Glossario
Guida all'ascolto



La sacra rappresentazione d'Abram e d'Isaac

Musica di scena in un atto con un prologo e tre quadri

Testo del libretto (nota 1)

NARRATORE

La rappresentazione di Abramo e Isacco, suo figliolo.
L'Angiolo annunzia la festa.

L'ANGELO ANNUNCIATORE

Nel Genesi la santa Bibbia narra
Come Dio volse provar l'ubidienza
Del Patriarca Abram sposo di Sarra
E per un angiol gli parlò in presenza:

E sì gli disse: togli il tuo figliuolo
Unigenito Isac, il qual tu ami,
E di lui fammi sacrificio solo:
E mostrerotti il monte, perché brami
Saper il loco; e non menare stuolo:
Và, ch'io tel mostrerò senza mi chiami:
Cammina per la terra aspra e diserta,
E fammi sol del tuo flgliuol offerta.

Isaac disse allora: o padre mio,
Dov'è, la bestia che debb'esser morta?
Abram rispose: il nostro grande Iddio
Provederà ch'ella ci sarà porta:
Fa' pur aver in lui tutto il disio,
E questo peso volentier sopporta.
Qualunque serve a lui con puro core
Sostiene ogni fatica per suo amore.

Questo parlar d'Isac era un coltello,
Che 'l cor del santo Abram feriva forte,
Pensando ch'al figliol suo dolce e bello
Con le sue propie man dovea dar morte:
Ma del servire a Dio avendo sete
Volse ubidir, siccome voi udirete.

L'ALTRO ANGELO

Abram, Abram, odi il divin precetto:
Con tutto il cor sincero Isaac prendi
Unigenito tuo figliol diletto,
Il qual tu ami, e sopra il monte ascendi,
 
Che tu vedrai dinanzi al tuo cospetto:
E di lui fammi sacrificio, e intendi
Ben quel ch'io dico, e va per via selvaggia,
E fa che 'l mio parlar invan non caggia

NARRATORE

Abramo come sente l'Angiolo, di subito si leva dal letto stupefatto ed inginocchiasi; e come l'Angiol ha detta la stanza, si parte, e Abram stando ginocchioni dice:

ABRAMO

Come tu vedi, o santo Dio eterno,
I' son disposto a far quel che tu vuoi,
Quantunque alla mia mente paia scherno
Per quel che tu promesso avevi a noi,
Dicendo: Io farò patto sempiterno
Col tuo figliuolo, e si gli darò poi
Gran terre e gente senza alcun inganno
E molti re d'Isaac nasceranno.

Non debbe il servo del suo buon signore
Cercar ragion di suo comandamento.
Essendo Dio, tu meriti ogni onore,
Onde ubbidirti vo' con mio tormento.
Tu se' l'Onnipotente Creatore,
E puoi far vero ogni tuo parlamento;
E così debbo credere e sperare,
Ch'essendo morto il puoi risuscitare.

Sta' su, Isaac mio, più non dormire,
Odi il voler del nostro eterno Dio:
Imposto m'ha ch'i' vada ad offerire
El sacrificio santo, giusto e pio:
Però disponti di voler venire
Ad aiutarmi far l'obbligo mio,
Abbi la volontà presta e non lenta,
E guarda ben che Sarra non ti senta.

State su, servi miei, fedeli e saggi,
Andate presto, e l'asino sellate;
Prendete tanto pan che ciascun n'aggi
Per giorni sei, quant'è necessitade;
Camminar voglio per luoghi selvaggi.
Sì dell'acque ancor vo' che portiate,
E sopra tutto fate in cotal forma,
Che non destiate in casa alcun che dorma.

Fate d'aver di legno un gran fastello
Per poter fare il sacrificio santo;
Prendete ancor del'fuoco, ed un coltello,
E appresso a noi andrete innanzi alquanto:
Fate con fatti appien quanto favello,
Sì che di voi mi possa poi dar vanto,
E, non essendo ben la bestia doma,
Curate sì che non caggi la soma. 

Camminiam dunque col divino aiutò,
Perocché in punto son tutte le cose,
E nessun per la via sia dissoluto
In suo' pensieri, o in parole oziose:
Ciascun ripensi s'egli è mai caduto    
Contra ragione in cose viziose,
E d'ogni colpa a Dio chieghiam perdono,
Rendendo grazia a lui d'ogni suo dono.

NARRATORE

Isaac cammina su pel monte con le legnè in collo e Abram gli va dietro col coltello in mano. E giunti sulla sommità edificheranno un altare.
In questo mezzo Sarra si leva dal suo luogo, esce, si guarda attorno come trasognata, corre alle camere di Abramo e Isacco e non vedendoli mostra meraviglia e dolore.

ABRAMO

O dolce Isacco, mio, caro figlolo
Porta sopra di te questo fastello
E su nel monte vien meco tu solo
Ed io porterò il fuoco e il gran coltello
E per amor di Dio sostien tal duolo
Che grazia ci è di poter servir quello.
Abbi sempre al ben far la voglia verde
Perocché nessun ben giammai ei perde.

NARRATORE

Sarra chiama tutti quegli di casa sua domandando di Abram e di Isaac piangendo, e dice così:

SARRA

O tutti quanti voi di casa mia,
Per Dio, udite quel che vi favello:
Ecci verun che sappi dove sia
El nostro Abram e 'l mio Isaac bello?
Già son tre giorni che gli andaron via:
Nel cor mi sento battere un martello;
E 'l lor partirsi senza farmi motto
M'ha di dolor la mente e 'l corpo rotto.

NARRATORE

Uno de' servi risponde:

SERVO

Madre benigna, reverenda e santa,
Di quel che parli non sappiam niente:
Veggendati sommersa in doglia tanta,
Di loro abbiam domandato ogni gente;
Di sapergli trovar nissun si vanta,
Ma ben crediam che fien qui prestamente:
Sempre si vuol, dove non è rimedio,
Sperar in Dio, fuggendo angoscia e tedio.
 
SARRA

O patriarca Abram, signor mio caro,
O dolce Isaac mio, più non vi veggio:
El riso m'è tornato in pianto amaro,
E, come donna, vo' cercando il peggio;
Signor del cielo, s'io non ho riparo
Di ritrovargli più, viver non chieggio.
Men doglia mi era di sterile starmi,
Che del marito e figliuol mio privarmi.

SERVO

Deh non dir più così, madonna nostra,
Che Dio non abbandona i servi suoi.

SARRA

Come mi posso contener del pianto,
Privata del marito e 'l figliuol santo?

NARRATORE

Giunti in sommità del monte Isaac si volge ad Abram e dice così:

ISAAC

O reverendo padre, ecco le legne,
Ecco il fuoco e 'l coltel nella man vostra
Da poter far l'offerte sante e degne,
Ma l'animal ti priego, ora mi mostra.
Di mandrie o pecorai non veggio insegne,
Di chi dunque farem l'offerta nostra?
Noi siam qui in luogo silvestro e diserto;
Priego mi faccia di tal dubbio certo.

ABRAMO

O dolce e caro figliuol mio,
Odi 'l parlar del tuo piangente padre:
Con tanti voti, prieghi e gran disio,
Essendo vecchia e sterile tua madre,
Io ti acquistai dal magno eterno Iddio,
Nel nostro ospizio albergando le squadre
De' poveri, pascendogli del nostro,
Servendo sempre a Dio, com'io t'ho mostro.

Quando nascesti, dir non si potrebbe
La gran letizia che noi ricevemmo;
Tanta allegrezza nel cor nostro crebbe,
Che molte offerte a Dio per te facemmo;
Per allevarti, mai non ci rincrebbe
Fatica o spesa grande che ci avemmo,
E per grazia di Dio t'abbiam condotto
Che tu se' sano, ricco, buono e dotto.

Ma quello eterno Dio che mai non erra,
A maggior gloria ti vuol trasferire,
E non gli piace al presente, per guerra
O per infermità farti morire,
Ma piace a lui ch'i' ti debba offerire
Nel suo cospetto in santo sacrificio,
Per la qual morte arai gran beneficio.

ISAAC

Come hai tu consentito, o padre santo,
Di dar per sacrificio sì gran dono?
Per qual peccato debbo patir tanto
Crudo tormento, senza alcun perdono?
Abbi pietà del mio innocente pianto,
E della bella età nella qual sono.
Se del camparmi non mi fai contento,
Io farò una morte, e tu poi cento.

O santa Sarra, madre di pietade,
Se fussi in questo loco io non morrei;
Con tanti pianti e voti ed umiltade
Pregherresti il Signor, ch'i' camperei.
Se tu m'uccidi; o padre di bontade,
Come potra' tu ritornare a lei?
S'egli è possibil far contento Dio,
Fa ch'i' non muoia, dolce padre mio.

ABRAMO

El nostro Dio, che è infinito amore,
Sempre più che te stesso amor ti porta,
Ed ancor ti farà maggior signore,
Perché susciterà tua carne morta.
E non fu mai mendace parlatore:
Sicché di tua promessa or ti conforta,
E credi fermo quel che Abram ti dice,
Che tu sarai al mondo e 'n ciel felice.

ISAAC

O fedel padre mio, quantunque il senso
Pel tuo parlar riceva angoscia e doglia,
Pure, se piace al nostro Dio immenso
Ch'i' versi il sangue ed arsa sia la spoglia
In questo loco sopra il fuoco accenso,
Vo' far contenta l'una e l'altra voglia,
Cioè di Dio e di te, o dolce padre,
Perdendo tante cose alte e leggiadre.

O vero sommo Dio, se mai t'avessi
Per ignoranza in alcun modo offeso,
Priego che m'abbi i mie' vizi rimessi,
E fammi tanto del tuo lume acceso
Ch'e mie' pensier sien tutti in te impressi,
Per esser tra gli eletti in ciel compreso:
Dunque, se vuoi che sia teco congiunto,
Fammi costante e forte in questo punto.

O dolce padre mio, pien di clemenza,
Riguarda me condotto al punto stremo:
Priega l'eterno Dio che sua potenza
Mi faccia forte, perché alquanto temo:
Perdonami ogni mia disubbidienza;
Che d'ogni offesa con tutto il cor gemo;
Ma prima ch'io' patisca passione,
Priego mi dia la tua benedizione.

NARRATORE

Abram alzando gli occhi al cielo, dice questa stanza e al quinto verso benedice Isaac, e ai due ultimi versi piglia colla man sinistra Isaac per li capelli e nella man destra tiene il coltello alzato e dice così:

ABRAMO

Da poi che t'è piaciuto, eterno Dio,
Avermi messo a questo passo stretto,
Col cor ti priego quanto più poss'io,
Che da te sia Isaac benedetto:
Con tutta l'alma e con ogni disio
Ti benedico, figliuol mio diletto.
E tu, Signore, poi che t'è in piacere,
Sia fatto in questo punto il tuo volere.

ANGELO

Abram, Abram, non distender la mano
Sopra Isaac tanto giusto e pio,
E non versare il santo sangue umano
Del tuo figliuol fede! buon servo mio:
Tu non hai fatto il mio precetto vano,
Ed or conosco ben che temi Dio,
Dappoiché per amor non perdonavi
Al tuo figliuolo, al qual tu morte davi.
El seme tuo farò moltiplicare
Come le stelle del ciel ch'i' creai.

ABRAMO

Lieva su ritto, o figliuol dolce e buono,
Alza il tuo core' al nostro eterno Dio,
E rendi grazie a lui di sì gran dono,
Che vedi quanto egli è clemente e pio.
Duo gaudii magni al presente in me sono
Che fanno giubilar tutto il cor mio;
L'un d'aver fatto ogni divin precetto,
L'altro vederti salvo e sì perfetto.

ISAAC

O infinito amore, o: sommo bene,
O carità eterna, o Dio immenso,
Ringraziarti vorrei qual si conviene,
Ma non mi basta il cor, la voce e il senso:

ABRAMO

Guarda se 'l nostro Dio è clementissimo,
Che conoscendo il nostro desiderio,
Ha provveduto d'un monton bellissimo,
E qui tra' pruni è posto in gran misterio;
Del qual vo' far sacrificio, santissimo
Per te, figliuol, che sei mio refrigerio;
E mentre che facciamo il sacrificio
Laudiamo Dio di sì gran beneficio.

ISAAC

Tutto se' dolce, Dio Signore eterno,
Lume, conforto e vita del mio core:
Quando ben mi t'accosta allor discerno
Che l'allegrezza è senza' te dolore:
Se' tu non fussi, il ciel sarebbe inferno,
Quel che non vive teco sempre muore:
Tu sei quel vero e sommo ben perfetto,
Senza il qual torna in pianto ogni diletto.

NARRATORE

Tornando verso casa, Sarra gli vede, e va loro incontro, prima abbraccia Isaac, e dipoi Abram, e piangendo dice:

SARRA

Dolce figliuol, conforto del mio core,
Nel tuo partir perché non mi parlasti?
O santo mio compagno e, buon signore,
In quanti affanni e pene mi lasciasti!
Ha meritato questo il grande amore
Ch'io v'ho portato, che voi mi celasti
Vostra partita? e son sei giorni stata
Più ch'altra donna afflitta e tributata.

ISAAC

Risponder voglio, o santa genetrice,
Per consolar la tua afflitta mente:
In questo punto fatta sei felice
Più che donna che al mondo sia vivente:

El massimo monarca, eterno Dio
Volse il nostro fedel Abram provare,
E cornandogli che del corpo mio
Dovesse santo sacrificio fare:

Abram, di santa ubbidienza fonte,
Mi menò seco senza dirmi questo,
Ma quando fummo saliti in sul monte
Mi fe' il divin precetto manifesto,

Alzando il braccio per volermi dare
Con questo gran coltello in su la testa,
L'angiol di Dio li cominciò a parlare
Prendendo la sua' man dicendo: questa

Morte non voglio che tu faccia fare
Al tuo figliuol, e non gli dar molestia:
Allor mi sciolse, e con gran riverenza
Rendemmo laude a Dio di tal clemenza.

SARRA

Pel tuo parlare io son tanto smarrita
Che li spiriti miei sento mancare:
Miracolosamente io t'acquistai,
Con miracol maggior sei ritornato,
Perché finiti son tutti i miei guai:
Con tutto il cor il Signor sia laudato:
Per satisfare al dolor ch'io portai
Vo' che si canti e balli in questo lato;
Ciascun in compagnia dell'Angiol buono
Ringrazi Dio di questo magno dono.

TUTTI

Chi serve a Dio con purità di core
Vive contento e poi salvato muore

ANGELO

Chiaro compreso avete il magno frutto
Dell'osservar tutti i divin precetti,
Perocché 'l nostro Dio signor del tutto
Ha sempre cura de' suo' servi eletti:
Se disporrete trarne buon costrutto
Terrete e' vostri cor da colpe netti;
E 'nnamorati di santa ubidienza,
Ciascun si parta con nostra licenzia.


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Teatro Argentina, 22 aprile 1956

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Ultimo aggiornamento 1 dicembre 2016
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