Glossario



Sinfonia n. 1 in re maggiore, op. 25 "Sinfonia classica"

Musica: Sergej Prokofiev
  1. Allegro (re maggiore)
  2. Intermezzo. Larghetto (la maggiore)
  3. Gavotta. Non troppo allegro (re maggiore)
  4. Finale. Molto vivace (re maggiore)
Organico: 2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe, timpani, archi
Composizione: 1916 - 10 settembre 1917
Prima esecuzione: San Pietroburgo, Sala dell'ex-Cappella di Corte, 21 aprile 1918
Edizione: Édition russe de Musique, Parigi, 1926
Dedica: Boris Assafieff

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

Assieme al Primo Concerto op. 19 per violino, la Sinfonia in re maggiore condivide, come data di composizione, un numero fatidico, il 1917, dell'anno cioè che per la Russia fu quello della Rivoluzione d'ottobre e per Prokof'ev segnò la conclusione dello sfolgorante suo apprendistato creativo, in cui tutte le premesse della vastità e della varietà della produzione musicale negli anni successivi trovarono già la loro enunciazione e definizione.

Fin dal giorno in cui nacque Prokof'ev cominciò a sentir musica in casa perché la madre era una buona pianista, con un notevole repertorio. Ad evitare che l'incontenibile esuberanza dell'inventiva giovanile di Prokof'ev avesse a disperdersi, provvidenziale fu a undici anni, nel 1902, l'incontro a Mosca con Tane'v e, su consiglio di quest'ultimo, con Glière, pedagogo di gran fama. Già in quell'estate Glière trascorse le vacanze a Sonzovka, insegnando musica a Sergej Prokof'ev che nel 1904 fu presentato a Glazunov, venendone incoraggiato a frequentare il Conservatorio: dopo il brillante esame d'ammissione, il giovanetto si iscrisse al corso di armonia di Ljadov nel 1904 e nel 1906 al corso di strumentazione di Rimskij-Korsakov e di pianoforte con Winkler. Nel 1908, dopo la scomparsa di Rimskij-Korsakov, seguì la classe di composizione di Vihtol, e poi con Cerepnin il corso di direzione.

Da due anni, su invito del critico Karatijgin, Prokof'ev prendeva parte alle "Serate di musica contemporanea" di Pietroburgo, conoscendo lavori di Debussy, Roussel, Reger, Wolf, Strauss, Schönberg, Rachmaninov, Skrjabin, Stravinsky, e non mostrando alcuna soggezione ad esibirsi in pubblico come pianista. Cerepnin, oltre a stimolare le aspirazioni innovataci di Prokof'ev, sapeva contemporaneamente radicare in lui l'amore per la tradizione di Haydn e di Mozart, per le eleganti forme delle danze del diciottesimo secolo e per la trasparente strumentazione classica. Lasciato il Conservatorio nella primavera del 1914, Prokof'ev si giovò d'una vacanza-premio e visitò Parigi e Londra ove fece la conoscenza, tra gli altri, di Djagilev e di Stravinsky. Già allora il giovane compositore risultava in grado di analizzare la varietà della propria attività creativa e la poliedricità dell'ispirazione, come risulta da un emblematico inciso dell'Autobiografia: «La prima linea su cui si è sviluppato il mio lavoro fu la linea classica, che si può far risalire alla fanciullezza e allo studio delle Sonate di Beethoven, che ascoltavo nell'esecuzione di mia madre. La seconda linea, il filone moderno, comincia dall'incontro con Tane'v, quando egli mi rimproverò la "crudezza" delle mie armonie. La terza linea è la toccatistica o motoria, suggerita dalla profonda impressione che destò in me la Toccata di Schumann, la prima volta che la udii. La quarta linea è lirica: dapprima essa appare come un sentimento pensoso e meditativo, per lo più associato con melodie lunghe. Gradirei limitarmi a queste quattro linee e considerare la quinta, la "grottesca", come una semplice deviazione. Preferisco infatti che la mia musica sia descritta con le tre parole che descrivono i vari gradi dello Scherzo: capricciosità, ilarità, beffa».

Conosciuta la prima volta a Pietrogrado il 21 aprile 1918, con l'ex Orchestra di Corte diretta dall'autore, la Prima Sinfonia non intende essere un'ironica imitazione dello stile settecentesco ma la creazione originale di un artista moderno che procede fra vecchie strade abitate da nuove generazioni. In tale prospettiva va "letta" la frase di Prokof'ev secondo cui «se Haydn fosse vissuto ai nostri giorni, egli avrebbe parte del suo vecchio stile, pur accettando nello stesso tempo qualcosa di nuovo». Il primo movimento è un conciso Allegro in forma-sonata nella tonalità di re maggiore dall'incedere rapido e leggero. Il primo tema, enunciato con brio, è di stampo haydniano o mozartiano, ma è caratterizzato da uno schema armonico capriccioso, spostandosi in do maggiore alla seconda sua apparizione, per tornare poi alla tonalità d'impianto. Una transizione, con una frase singolare, porta al secondo soggetto, in la maggiore, che assume un tono garbatamente burlesco per i salti di due ottave dei violini, le note ornate, l'accompagnamento in staccato del fagotto. L'esposizione si conclude con una sezione che amplia il respiro del primo tema. Lo sviluppo è basato sul trattamento successivo del primo tema, della transizione e del secondo tema: in particolare, come ha notato l'Asaf'ev, il secondo motivo è trasformato da un "elegante, giocoso tema" nei "massicci passi di un gigante". Invertendo l'ordine iniziale dell'esposizione, la ripresa comincia con il primo tema in do maggiore per passare poi al re maggiore e restare in questa tonalità sino al termine. Il Larghetto, in la maggiore, è un aggraziato tempo in forma ternaria scritto nello stile di un minuetto. La sezione principale è contraddistinta da un tema che effonde accenti di tenerezza nei registri più alti dei violini, su un accompagnamento calmo e misurato. La sezione centrale imprime all'incedere della musica la scansione di una ritmica moderna su marcati contrasti dinamici che si rifanno genericamente ai moduli stilistici classici. Segue la ripresa della parte principale. Secondo il Nestyev, «lo stile dell'esposizione, spiccatamente il ritmo e il colore armonico, anticipa singolarmente l'atmosfera di certe danze in Romeo e Giulietta, come la Danza delle fanciulle delle Antille, per esempio». Il terzo movimento è una pungente Gavotta, in cui la genialità di Prokof'ev si esplicita nel risalto al parallelismo dei salti di ottava, nelle libere sovrapposizioni di triadi maggiori, nelle cadenze impreviste. Un episodio mediano della Gavotta è costituito da una tradizionale musette ove si colgono echi di canti popolari russi. Conclude la Sinfonia n. 1 un gaio Finale in forma-sonata e in tempo Molto vivace. Il primo soggetto del movimento è contraddistinto da arpeggi ascendenti e discendenti, passaggi di scale, piccole frasi gustosamente reiterate dai violini. Il secondo tema si caratterizza per lo spirito arguto del sinuoso e ondulante motivo dei legni. Un terzo tema, in la maggiore, porta a conclusione l'esposizione con una frase melodica tipicamente russa. Quest'ultimo motivo dà vita allo sviluppo in un susseguirsi di imitazioni sino ad una stretta che conduce alla ripresa. Ancora con il Nestyev, «le classiche immagini della musica del diciottesimo secolo vengono qui a riflettersi quasi attraverso il prisma del canto russo».

Luigi Bellingardi

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

«Trascorsi l'estate del 1917 nella più completa solitudine vicino a Pietroburgo; leggevo Kant e lavoravo molto. Il pianoforte l'avevo lasciato di proposito in città. Avevo l'intenzione di comporre un opera sinfonica senza l'aiuto del pianoforte. In una tale opera i timbri orchestrali avrebbero dovuto essere più puri. Nacque così l'idea di una Sinfonia nello stile di Haydn, poichè la tecnica di Haydn mi era divenuta più familiare in seguito agli studi compiuti nella classe di Cerepnin... Credo che se Haydn fosse vissuto fino a oggi avrebbe mantenuto la sua scrittura arricchendola però di alcune novità, volevo dunque comporre una Sinfonia in questo genere, una Sinfonia in stile classico. Qunado cominciò a prendere forma concreta la battezzai col nome di Sinfonia classica». Così Sergej Prokofiev (1891 - 1953) nella sua Autobiografia. Condotta a termine verso la fine dell'estate 1917, la Sinfonia classica fu eseguita per la prima volta sotto la direzione dell'autore a Leningrado il 21 aprile 1918, due settimane prima che Prokofiev lasciasse la patria per recarsi in America. La Sinfonia classica è opera emblematica di un musicista del Novecento che seppe conciliare, senza conflitti drammatici, modernità e tradizione. Essa non implica dunque, proprio in virtù della modernità di cui è nutrita, alcuna idea di imitazione pedissequa o di asservimento a schemi prestabiliti, ma è invece una ricreazione musicale di forme antiche con spirito e mezzi moderni. E la modernità di Prokofiev si rivela, hic et nunc nel terreno concreto del processo musicale; in certi scarti armonici che, pur senza stravolgerlo, «arricchiscono» il discorso musicale; o in certe pungenze ritmiche addirittura straordinarie di cui è disseminata la partitura, dove il ritmo diviene, oltre che scheletro della composizione, carne viva dell'organismo sonoro; o, infine nella fantasia e ricchezza della strumentazione, dove l'umorismo di Prokofiev rifulge di continue, inaspettate soluzioni timbriche.

I quattro tempi della Sinfonia seguono con rigore la successione del modello classico: così, al primo tempo in forma di sonata, segue un Larghetto intimamente espressivo e appena increspato di nostalgia, con, fra le righe, un timido accenno di ironia. Il terzo tempo, una Gavotta sull'esempio stilizzato delle danze di corte settecentesche, si raccomanda come il gioiello di tutta l'opera, che ha poi nel Finale (Molto vivace), impetuoso e spumeggiante, il rituale baldanzoso lieto fine. Il tutto in appena quindici minuti di musica bellissima.

Sergio Sablich

Guida all'ascolto 3 (nota 3)

«Trascorsi l'estate del 1917 nella più completa solitudine nelle vicinanze di Pietroburgo», scrive Prokofiev nell'Autobiografia. «Leggevo Kant [e Schopenhauer - secondo Niestiev] e lavoravo molto. Il pianoforte lo lasciai di proposito in città... Avevo l'intenzione di comporre un'opera sinfonica senza l'aiuto del pianoforte. In un'opera cosiffatta i timbri orchestrali avrebbero dovuto essere più puri. Ecco come nacque l'idea della Sinfonia nello stile di Haydn... Quando cominciò a prendere forma concreta la battezzai col nome di Sinfonia Classica».

Il 21 aprile del 1918 Prokofiev ne diresse la prima esecuzione con la ex-orchestra di Corte alla presenza di Gorky, di A. Benois e del Commissario per l'istruzione popolare, dal quale in questa occasione strappa il consenso per recarsi in America.

A rinfrescare l'ascolto di quest'opera, ormai entrata tra i classici del sinfonismo del Novecento, ricordiamo alla penna di Guido Pannain.

«La Sinfonia classica non implica idea alcuna d'imitazione né asservimento a schemi prestabiliti o a storture di neoclassicismo, quantunque l'autore stesso dichiari di averla scritta per l'efficacia esercitata su lui dalle Sinfonie di Haydn, grazie alla conoscenza che ne aveva acquistata nella scuola di Cerepnin. E' una musica limpida, di una trasparente lineare semplicità, corrente con bene ordinata sicurezza; forma pura ma non astratta, nutrita d'immagini vive. Fu concepita in tempi in cui vagavano per l'aria fantasmi neoclassici, ma il risultato fu ben altro che quello delle cachettiche riproduzioni generalmente designate con tal nome. La Sinfonia classica è una rappresentazione raffinatamente soggettiva, malgrado l'apparente disinteresse, dell'idea di uno stilizzato classicismo, alla quale il musicista imprime l'accento di una propria saporosa distinzione, ed è, quella improntitudine, una sorta d'impertinenza ritmica su uno sfondo di elegante ironia, alla quale poco fa si accennava e costituisce il carattere proprio della originalità di Prokofiev.

Il primo tempo è avviato con tutta serietà in una luminosa tonalità di re maggiore, nella quale il secondo motivo fa regolarmente il suo ingresso sulla quinta del tono, secondo le massime eterne della scuola. Ma guardate quanta malizia in tanta serietà, con quello sbalzo di due ottave del suono secco e tronco dei violini, staccato e acciaccato, subito ripreso al grave, dopo la brusca interruzione, col gesto insolente di un pudico sberleffo. Certo si tratta di un allievo beneducato il quale non vuol dare a vedere che ha perduto ogni rispetto per il maestro. Vanno insieme una serietà accogliente che si fa prendere in scolastica considerazione e il buon umore di uno spirito che se ne fa beffa. E' un ridere dell'animo che non dà in apparenze, anzi fa le viste di credere nel suo contrario. Un modo di fare disinvolto in cui la malizia del burlone va d'accordo con la sapienza del mestiere. Uno spiritoso ed elegante motteggiatore ha indossato la palandrana aulica e vuole dare ad intendere ch'egli sacrifica sul serio a gl'idoli della tradizione. Non sai se dà spettacolo a se stesso o agli altri, se scherza o fa sul serio perché le regole dell'arte le conosce a menadito ed è anche capace di cedere alla commozione, con quel leggero ritmo di danza a cui fa ombra un velo di malinconia ravvivato dalla saltellante arguzia di armonie distaccate. C'è anche una maliziosa aria di pedanteria nell'irrompere intrattenibile del finale, con i brevi accenni d'imitazioni tematiche saltate fuori da un passato di scuola che è diventato gioia di ricreazione. Il musicista lo contempla e gli fa festa, gli piace e ne ride. Qui è il vero Prokofiev, che sopravvive, fantasioso e ironico e pur sempre presente a se stesso, col suo umorismo aperto alla tenerezza e al fiabesco, in una singolare pienezza di esperienze umane».

Giorgio Graziosi


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia;
Roma, Auditorio di via della Conciliazione, 29 gennaio 1995
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Orchestra Haydn di Bolzano, Rovereto, 30 ottobre 1982
(3) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Filarmonica Romana,
Roma, Teatro Eliseo, 22 novembre 1962

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Ultimo aggiornamento: 14 febbraio 2014
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