBLIO
Almen…

Scena settima

Servilia e detti

[Recitativo]
SERVILIA
Di Tito al piè…
TITO
Servilia! Augusta!
SERVILIA
Ah Signor, si gran nome non darmi ancora.
Odimi prima.
Io deggio palesarti un arcan.
TITO
Publio, ti scosta;
ma non partir.
(Publio si ritira)
SERVILIA
Che del cesareo alloro
me fra tante più degne,
generoso Monarca, inviti a parte,
e dono tal, che destaria tumulto
nel più stupido cor… ma…
TITO
Parla…
SERVILIA
Il core, Signor, non e più mio.
Già da gran tempo Annio me lo rapi.
Valor che basti, non ho per l’obliarlo.
Anche dal trono il solito sentiero farebbe a mio dispetto il mio pensiero.
So, che oppormi è delitto d’un Cesare al voler;
ma tutto, almeno, sia noto al mio sovrano;
poi, se mi vuol sposa, ecco la mano.
TITO
Grazie, o Numi del ciel. Pur si ti ritrova
chi s’avventuri a dispiacer col vero.
Alla grandezza tua la propria pace Annio
pospone! Tu ricusi un trono
per essergli fedele! Ed io dovrei
turbar fiamme si belle! Ah, non produce
sentimenti si rei di Tito il core.
Sgombra ogni tema. lo voglio
stringer nodo si degno, e n’abbia poi
cittadini la patria eguali a voi.
SERVILIA
O Tito! O Augusto! oh vera
delizia de’ mortali! Io non saprei
come il grato mio cor…
TITO
Se grata appieno
esser mi vuoi, Servilia, agli altri inspira
il tuo candor. Di pubblicar procura,
che grato a me si rende,
più del falso che piace, il ver che offende.

[N° 8 – Aria]
TITO
Ah, se fosse intorno al trono
Ogni cor così sincero!,
non tormento un vasto impero,
Ma saria felicita.

Non dovrebbero i regnanti
Tollerar si grave affanno,
Per distinguer dall’inganno
l’insidiata verità…
(parte)

Scena ottava

Servilia, poi Vitellia

[Recitativo]
SERVILIA
Felice me!
VITELLIA
Posso alla mia sovrana
offrir del mio rispetto i primi omaggi?
posso adorar quel volto,
per cui d’amor ferito,
ha perduto il riposo il cor di Tito?
SERVILIA
Non esser meco irata;
forse la regia destra è a te serbata.
(parte)

Scena nona

Vitellia, poi Sesto
VITELLIA
Ancora mi schernisce?
Questo soffrir degg’io
vergognoso disprezzo? Ah, con qual fasto
qui mi lascia costei! barbaro Tito,
ti parea dunque poco
Berenice antepormi? Io dunque sono
l’ultima de’viventi. Ah, trema ingrato,
trema d’avermi oddesa. Oggi il tuo sangue…
SESTO
Mia vita.
VITELLIA
Ebben, che rechi? il Campidoglio
è acceso? è incenerito?
Lentulo dove sta? Tito e punito?
SESTO
Nulla intrapresi ancor.
VITELLIA
Nulla! e si franco
mi torni innanzi? E con qual merto ardisci
di chiamarmi tua vita?
SESTO
È tuo comando
il sospender il colpo.
VITELLIA
E non udisti
i miei novelli oltraggi? un altro cenno
aspetti ancor? Ma ch’io ti creda amante,
dimmi, come pretendi,
se così poco i miei pensieri intendi?
SESTO
Sa una ragion potesse
almen giutificarmi?
VITELLIA
Una ragione!
mille n’avrai, qualunque sia l’affetto,
da cui prenda il tuo cor regola, e moto.
È la gloria il tuo voto? Io ti propongo
la patria a liberar. Sei d’un illustre
ambizione capace? eccoti aperta
una strada all’impero.
Renderti fortunato
può la mia mano? Corri,
mi vendica, e son tua.
D’altri stimoli hai d’uopo?
Sappi che Tito amai,
che del mio cor l’acquisto
ei t’impedi; che, se rimane in vita,
si può pentir; ch’io ritornar potrei
(non mi fido di me) forse, ad amarlo,
Or va, se non ti muove
desio di gloria, ambizione, amore;
se tolleri un rivale,
che usurpò, che contrasta,
che involarti potrai gli affetti miei,
degli uomini il più vil dirò che sei.
SESTO
Quante vie d’assalirmi!
Basta, basta non più, già m’inspirasti,
Vitellia, il tuo furor. Arder vedrai
fra poco il Campidoglio, e quest’acciaro
nel sen di Tito… (Ah, sommi Dei! Qual gelo
mi ricerca le vene…)
VITELLIA
De or che pensi?
SESTO
Ah, Vitellia!
VITELLIA
Il previdi,
tu pentito già sei
SESTO
Non sono pentito,
ma…
VITELLIA
Non stancarmi più. Conosco, ingrato,
che amor non hai per me. Folle, ch’io fui!
Già ti credea; già mi piacevi e, quasi,
cominciavo ad amarti. Agli occhi miei
involati per sempre
e scordati di me.
SESTO
Fermati, io cedo.
Io già volo a servirti.
VITELLIA
Eh, non ti credo;
m’ingannerai di nuovo. In mezzo all’opra,
ricorderai…
SESTO
No; mi punisca amore,
se penso ad ingannarti.
VITELLIA
Dunque corri; che fai? Perché non parti?

[N° 9 – Aria]
SESTO
Parto, parto, ma tu ben mio,
Meco ritorna in pace;
Sarò qual più ti piace;
Quel che vorrai farò.

Guardami, e tutto oblio,
E a vendicarti io volo;
A questo sguardo solo
Da me si penserà.

Ah qual poter, oh Dei!
Donaste alla beltà.
(parte)

Scena decima

Vitellia, poi Publio e Annio

[Recitativo]
VITELLIA
Vedrai, Tito, vedrai, che alfin sì vile
questo volto non è. Basta a sedurti
gli amici almen, se ad invaghirti e poco.
Ti pentirai…
PUBLIO
Tu qui, Vitellia? Ah corri,
va Tito alle tue stanze.
ANNIO
Vitellia, il passo affretta,
Cesare di te cerca.
VITELLIA
Cesare!
PUBLIO
Ancor nol sai?
sua consorte t’elesse.
ANNIO
Tu sei la nostra Augusta; e il primo omaggio
già da noi ti si rende.
PUBLIO
Ah, principessa, andiam; Cesare attende.

[N° 10 – terzetto]
VITELLIA
Vengo… aspettate… Sesto!…
Ahimè!… Sesto!… è partito?…
Oh sdegno mio funesto!
Oh insano mio furor!

Che angustia, che tormento!
Io gelo, oh Dio! d’orror.
PUBLIO, ANNIO
Oh come un gran contento,
Come confonde un cor…
(partono)

Scena undicesima

Campidoglio, come prima

Sesto solo, indi Annio

[N° 11 – Recitativo accompagnato]
SESTO
Oh Dei, che smania e questa,
che tumulto ho nel cor! Palpito, agghiaccio,
m’incammino, m’arresto; ogn’aura, ogn’ombra
mi fa tremare. Io non credea, che fosse
si difficile impresa esser malvagio.
Ma compirla convien. Almen si vada
con valor a perir. Valore! E come
può averne un traditor? Sesto infelice!
tu traditor! Che orribil nome! Eppure
t’affretti a meritarlo. E chi tradisci?
il più grande, il più giusto, il più clemente
Principe della terra, a cui tu devi
quanto puoi, quanto sei. Bella mercede
gli rendi in vero. Ei t’innalzo per farti il
carnefice suo. M’inghiotta il suolo
prima ch’io tal divenga. Ah, non ho core,
Vitellia, a secondar gli sdegni tuoi.
Morrei prima del colpo in faccia a lui.

(Si desta nel Campidoglio un incendio che a poco a poco va crescendo)

S’impedisca… ma come?
arde già il Campidoglio!
Un gran tumulto io sento
d’armi, e d’armati: ahi! tardo il pentimento.

[N° 12 – Quintetto con coro]
SESTO
Deh, conservate, oh Dei,
A Roma il suo splendor,
O almeno i giorni miei
Coi suoi troncate ancor.
ANNIO
Amico, dove vai?
SESTO
Io vado, io vado… lo saprai.
Oh Dio, per mio rossor.
(Ascende frettoloso nel Campidoglio)

Scena dodicesima

Annio, poi Servilia, indi Publio
ANNIO
Io Sesto non intendo…
Ma qui Servilia viene.
SERVILIA
(entrando)
Ah che tumulto orrendo!
ANNIO
Fuggi di qua mio bene.!
SERVILIA
Si teme che l’incendio
Non sia dal caso nato,
Ma con peggior disegno
Ad arte suscitato.
CORO
(in distanza)
Ah!…
PUBLIO
V’è in Roma una congiura,
Per Tito ahimè pavento;
Di questo tradimento
Chi mai sarà l’autor.?
CORO
Ah!…
SERVILIA, ANNIO, PUBLIO
Le grida ahimè ch’io sento
CORO
Ah!…
SERVILIA, ANNIO, PUBLIO
Mi fan gelar d’orror.
(Vitellia entra)
CORO
Ah!…

Scena tredicesima

Detti e Vitellia
VITELLIA
Chi per pietade oh Dio!
M’addita dov’è Sesto?
(In odio a me son’ io
Ed ho di me terror.)
SERVILIA ANNIO, PUBLIO
Di questo tradimento
Chi mai sarà l’autor.
CORO
Ah!… ah!…

Scena quattordicesima

Detti e Sesto scende dal Campidoglio
SESTO
(Ah dove mai m’ascondo?
Apriti, oh terra, inghiottimi,
E nel tuo sen profondo
Rinserra un traditor.)
VITELLIA
Sesto!
SESTO
Da me che vuoi?
VITELLIA
Quai sguardi vibri intorno?
SESTO
Mi fa terror il giorno.
VITELLIA
Tito?…
SESTO
La nobil alma
versò dal sen trafitto.!
SERVILIA, ANNIO, PUBLIO
Qual destra rea macchiarsi
Poté d’un tal delitto?
SESTO
Fu l’uom più scellerato,
L’orror della natura,
Fu…
VITELLIA
Taci forsennato,
deh non ti palesar.
VITELLIA, SERVILIA, SESTO, ANNIO, PUBLIO
Ah! dunque l’astro è spento,
e spento di pace apportator.
TUTTI E CORO
Oh nero tradimento!
Oh giorno di dolor!

ATTO SECONDO

Ritiro delizioso nel soggiorno imperiale sul colle Palatino

Scena prima

Annio e Sesto

[Recitativo]
ANNIO
Sesto, come tu credi,
Augusto non peri. Calma il tuo duolo;
in questo punto ei torna
illeso dal tumulto.
SESTO
Eh! tu m’inganni….
Io stesso lo mirai cader trafitto
da scellerato acciaro.
ANNIO
Dove?
SESTO
Nel varco angusto, onde si ascende
quinci presso al Tarpeo.
ANNIO
No, travedesti.
Tra il fumo, e tra il tumulto
altri Tito ti parve.
SESTO
Altri! e chi mai
delle cesaree vesti
ardirebbe adornarsi? Il sacro alloro,
l’augusto ammanto…
ANNIO
Ogni argomento e vano,
vive Tito, ed e illeso. In questo istante
io da, lui mi divido
SESTO
Oh Dei pietosi!
Oh caro prence! Oh dolce amico! Ah, lascia
che a questo sen… ma non m’inganni?…
ANNIO
Io merto
si poca fè? Dunque tu stesso a lui
corri, e ‘l vedrai.
SESTO
Ch’io mi presenti a Tito
dopo averlo tradito?
ANNIO
Tu la tradisti?
SESTO
Io del tumulto, io sono
il primo autor.
ANNIO
Come! perché?
SESTO
Non posso
dirti di più.
ANNIO
Sesto è infedele!
SESTO
Amico,
m’ha perduto un instante. Addio! M’involo
alla patria per sempre.
Ricordati di me. Tito difendi
da nuove insidie. Io vo ramingo, afflitto,
a pianger fra le selve il mio delitto.
ANNIO
Fermati; oh Dei! pensiamo… incolpa molti
di questo incendio il caso; e la congiura
non è certa finora…
SESTO
Ebben, chè vuoi?
ANNIO
Che tu non parta ancora.

[N° 13 – Aria]
ANNIO
Torna di Tito a lato;
Torna e l’error passato
Con replicate emenda
Prove di fedeltà.

L’acerbo tuo dolore
È segno manifesto,
Che di virtù nel core
L’immagine ti sta.
(parte)

Scena seconda

Sesto, poi Vitellia

[Recitativo]
SESTO
Partir deggio, o restar? Io non ho mente
per distinguer consigli.
VITELLIA
Sesto, fuggi, conserva
la tua vita, e ‘l mio onor. Tu sei perduto,
se alcun ti scopre, e se scoperto sei,
pubblico e il mio segreto.
SESTO
In questo seno
sepolto resterà. Nessuno il seppe.
Tacendolo, morrò.
VITELLIA
Mi fiderei
se minor tenerezza
per Tito in te vedessi. Il suo rigore
non temo già, la sua clemenza io temo;
questa ti vincerà.

Scena terza

Publio con guardie e detti

[Recitativo]
PUBLIO
Sesto!
SESTO
Che chiedi?
PUBLIO
La tua spada.
SESTO
E perché?
PUBLIO
Colui, che cinto
delle spoglie regali agli occhi tuoi,
cadde trafitto al suolo, ed ingannato
dalla apparenza tu credesti Tito,
era Lentulo; il colpo
la vita a lui non tolse; il resto intendi.
Vieni.
VITELLIA
(Oh colpo fatale!)
SESTO
(dà la spada)
Al fin, tiranna…
PUBLIO
Sesto, partir conviene. È già raccolto
per udirti il senato; e non poss’io
differir di condurti.
SESTO
Ingrata, addio!

Scena quarta

Detti

[N° 14 – Terzetto]
SESTO
Se al volto mai ti senti
Lieve aura che s’aggiri,
Gli estremi miei sospiri
Quell’alito sarà.
VITELLIA
(Per me vien tratto a morte:
Ah dove mai s’ascondo!
Fra poco noto al mondo
Il fallo mio sarà.)
PUBLIO
Vieni…
SESTO
Ti seguo…
(a Vitellia)
addio.
VITELLIA
(a Sesto)
Senti… mi perdo… Oh Dio!
(A Publio)
Che crudeltà!
SESTO
(a Vitellia, in atto di partire)
Rammenta chi t’adora
In questo stato ancora.
Mercede al mio dolore
Sia almeno la tua pietà.
VITELLIA
(Mi laceran il core
rimorso, orror, spavento!
Quel che nell’alma io sento
Di duol morir mi fa…)
PUBLIO
(L’acerbo amaro pianto,
che da’ suoi lumi piove,
L’anima mi commove,
ma vana e la pietà!)
(Publio e Sesto partono con le guardie, e Vitelliadalla parte opposta)

Scena quinta

Gran sala destinata alle pubbliche udienze. Trono, sedia e tavolino.

Tito, Publio, patrizi, pretoriani e popolo.

[N° 15 – Coro]
CORO
Ah grazie si rendano
Al sommo fattor,
Che in Tito de trono
Salvo lo splendor.
TITO
Ah no, sventurato
Non sono cotanto,
Se in Roma il mio fato
Si trova compianto,
Se voti per Tito
Si formano ancor.
CORO
Ah grazie si rendano,
Al sommo fattor,
Che in Tito del trono
Salvo lo splendor.

Publio, Tito

[Recitativo]
PUBLIO
Già de’ pubblici giuochi,
Signor, l’ora trascorre. Il di solenne,
sai che non soffre il trascurargli. È tutto
colà d’intorno alla festiva arena
il popolo raccolto; e non s’attende
che la presenza tua. Ciascun sospira
dopo il noto periglio
di rivederti salvo. Alla tua Roma
non differir si bel contento.
TITO
Andremo,
Publio, fra poco. Io non avrei riposo,
se di Sesto il destino
pria non sapessi. Avrà il Senato omai
le sue discolpe udite; avrà scoperto,
vedrai, ch’egli è innocente; e non dovrebbe
tardar molto l’avviso.
PUBLIO
Ah, troppo chiaro
Lentulo favellò!
TITO
Lentulo forse
cerca al fallo un compagno
per averlo al perdono. Ei non ignora
quanto Sesto m’è caro. Arte comune
questa è de’ rei: pur dal Senato ancora non
torna alcun. Che mai sarà? Va; chiedi
che si fa, che si attende, io tutto voglio
saper pria di partir.
PUBLIO
Vado, ma temo
di non tornar nunzio felice.
TITO
E puoi
creder Sesto infedele? Io dal mio core
il suo misuro; e un impossibil parmi
ch’egli m’abbia tradito.
PUBLIO
Ma, Signor, non han tutti il cor di Tito.

[N° 16 – Aria]
PUBLIO
Tardi s’avvede
D’un tradimento
Chi mai di fede
Mancar non sa.
Un cor verace
Pieno d’onore
Non è portento
Se ogn’altro core
Crede incapace
D’infedeltà.
(parte)

Scena sesta

Tito, poi Annio

[Recitativo]
TITO
(solo)
No, cosi scellerato
il mio Sesto non credo. Io l’ho veduto
non sol fido da amico,
me tenero per me. Tanto cambiarsi
un’alma non potrebbe. Annio, che rechi?
L’innocenza di Sesto?
Consolami!
ANNIO
Signor! pietà per lui
ad implorar io vengo.

Scena settima

Detti, Publio con foglio.

[Recitativo]
PUBLIO
Cesare, nol diss’io. Sesto è l’autore
della trama crudel.
TITO
Publio, ed e vero?
PUBLIO
Purtroppo; ei di sua bocca
tutto affermò. Co’ complici il senato
alle fiere il condanna. Ecco il decreto
terribile, ma giusto;
(dà il foglio a Tito)
nè vi manca, o Signor, che il nome augusto.
TITO
(si getta a sedere)
Onnipotenti Dei!
ANNIO
(inginocchiandosi)
Ah, pietoso, Monarca…
TITO
Annio, per ora
lasciami in pace.
PUBLIO
Alla gran pompa unite
sai che le genti omai…
TITO
Lo so, partite!
ANNIO
Deh, perdona, s’io parlo
in favor d’un insano
Dalla mia cara sposa egli è germano.

[N° 17 – Aria]
Tu fosti tradito;
Ei degno e di morte,
Ma il core di Tito
Pur lascia sperar.
Deh! prendi consiglio,
Signor, dal tuo core:
Il nostro dolore
Ti degna mirar.
(Publio ed Annio partono)

Scena ottava

Tito solo a sedere

[Recitativo accompagnato]
TITO
Che orror! che tradimento!
Che nera infedeltà! Fingersi amico!
essermi sempre al fianco: ogni momento
esiger dal mio core
qualche prova d’amore; e starmi intanto
preparando la morte! Ed io sospendo
ancor la pena? e la sentenza ancora
non segno? –
(Prende la penna per sottoscrivere e poi, s’arresta)
Ah si, lo scellerato mora!
Mora… ma senza udirlo
mando Sesto a morir? Sì: già l’intese
abbastanza il senato. E s’egli avesse
qualche arcano a svelarmi?
(depone la penna, intanto esce una guardia)
(Olà!) S’ascolti,
a poi vada al supplicio. (A me si guidi Sesto).
(La guardia parte)
È pur di chi regna
infelice il destino! A noi si nega
ciò che a’ più bassi è dato. In mezzo al bosco
quel villanel mendico, a cui circonda
ruvida lana il rozzo fianco, a cui
è mal fido riparo
dall’ingiurie del ciel tugurio informe,
placido i sonni dorme,
passa tranquillo i di. Molto non brama:
sa chi l’odia, e chi l’ama: unito o solo
torna sicuro alla foresta, al monte;
e vede il core ciascheduno in fronte.
Noi fra tante ricchezze
sempre incerti viviam; che in faccia a noi
la speranza, e il timore
sulla fronte d’ognun trasforma il core.
Chi dall’infido amico…
(Chiamando verso il fondo)
(Olà!) chi mai
questo temer dovea?

Scema nona

Publio e Tito

[Recitativo]
TITO
Ma Publio, ancora
Sesto non viene?
PUBLIO
Ad eseguire il cenno
già volaro i custodi
TITO
Io non comprendo
un sì lungo tardar.
PUBLIO
Pochi momenti
sono scorsi, o Signor.
TITO
Vanne tu stesso;
affrettalo.
PUBLIO
Ubbidisco… i tuoi littori
veggonsi comparir. Sesto dovrebbe
non molto esser lontano. Eccolo.
TITO
Ingrato!
All’udir che s’appressa,
già mi parla a suo pro l’affetto antico.
Ma no; trovi il suo prence, e non l’amico.

Scena decima

Tito, Publio, Sesto e custodi. Sesto, appena entrato, si ferma.

[N° 18 – Terzetto]
SESTO
(Quello di Tito e il volto?
Ah dove oh stelle! è andata
la sua dolcezza usata?
Or ei mi fa tremar!)
TITO
(Eterni Dei! di Sesto dunque
il sembiante e questo?
O come può un delitto
un volto trasformar!)
PUBLIO
(Mille diversi affetti
In Tito guerra fanno.
S’ei prova un tale affanno,
lo seguita ad amar.)
TITO
Avvicinati!
SESTO
(Oh! voce
Che piombami sul core!)
TITO
Non odi?
SESTO
(Di sudore
Mi sento, o Dio, bagnar!)
TITO
Avvicinati!
SESTO
(O voce!)
TITO
Non odi?
TITO, PUBLIO
(Palpita il traditore,
nè gli occhi ardisce alzar…)
SESTO
(Oh Dio! Non può chi more
Non può di più penar.)

[Recitativo]
TITO
(E pur mi fa pietà.) Publio, custodi,
lasciatemi con lui.
(Publio e le guardie partono)
SESTO
(No, di quel volto
non ho costanza a sostener l’impero.)
TITO
(depone l’aria maestosa)
Ah, Sesto, dunque e vero?
Dunque vuoi la mia morte? In che t’offese
il tuo Prence, il tuo Padre,
il tuo Benefattor? Se Tito Augusto
hai potuto obliar, di Tito amico
come non ti sovvenne? Il premio è questo
della tenera cura,
ch’ebbi sempre di te? Di chi fidarmi
in avvenir potrò, se giunse, oh Dei!
anche Sesto a tradirmi? E lo potesti?
E ‘l cor te lo sofferse?
SESTO
(s’inginocchia)
Ah, Tito, ah, mio
clementissimo Prence,
non più, non più; se tu veder potessi
questo misero cor; spergiuro, ingrato,
pur ti farei pietà. Tutte ho sugli occhi,
tutte le colpe mie; tutti rammento
i benefici tuoi; soffrir non posso,
né l’idea di me stesso,
né la presenza tua. Quel sacro volto,
la voce tua, la tua clemenza istessa
diventò mio supplicio. Affretta almeno,
affretta il mio morir. Toglimi presto
questa vita infedel lascia ch’io versi,
se pietoso esser vuoi,
questo perfido sangue ai piedi tuoi.
TITO
Sorgi, infelice.
(Sesto si leva)
(Il contenersi è pena
a quel tenero pianto.) Or verdi a quale
lacrimevole stato
un delitto riduce, una sfrenata
avidità d’impero! E che sperasti
di trovar mai nel trono? Il sommo forse
d’ogni contento? Ah, sconsigliato! osserva,
quai frutti io ne raccolgo,
e bramalo, se puoi.
SESTO
No, questo brama
non fu, che mi sedusse.
TITO
Dunque che fu?
SESTO
La debolezza mia,
la mia fatalità!
TITO
Più chiaro almeno spiegati.
SESTO
O Dio! non posso.
TITO
Odimi, o Sesto;
siam soli; il tuo sovrano
non è presente. Apri il tuo core a Tito;
confidati all’amico. Io ti prometto,
che Augusto nol saprà. Del tuo delitto
dì la prima cagion. Cerchiamo insieme
una via scusarti. Io ne sarei
forse di te più lieto.
SESTO
Ah, la mia colpa
non ha difesa.
TITO
In contraccambio almeno
d’amicizia lo chiedo. Io non celai
alla tua fede i più gelosi arcani:
merito ben che Sesto
mi fidi un suo segreto.
SESTO
(Ecco una nuova
specie di pena! o dispiacere a Tito
o Vitellia accusar!)
TITO
(incomincia a turbarsi)
Dubiti ancora?
Ma Sesto, mi ferisci
nel più vivo del cor. Vedi, che troppo
tu l’amicizia oltraggi
con questo diffidar. Pensaci; appaga
(con impazienza)
il mio giusto desio.
SESTO
(con disperazione)
(Ma qual astro splendeva
al nascer mio!)
TITO
E taci? E non rispondi? Ah, giacché puoi
tanto abusar di mia pietà.
SESTO
Signore…
sappi dunque… (che fo?)
TITO
Siegui.
SESTO
Ma quando
finirò di penar?
TITO
Parla una volta:
che mi volevi dir?
SESTO
Ch’io son l’oggetto
dell’ira Dei; che la mia sorte
non ho più forza a tollerar; ch’io stesso
traditor mi confesso, empio mi chiamo;
ch’io merito la morte, e ch’io la bramo.
TITO
Sconoscente! e l’avrai.
(alle guardie che saranno uscite)
Custodi, il reo
toglietemi dinanzi!
SESTO
Il bacio estremo
su quella invita man!
TITO
(senza guardarlo)
Parti; non e più tempo,
or tuo giudice sono.
SESTO
Ah, sia questo, Signor, l’ultimo dono.

[N° 19 – Rondo]
SESTO
Deh per questo istante solo
Ti ricorda il primo amor.
Chè morir mi fa di duolo
Il tuo sdegno il tuo rigor.
Di pietade indegno è vero,
sol spirar io deggio orror,
pur saresti men severo,
Se vedessi questo cor.
Disperato vado a morte;
Ma il morir non mi spaventa;
il pensiero mi tormenta
Che fui teco un traditor!
(Tanto affanno soffre un core,
Ne si more di dolor!)
(parte)

Scena undicesima

Tito solo

[Recitativo]
TITO
Ove s’intese mai più contumace
infedeltà? Deggio alla mia negletta
disprezzata clemenza una vendetta.
Vendetta!… Il cor di Tito
tali sensi produce?… Eh viva… invano
parlan dunque le leggi? Io, lor custode,
l’eseguisco cosi? Di Sesto amico
non sa Tito scordarsi?… Ogn’altro affetto
d’amicizia, e pietà taccia per ora.
(siede)
Sesto è reo; Sesto mora.
(Sottoscrive)
Eccoci aspersi
di cittadino sangue, e s’incomincia
dal sangue d’un amico. Or che diranno
i posteri di noi? Diran, che in Tito
si stancò la clemenza,
come in Silla, e in Augusto
la crudeltà; che Tito era l’offeso,
e che le proprie offese,
senza ingiuria del giusto,
ben poteva obliar. Ma dunque faccio
sì gran forza al mio cor. Né almen sicuro
sarò ch’altri l’approvi? Ah, non si lasci
il solito cammin…
(Lacera il foglio)
Viva l’amico!
benché infedele. E se accusarmi il mondo
vuol pur di qualche errore,
m’accusi di pietà,
non di rigore.
(Getta il foglio lacerato)

Scena dodicesima

Detto e Publio

[Recitativo]
TITO
Publio!
PUBLIO
Cesare!
TITO
Andiamo
al popolo, che attende.
PUBLIO
E Sesto?
TITO
E Sesto,
venga, all’arena ancor.
PUBLIO
Dunque il suo fato?…
TITO
Si, Publio, è già deciso.
PUBLIO
(Oh sventurato!)

[N° 20 – Aria]
TITO
Se all’impero, amici Dei,
Necessario è un cor severo;
O togliete a me l’impero,
O a me date un altro cor.

Se la fè de’ regni miei
con l’amor non assicuro:
D’una fede non mi curo,
Che sia frutto del timor.
(Parte)

Scena tredicesima

Vitellia, uscendo dalla porta opposita, richiama Publio che seguita Tito.

[Recitativo]
VITELLIA
Publio, ascolta!
PUBLIO
(in atto di partire)
Perdona,
deggio a Cesare appresso andar.
VITELLIA
Dove?
PUBLIO
All’arena.
VITELLIA
E Sesto?
PUBLIO
Anch’esso.
VITELLIA
Dunque morrà?
PUBLIO
Purtroppo.
VITELLIA
(Ohimè!) Con Tito
Sesto ha parlato?
PUBLIO
E lungamente.
VITELLIA
E sai
quel ch’ei dicesse?
PUBLIO
No; solo con lui
restar Cesare volle; escluso io fui.
(Parte)

Scena quattordicesima

Vitellia, e poi Annio e Servilia da diverse parti

[Recitativo]
VITELLIA
Non giova lusingarsi;
Sesto già mi scoperse. A Publio istesso
si conosce sul volto. Ei non fu mai
con me sì ritenuto. Ei fugge; ei teme
di restar meco. Ah, secondato avessi
gl’impulsi del mio cor. Per tempo a Tito
dovea svelarmi, e confessar l’errore.
Sempre in bocca d’un reo che la detesta,
scema d’orror la colpa. Or questo ancora
tardi saria. Seppe il delitto Augusto,
e non da me. Questa ragione istessa
fa più grave…
SERVILIA
Ah, Vitellia!
ANNIO
Ah, principessa!
SERVILIA
Il misero germano…
ANNIO
Il caro amico….
SERVILIA
È condotto a morir!
ANNIO
Fra poco in faccia
di Roma spettatrice,
delle fiere sarà pasto infelice.
VITELLIA
Ma che posso per lui?
SERVILIA
Tutto, a’ tuoi prieghi
Tito lo donerà.
ANNIO
Non può negarlo
alla novella Augusta.
VITELLIA
Annio, non sono
Augusta ancor.
ANNIO
Pria che tramonti il sole
Tito sarà tuo sposo. Or, me presente,
per le pompe festive il cenno ei diede.
VITELLIA
(Dunque Sesto ha taciuto! oh amore! oh fede!)
Annio, Servilia, andiam. (Ma dove corro
così senza pensar?) Partite, amici,
vi seguirò.
ANNIO
Ma se d’un tardo aiuto
Sesto fidar si dee, Sesto è perduto
(parte)
SERVILIA
Andiam; quell’infelice
t’amò più di se stesso; avea fra labbri
sempre il tuo nome. Impallidia qualora
si parlava di te. Tu piangi!
VITELLIA
Ah parti!
SERVILIA
Ma tu perché restar? Vitellia, ah parmi…
VITELLIA
Oh, Dei! Parti, verrò; non tormentarmi.

[N° 21 – Aria]
SERVILIA
S’altro che lacrime
Per lui non tenti,
Tutto il tuo piangere
Non gioverà.

A questa inutile
Pietà che senti,
Oh quanto è simile
La crudeltà!…
(parte)

Scena quindicesima

Vitellia sola

[N° 22 – Recitativo accompagnato]
VITELLIA
Ecco il punto, o Vitellia,
d’esaminar la tua costanza: avrai
valor che basti a rimirare esangue
il tuo Sesto fedel? Sesto, che t’ama
più della vita sua? Che per tua colpa
divenne reo? Che t’ubbidì crudele?
Che ingiusta t’adorò? Che in faccia a morte
si gran fede ti serba, e tu frattanto
non ignota a te stessa, andrai tranquilla
al talamo d’Augusto? Ah, mi vedrei
sempre Sesto d’intorno; e l’aure, e i sassi
temerei che loquaci
mi scoprissero a Tito. A’ piedi suoi
vadasi il tutto a palesar. Si scemi
il delitto di Sesto,
se scusar non si può,
col fallo mio.
D’impero e d’imenei, speranze, addio.

[N° 23 – Rondo]
VITELLIA
Non più di fiori
vaghe catene
discenda Imene
ad intrecciar.

Stretta fra barbare
aspre ritorte
Veggo la morte
Ver me avanzar.

Infelice! Qual orrore!
Ah! Di me che si dirà?
Chi vedesse il mio dolore,
pur avria di me pietà?
(parte)

Scena sedicesima

Luogo magnifico, che introduce a vasto anfiteatro, da cui per diversi archi scopresi la parte interna. Si vedranno già nell’arena i complici della congiura condannati alle fiere.

Nel tempo che si canta il coro, preceduto da littori, circondato da’ senatori, e patrizi romani, e seguito da’ pretoriani, esce Tito, e dopo Annio e Servilia da diversi parti.

[N° 24 – Coro]
CORO
Che del ciel, che degli Dei
tu il pensier, l’amor tu sei;
grand’Eroe, nel giro angusto
si mostro di questo di:
ma cagion di maraviglia
non e già, felice Augusto,
Che gli Dei chi lor somiglia,
Custodiscano cosi.

Tito, Annio, Servilia

[Recitativo]
TITO
Pria che principio a’ lieti
spettacolo si dia, custodi, innanzi
conducetemi il reo. (Più di perdono
speme non ha: quanto aspettato meno,
più caro essergli dee.)
ANNIO
Pietà, Signore!
SERVILIA
Signore, pietà!
TITO
Se a chiederla venite
per Sesto, è tardi. È il suo destin deciso.
ANNIO
E si tranquillo in viso
lo condanni a morir?
SERVILIA
Di Tito il core
come il dolce perdé costume antico?
TITO
Ei s’appressa; tacete.
SERVILIA
Oh Sesto!
ANNIO
Oh Amico!

Scena diciassettesima

Tito, Publio e Sesto fra littori, poi Vitellia e detti.

[Recitativo]
TITO
Sesto, de’ tuoi delitti
tu sai la serie, e sai
qual pena ti si dee. Roma sconvolta,
l’offesa Maestà, le leggi offese,
l’amicizia tradita, il mondo, il cielo
voglion la morte tua. De’ tradimenti
sai pur ch’io son l’unico oggetto; or senti.
VITELLIA
Eccoti, eccelso Augusto,
eccoti al piè la più confusa…
(s’inginocchia)
TITO
Ah sorgi,
Che fai? che brami?
VITELLIA
Io ti conduco innanzi
l’autor dell’empia trama.
TITO
Ov’è? Chi mai
preparò tante insidie al viver mio?
VITELLIA
Nol crederai.
TITO
Perchè?
VITELLIA
Perché son io.
TITO
Tu ancora!
SESTO, SERVILIA
Oh stelle!
ANNIO, PUBLIO
Oh numi!
TITO
E quanti mai,
quanti siete a tradirmi?
VITELLIA
Io la più rea
son di ciascuno! Io meditai la trama;
il più fedele amico
io ti sedussi; io del suo cieco amore
a tuo danno abusai.
TITO
Ma del tuo sdegno
chi fu cagion?
VITELLIA
La tua bontà. Credei
che questa fosse amor. La destra e il trono
da te sperava in dono; e poi negletta
restai più volte, e procurai vendetta.

[N° 25 – Recitativo accompagnato]
TITO
Ma che giorno e mai questo? Al punto stesso
che assolvo un reo, ne scopro un altro? E
quando
troverò, giusti Numi,
un’anima fedel? Congiuran gli astri
cred’io, per obbligarmi a mio dispetto
a diventar crudel. No: non avranno
questo trionfo. A sostener la gara,
già m’impegnò la mia virtù. Vediamo,
se più costante sia
l’altrui perfidia, o la clemenza mia;
Olà! Sesto si sciolga; abbian di nuovo
Lentulo, e suoi seguaci
e vita, e libertà. Sia noto a Roma,
ch’io son lo stesso, e ch’io
tutto so, tutti assolvo, e tutto oblio.

[N° 26 – Sestetto con coro]
SESTO
Tu, è ver, m’assolvi, Augusto.
Ma non m’assolve il core,
Che piangerà l’errore,
finché memoria avrà.
TITO
Il vero pentimento,
Di cui tu sei capace,
Val più d’una verace
Costante fedeltà.
VITELLIA, SERVILIA, ANNIO
Oh generoso! oh grande!
A chi mai giunse a tanto?
Mi trae dagli occhi il pianto
L’eccelsa sua bontà.
TUTTI
(Tranne Tito)
Eterni Dei, vegliate
Sui sacri giorni suoi,
A Roma in lui serbate
La sua felicità.
TITO
Troncate, eterni Dei,
Troncate i giorni miei,
Quel di che il ben di Roma
Mia cura non sarà.
TUTTI E CORO
(senza Tito)
Eterni Dei, vegliate
Sui sacri giorni suoi,
A Roma in lui serbate
La sua felicita

FINE DELL’OPERA

(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di Via della Conciliazione, 17 novembre 1985

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Ultimo aggiornamento 19 novembre 2014
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