Glossario



Concerto n. 1 in re maggiore per violino e orchestra, op. 19

Musica: Sergej Prokofiev
  1. Andantino
  2. Scherzo. Vivacissimo
  3. Moderato. Allegro moderato
Organico: violino solista, ottavino, 2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 4 corni, 2 trombe, basso tuba, timpani, tamburo, tamburello, arpa, archi
Composizione: 1916 - 1917 (nuova versione 1923)
Prima esecuzione: Parigi, Théâtre de l'Opéra, 18 ottobre 1923
Edizione: Gutheil, Parigi, 1921

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

La varietà della sua attività creativa in ogni genere compositivo e la poliedricità della sua inventiva - specialmente negli anni 1915-17 in cui videro la luce lavori come la Suite scita, le Visioni fuggitive, la Sinfonia classica, il Terzo Concerto per pianoforte, la Cantata Sette, erano sette, le Sonate per pianoforte n. 3 e n. 4, il Primo Concerto per violino ecc. - furono analizzate dallo stesso Prokof'ev con sorprendente acume quando scrisse nell'autobiografia la seguente "occhiata d'insieme": «La prima linea su cui si è sviluppato il mio lavoro fu la linea classica, che si può far risalire alla fanciullezza e alle Sonate di Beethoven che ascoltavo suonare da mia madre. Questa linea talvolta assumerà una forma classica, talaltra imiterà i classici del Settecento. La seconda linea, il filone moderno, comincia dall'incontro con Taneev, quando egli mi rimproverò la crudezza delle mie armonie. Inizialmente identificabile nella ricerca di un mio proprio linguaggio armonico, essa si sviluppa nella ricerca di un linguaggio capace di esprimere delle forti emozioni. La terza linea è la toccatistica o motoria, suggerita dalla profonda impressione che destò in me la Toccata di Schumann la prima volta che la udii. La quarta linea è lirica: dapprima essa appare come un sentimento pensoso e meditativo, per lo più associato con melodie lunghe. Gradirei limitarmi a queste quattro linee e considerare la quinta linea, la grottesca, come una semplice deviazione. Preferisco infatti che la mia musica sia descritta con le tre parole che descrivono i vari gradi dello Scherzo: capricciosità, ilarità, beffa».

Insieme alla vivacità, un singolare senso del visionario pervade l'ispirazione di Prokof'ev quando si accinge, nell'estate del 1917, ad ultimare il Concerto n. 1 in re maggiore, iniziato nel 1915 e conosciuto la prima volta soltanto il 18 ottobre 1923 a Parigi, con l'Orchestra dell'Opera condotta da Sergej Kusevitzkij, solista Marcel Darrieux. Numerosi gli amici in platea, a Parigi: Pavel Kochanski, Karol Szymanowski, Arthur Rubinstein, Aleksandr Benua, Anna Pavlovnà, Picasso. Nel corso della medesima serata, secondo le cronache del tempo, era in programma anche l'Ottetto per strumenti a fato di Stravinskij che riscosse un grande successo, per lo più a spese del Concerto in re maggiore di Prokof'ev che venne tacciato di "melodismo alla Mendelssohn". Qualche giorno dopo, il 21 ottobre, si svolse a Mosca l'esecuzione dello stesso Concerto al quale arrise un vero e proprio trionfo, anche per merito degli interpreti che furono Nathan Milstejn come solista all'arco e Vladimir Horowitz che eseguiva al pianoforte la parte dell'orchestra.

Pervade l'intero tracciato musicale del Concerto un senso di straordinaria freschezza e di strepitosa originalità, risultando la composizione caratterizzata da un'ispirazione agile e fantasiosa, da una scrittura strumentale virtuosistica ed essenziale, da una doviziosa articolazione tematica e da un nuovo colore violinistico. Nei confronti dei primi due Concerti per pianoforte e orchestra (1912-1913), questo Concerto per violino evidenzia una notevole, maggiore maturità nell'arte e nell'inventiva di Prokof'ev dal momento che il compositore non ha giocato le sue carte migliori sull'elemento ritmico o sulle masse sonore ma ha privilegiato un chiaro linguaggio eminentemente lirico nel primo movimento e nella coda del Finale, al quale fa da momentaneo contrasto l'atteggiamento grottesco del vivacissimo tempo centrale. L'idea principale dell'intero lavoro sembra tendersi come, un arco splendente fra l'avvio dell'Andantino iniziale e la conclusione del terzo movimento.

Luigi Bellingardi

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

Pochi compositori del nostro secolo hanno coltivato come Prokof’ev le forme della tradizione classica. A testimoniarlo stanno non soltanto i titoli di molte sue composizioni - le Sinfonie, i Concerti, le Sonate, i Quartetti e via dicendo - ma soprattutto il trattamento della materia musicale. Ogniqualvolta Prokof’ev affronta uno di questi generi, lo fa nel fondamentale rispetto dei principi non soltanto nominali che li governano - seminando a piene mani le proprie doti più autentiche: che sono quelle di un magistero tecnico di prim'ordine - ma anche della chiarezza d'idee e di una capacità creativa innata. Il tratto personale di Prokof’ev s'inscrive tutto all'interno della musica, scava a fondo nella sostanza lasciando intatto l'involucro esterno. La sua modernità si rivela non tanto nella critica alle convenzioni quanto nell'adeguamento della soggettività alla disciplina della forma, in un atteggiamento costruttivo che consapevolmente accetta il confronto con la storia e lascia trasparire semmai sullo sfondo un distacco venato di originalità.

Il giovanile Concerto per violino e orchestra in re maggiore, composto nel 1916-17, mostra esplicitamente questi legami ma è anche un ripensamento della tradizione alla ricerca di una rapida maturazione stilistica. I momenti migliori li raggiunge là dove il solista, stagliandosi su un'orchestra mobilissima e variegata, si addentra in una vegetazione di suoni rari, d'immagini fantastiche e di luminose fioriture. Qui Prokof’ev offre spazio al lato più puramente lirico della sua ispirazione, sospendendosi in assorte melodie che tendono all'oggettività. Questo carattere del Concerto si presenta fin dall'inizio, nella intimità raccolta che apre il primo movimento, Andantino: un tema "sognante", pieno d'incanti armonici, sale lentamente verso le regioni acute, dipanandosi con semplicità, sostenuto dal tenue accompagnamento dell'orchestra. Ribaltando la disposizione tradizionale Prokof’ev pone all'inizio e alla fine, come primo e terzo movimento, due tempi lenti; lasciando al vivacissimo Scherzo centrale il compito di rappresentare un vivido contrasto sia timbrico (con il rilievo degli ottoni e delle percussioni) sia espressivo. Nello Scherzo si assiste a una girandola di suoni su un tema di schietta matrice popolare, in un intreccio di figurazioni incisivamente sbalzate nel ritmo. Il Finale (in tempo moderato) ritorna al clima eminentemente lirico del primo movimento caratterizzato da un dialogo più partecipe con l'orchestra, in una veste timbrica che aderisce con l'essenzialità del colore all'articolazione delle parti. Il Concerto si chiude così in un'atmosfera assai delicata e rarefatta, fra i trilli del solista che ornano la ripresa del tema principale nel diafano registro sovracuto.

Sergio Sablich


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia;
Roma, Auditorium Parco della Musica, 31 gennaio 2009
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto del Teatro alla Scala, Milano, 10 febbraio 1992

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Ultimo aggiornamento: 22 novembre 2012
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