Glossario



Quarto Concerto in re minore

Musica: Niccolò Paganini
  1. Allegro maestoso (re minore)
  2. Adagio flebile con sentimento (fa diesis minore)
  3. Rondò galante: Andantino gaio (re minore)
Organico: violino solista, 2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe, 3 tromboni, timpani, grancassa, archi
Composizione: 1829 - 1930
Prima esecuzione: Francoforte, Stadttheater, 26 aprile 1830
Edizione: inedito

Guida all'ascolto (nota 1)

È nel 1828 che Niccolò Paganini, al culmine della sua carriera di concertista, abbandona l'Italia per impegnarsi in una tournée europea che lo terrà distante complessivamente per oltre sei anni dalla penisola. Nel 1828 il violinista si esibì a Vienna, Praga e Varsavia; e qui trovò fra il pubblico uno Chopin diciannovenne, che si affrettò a scrivere il Souvenir de Paganini. In seguito compì un giro in Germania, per essere acclamato negli anni successivi ancora a Parigi e in Inghilterra. La tournée europea di quegli anni non solo sottopose il violinista-compositore a una faticosissima pianificazione di impegni, ma rese anche necessario l'ampliamento del suo repertorio. In questa prospettiva si spiega la stesura di un nuovo Concerto, il Quarto, da usarsi nelle "accademie" pubbliche e private come preziosa variante rispetto ai precedenti. Nel febbraio 1830 Paganini poteva annunciare da Francoforte, in una lettera a un amico genovese, il completamento della partitura, eseguita il 26 aprile nella stessa città, con il consueto trionfo (va ricordato che nel nostro secolo il Concerto fu riproposto solamente nel 1957 da Arthur Grumiaux, che ne mise insieme la parte solistica e quella orchestrale, tramandata separatamente). Una esibizione di due settimane prima doveva lasciare un'impressione indelebile sul giovane Robert Schumann. Quest'ultimo dato è, in un certo senso, emblematico dell'influenza dell'arte di Paganini; per la giovane generazione romantica - per Schumann, ma anche per Liszt e Chopin - Paganini si proponeva come un modello da emulare; la contìnua tensione verso il superamento dei limiti tecnici appariva come una lezione di affermazione prepotentemente individualistica della personalità - e in questo risiede il significato altìssimo del suo virtuosismo, oggi fortunatamente non più inteso nell'accezione culturalmente riduttiva di tempi non ancora lontani. Eppure, accanto all'anima romantica e rivoluzionaria, l'arte di Paganini ne ha una classicistica e tradizionalista, che si traduce in un retaggio artigianale ancora legato ad una prassi in qualche modo settecentesca. Non a caso i suoi sei Concerti rimangono saldamente ancorati alla dialettica del Concerto classico, accogliendo ingenti suggestioni operistiche, soprattutto rossiniane.

Nel caso del Quarto Concerto è probabile che il contatto con la prassi musicale tedesca, che poteva vantare orchestre di qualità, stimolasse il compositore a curare con particolare attenzione la veste orchestrale, che si avvale di un certo spessore sonoro e di una sicura varietà nell'alternanza delle famiglie strumentali. Protagonista, comunque, è ovviamente il violino, che non esibisce mai un virtuosismo puro e fine a se stesso. Anzi, la natura del violino di Paganini, in questo Concerto come altrove, è dualistica. Da una parte troviamo l'espressione cantabile, elegiaca, affidata a una melodiosità pura e lirica; dall'altra parte invece il solista fa ricorso alle mirabolanti trovate destinate a stupire le platee europee, ma questi ultimi momenti sono convogliati in sezioni ben definite della partitura, in modo da acuire la tensione espressiva prima del ritorno, liberatorio, dei temi principali. La predominanza del solista ha anche un'altra conseguenza sull'organizzazione formale della partitura. Infatti, piuttosto che seguire i procedimenti tipici della scrittura di scuola tedesca, basati sulla elaborazione di pochi temi di base, Paganini preferisce basarsi su una logica paratattica, ovvero sulla successione e sull'avvicendamento di numerosissime melodie. Da questo deriva la straordinaria piacevolezza melodica del Concerto, frutto non di banalità creativa - come pure a lungo si è sostenuto rispetto all'invenzione del compositore - bensì di un preciso calcolo sugli effetti di tensione e compiacimento da ottenersi sull'ascoltatore.

L'Allegro maestoso che apre il Concerto comprende una vasta introduzione orchestrale, due episodi del violino, e una cadenza; ciascuno dei momenti solistici è preceduto e seguito da nuovi interventi dei "tutti". Il movimento si apre con una frase scattante dei violini, accompagnata in contrattempo da "colpi" orchestrali; il secondo tema è una variante della prima idea che si presenta in maggiore con un aspetto lirico, nonché affidato ai fiati; un ponte, chiuso sempre da pizzicati, lascia il posto a una nuova enunciazione del primo tema, e poi alla coda. Già nel primo intervento del solista troviamo l'alternanza fra le due fisionomie del violino di Paganini, quella intimistica e quella volitiva, che si alternano compiutamente e con equilibrio per tutto il movimento; lo sviluppo include nuovo materiale tematico, mentre la riesposizione è abbreviata e omette il primo tema. In mancanza dell'originale, la cadenza viene fornita dall'interprete.

Il secondo tempo è un Adagio flebile con sentimento che, in un elenco manoscritto di pezzi da stamparsi, fu affiancato dall'autore col disegno di un cuoricino; segno che questo movimento ha qualche sotterranea relazione con un legame sentimentale del violinista, intrecciato con la baronessa Helene von Feuerbach. Sebbene aperto con una severità degna della Marcia funebre dell"'Eroica" di Beethoven, questo Adagio è pervaso da un fraseggio levigato e sentimentale, ed è tutto incentrato su una atmosfera elegiaca, che certo deve più di un dettaglio alla celebre preghiera di Maometto Secondo (1820) e Assedio di Corinto (1826) di Rossini. Si tratta di un semplice Lied, con due sezioni gemelle inframezzate da una distensiva sezione in maggiore.

Il finale, (Rondò galante. Andantino gaio), il tempo più virtuosistico, è una sorta di remake della celebre "Campanella" del Concerto n. 2 con la presenza di un triangolo che si fa udire insistentemente sul refrain, un tema in 6/8 di ascendenza tzigana. Questo refrain oscilla fra il modo minore e quello maggiore, e viene alternato con due episodi assai differenti; non mancano le risorse prodigiose del violino, come l'episodio basato sugli armonici "doppi" alternati con passaggi in "saltato"; un effetto seducente, prima dell'ultima ripresa del refrain.

Arrigo Quattrocchi


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia.
Roma, Auditorio di via della Conciliazione, 23 novembre 1997

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Ultimo aggiornamento 28 maggio 2017
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