Glossario



Senza sole

Ciclo di sei canti per voce e pianoforte

Musica: Modest Musorgskij
Testo: A. A. Goleniséev-Kutuzov
  1. Fra quattro mura
  2. Non m'hai riconosciuto tra la folla
  3. I giorni di festa sono finiti
  4. La noia
  5. Elegia
  6. Sull'acqua
Organico: voce, pianoforte
Composizione: San Pietroburgo, 7 maggio - 19 agosto 1874
Edizione: Bessel, San Pietroburgo, 1874
Dedica: A. A. Goleniscev-Kutuzov

Commento (nota 1)

Ciclo di canzoni per voce con accompagnamento di pianoforte. Composto nel 1874 a Pietroburgo su testo del Principe Arsenio Golenistchev-Kutusoff. 1" edizione nel 1874 Bessel.

La breve esistenza terrena di Mussorgsky fu afflitta da turbamenti, che spesso prendevano una piega tragica. Ancora giovanissimo la morte gli tolse la fanciulla amata e poi la madre da lui divinizzata. La perdita dei beni, le necessità materiali impellenti, la mortificazione di perdere il prezioso tempo nell'impiego statale di basso rango, colpivano fortemente la sua natura delicata e sensibile. Era di una raffinatezza di spirito e di educazione quasi eccessiva. Era assetato di amore e di tenerezza - sentimenti che lui profuse verso un'altra donna, rimasta per sempre sogno irraggiungibile. Questo continuo susseguirsi di scosse nell'animo suo lo portava spesso alla disperazione.

Non riusciva a convincersi della inevitabilità degli eventi, malgrado le furie e l'imprecare contro il destino (come fu per esempio quando morì Hartmann).

Sappiamo ormai con che forza e spirito combatteva i suoi nemici che erano i nemici del nuovo movimento e dei suoi amici. Non si impressionava, anzi, portò sempre lui la bandiera ed era il primo nella battaglia. Accettava lui i colpi e ne soffrì più degli altri. Il suo Boris era bandito dalle scene del teatro imperiale, egli era bandito dal conservatorio, dalla società dei concerti e dalla critica. Un certo La Roche (critico) diceva che Mussorgsky non sapeva dove stavano i bemolli e i diesis. Egli, tuttavia, continuò la lotta perché sapeva bene l'inevitabilità di questa situazione, che era una logica conseguenza della lotta stessa contro il vecchio ordine di idee.

Ma una cosa non riuscì a sopportare: il tradimento di «loro», dei suoi fedeli amici, con i quali aveva formato la neo-scuola russa e con i quali aveva creata la nuova legge della verità musicale. Dargomijsky era morto fedele al suo ideale, gli altri erano morti spiritualmente, perché erano ritornati indietro verso i principii già abbandonati. Li definì «un gruppo di traditori ignobili.

Guardò da lontano la sua persona, abbandonato dagli amici e dalla società in cui era nato e cresciuto; stanco tìsicamente e disperato moralmente. Sebbene lo spirito fosse rimasto incontaminato e vigile, le forze erano estremamente esaurite. Ebbe chiara la visione della sua solitudine.

Questo stato d'animo impressionò il suo amico e parente Arsenio Golenistceff-Kutusoff, giovane poeta che Mussorgsky amava puramente e col quale si confidava nel periodo in cui visse con lui in una modesta abitazione.

Da questo stato d'animo nacquero le poesie di Kutusoff Senza sole, che Mussorgsky trasferì in melodie stupende, quale visione della sua disperata solitudine.

Perfino il suo «venerato», il suo «generalissimo» Stassoff s'era allontanato da lui. Mussorgsky fingeva di non comprendere questo distacco perché, assieme alla sorella di Glinka, Stassoff era l'unica amicizia a cui s'aggrappava. Ma Stassoff errava nel suo giudizio a proposito di Senza sole, definendo questo ciclo non degno di Mussorgsky e non apprezzando una delle più squisite gemme che il musicista ha lasciato.

Boris Christoff

Testi

Fra quattro mura

Piccola camera quieta, graziosa.
Ombra inscrutabile, e silenziosa,
Pensiero, intimo, canto che geme
nel cor tremante, secreta speme.
Un volo rapido d'attimi vani,
lo sguardo fisso a beni lontani,
nel cor paziente i dubbi copiosi,
ecco la mia notte. Notte solitaria!


Non m'hai riconosciuto nella folla

Non m'hai riconosciuto nella folla
allor che il tuo sguardo incontrai,
errante e muto, sì che ne rimasi
scosso e rapito.

Fu solo un rapido istante
ma, credi, rivissi allora
le ebbrezze lontane d'amore,
l'oblìo, l'amaro dolce!


I giorni di festa sono finiti

Finito è l'odio ed il rumore,
la vita umana è silente. Tutto è pace.
L'ombra e il sopore avvolgono la città dormiente.
Ma il sonno fugge via da me,
nel raggio di lontana aurora,
la mente mia s'angoscia, ahimè.
E spirano rimpianti le pagine degli anni andati.
Rievoco nell'anima mia sogni appassionati,
spemi, impulsi, illusioni. Ahimè, sono fantasmi vani!
Qual tedio in questa folla morta
delle cui parole l'antico suono
non ha su me potere alcuno.
Fra tutte l'ombre m'apparì
un'ombra sola, dolce, amorosa,
la fida amica d'altri tempi su di me si chinò silenziosa.
E diedi a lei tutta la vita in una lacrima silente
da lungo tempo custodita nel mio cuore segretamente.


La noia

La noia, la noia è il tuo destino!
Non v'è piacere senza penare,
non v'è ritorno senza commiato
né vittoria senza lotta.
La noia! udendo le parole d'amore,
nel muto vuoto del tuo cuore,
rispondi con un falso ardore
del sogno vergine al chiarore.
La noia! ormai fino alla morte
la via tracciata fu per te; ed ogni dì
sei meno forte, e poi morrai.
E Dio sia con te.


Elegia

Nella nebbia la notte si assopisce.
Una stella solitaria si vede
scintillare nel cielo oscuro.
E s'odono le sonagliere dei cavalli
al pascolo risuonare tristemente
come nubi notturne
mutevoli e agitate
su di me gravano pensieri tetri ed angosciosi,
riflessi di speranze accarezzate,
da tempo ormai perdute son morte nel mio cuore.
Resta il rimpianto solo e il pianto.
E passano i pensieri sempre senza mèta:
i sogni del passato richiamano al cuore
e si trasformano in un volto tanto amato
e dentro un nembo scuro, pieno di minaccia muta,
l'animo sconvolto guarda al futuro.
E s'ode di lontano il rombo della vita,
il brusio della folla
il sussurrio dell'odio,
e il gemito senza fine delle miserie umane...,
della morte il cupo suono!
La stella messaggera cela timorosa
la sua luce nella triste bruma,
come il mio avvenire impenetrabile e muto.


Sull'acqua

La luna assorta,
le stelle lontane nel cielo azzurro si riflettono nelle acque.
Guardo in silenzio le acque profonde.
Il cuore sente un mistero nell'onde.
Scorrono le correnti con carezza mite.
Nel loro magico mormorare
sento pensieri, passioni infinite.
E ignota voce odo suonare.
Carezza l'anima ma la può atterrire.
Mi spinge nel fiume? No, io rimarrò qui.
Ma la voce mi scaccia? Io fuggirò angosciato.
Mi chiama al fondo? Giù nell'onde mi getterò.


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di santa Cecilia,
Roma, Sala Accademica di via dei Greci, 6 marzo 1973

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Ultimo aggiornamento 16 ottobre 2013
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