Glossario
Guida all'ascolto



Il cavaliere avaro (Skupoi Ritsar), op. 24

Opera in tre scene

Testo del libretto

ATTO UNICO
Scena prima
In una torre.
Albert e il servitore
ALBERT
Vo čto by to ni stalo, na turnire
Javljus’ ja.
Andrò al torneo, a qualunque costo.
Dammi il mio elmo.
(Il servitore gli porge l’elmo.)
Podaj mne šlem!
Probit naskvoz’. Isporčen. Nevozmožno
Nadet’ ego. Dostat’ mne nado novyj.
Kakoj udar! prokljatyj graf!
Com’è ridotto!
Non posso più portarlo, con quel buco.
Me ne serve uno nuovo. Che colpo!
Maledetto Conte, me lo ha conciato per le feste.
IL SERVITORE
i vy emu porjadkom otplatili. Però vi siete vendicato!
ALBERT
A vsë ž on ne v ubytke.
Začem s nego ne snjal ja šlema tut že!
A snjal by ja, kogda b ne bylo stydno
Mne dam i gercoga. Prokljatyj graf!
On lučše by mne golovu probil.
i plat’e nužno mne. V poslednij raz
vse rycari sideli tut v atlase
Da barchate; ja v latach byl odin
Za gercogskim stolom. Otgovorilsja
Ja tem, čto na turnir popal slučajno.
A nynče čto skažu? O, bednost’, bednost’!
Kak unižaet nas ona!
Kogda že graf kop’ëm svoim tjaželym
Probil mne šlem i mimo proskakal,
A ja s otkrytoj golovoj prišporil
Ėmyra moego, pomčalsja vichrem
i brosil grafa na dvadcat’ šagov,
Kak malen’kogo paža; kagda vse damy
Privstali s mest, kogda sama Klotil’da,
Zakryv lico, nevol’no zakričala,
i slavili gerol’dy moj udar,
Togda nikto ne dumal o pričine
i khrabrosti moej i sily divnoj!
Vzbesilsja ja za povreždënnyj šlem;
Gerojstvu čto vinoju bylo? – skupost’ –
Da! zarazit’sja zdes’ netrudno eju
Pod krovleju odnoj s moim otcom.
Čto ž govorit bezdel’nik Solomon?
Ma son io che ci ho rimesso.
Dovevo prendere il suo elmo...
E l’avrei fatto, ma mi vergognavo
del duca e delle dame. Maledetto Conte!
Meglio mi avesse spaccato la testa!
Mi serve anche un vestito. L’altro giorno
al tavolo del duca i cavalieri
sfoggiavano le vesti più sfarzose,
soltanto io portavo la corazza.
Ho detto che passavo lì per caso...
E oggi cosa inventerò?
Oh povertà, povertà! Come avvilisci i cuori!
Quando il Conte con la pesante lancia
colpì il mio elmo e proseguì al galoppo,
e io al mio buon Emír diedi di sprone
e a capo nudo mi avventai sul Conte
scagliandolo lontano cento passi,
e tutti, anche le dame impallidite
si alzarono dai posti, e Clotilde
portò le mani al viso e lanciò un urlo,
e celebrarono la mia vittoria
le trombe degli araldi: nessuno sapeva
da dove mi venisse tanta audacia
e forza prodigiosa! Ero infuriato
a causa del mio elmo.
Cosa mi aveva reso un eroe? L’avarizia.
Sì! Un morbo
di cui non è difficile ammalarsi
in casa di mio padre...
Che dice Salomone l’usuraio?
IL SERVITORE
On govorit, čto boleje ne možet
vzajmy davat’ vam deneg bez zaklada.
Che senza pegni non può più prestarvi
neanche un soldo.
ALBERT
Zaklad!
A gde mne vzjat’ zaklada, d’javol!
Un pegno!
Dove lo trovo io un pegno, diavolo?
IL SERVITORE
Ja skazival. Gliel’ho detto.
ALBERT
Čto ž on? E lui?
IL SERVITORE
Krjachtit da žmëtsja. Sospira e piega la schiena.
ALBERT
Da ty b emu skazal, čto moj otec i sam,
kak žid, bogat, čto rano l’, pozdno l’
vsemu nasleduju.
Potevi dirgli che mio padre
è ricco come un ebreo
e prima o poi... sarò il suo erede.
IL SERVITORE
Ja govoril. Gliel’ho detto.
ALBERT
Čto ž on? E lui?
IL SERVITORE
Žmëtsja da krjachtit. Piega la schiena e sospira.
ALBERT
Kakoe gore! Che sventura!
IL SERVITORE
On sam chotel prijti. Verrà a trovarvi oggi, dice.
ALBERT
Nu, slava bogu.
Bez vykupa ne vypušču ego.
Grazie a Dio!
Senza i suoi soldi, non lo lascio andar via.
(Bussano alla porta.)
Kto tam? Chi bussa?
(Entra l’usuraio ebreo.)
L’USURAIO EBREO
Sluga vaš nizkij. Servo vostro.
ALBERT
A, prijatel’!
Prokljatyj žid, počtennyj Solomon,
požaluj-ka sjuda: tak ty slyšu,
ne veriš’ v dolg.
Oh amico!
Maledetto ebreo, illustre Salomone
avvicinati: mi hanno detto,
che non presti più sulla fiducia.
L’USURAIO EBREO
Ach, milostivyj rycar’,
kljanus’ vam, rad by… pravo, ne mogu.
Gde deneg vzjat’? Ves’ razorilsja ja,
vsë rycarjam userdno pomogaja,
nikto ne platit. Vas chotel prosit,
ne možete l’ chot’ čast’ otdat’…
O nobile cavaliere, ve lo giuro,
sarei felice... purtroppo non posso.
Cosa potrei prendere qui? Sono quasi in rovina
a forza di aiutare i cavalieri.
Nessuno mi paga. Per l’appunto
potrei riavere una parte dei miei...
ALBERT
Razbojnik! Da esli b u menja vodilis’ dengi,
s toboju stal li b ja vozit’sja?
Polno, ne bud’ uprjam, moj milyj Solomon,
davaj červoncy. Vysypi mne sotnju.
Brigante! Se avessi del denaro
me la farei con tipi come te?
Non essere testardo, mio caro Salomone:
fuori i ducati! Dammene cento.
L’USURAIO EBREO
Sotnju!
Kogda b imel ja sto červoncev!
Cento!
Avessi io questa bella somma!
ALBERT
Slušaj:
ne stydno li tebe svoich druzej
ne vyručat’?
Ascolta:
non ti vergogni ad abbandonare
gli amici nel bisogno?
L’USURAIO EBREO
Kljanus’ vam… Ma vi giuro...
ALBERT
Polno, polno.
Ty trebueš’ zaklada? Čto za vzdor!
Čto dam tebe v zaklad? Svinuju kožu?
Kogda b ja mog čto založit’, davno
už proda lby. Il’ ricarskogo slova
tebe, sobaka, malo?
Basta, basta!
Esigi un pegno, dunque? Ragiona!
Che potrei darti in pegno? Una pelle di maiale?
Se avessi qualcosa da impegnare
l’avrei venduto già. O non ti basta
la mia parola di cavaliere, ceffo di cane?
L’USURAIO EBREO
Vaše slovo,
poka vy zivy, mnogo, mnogo značit.
Vse sunduki flamandskich bogačej,
kak talisman, ono vam otoprët.
No esli vy ego peredadite
mne, bednomu evreju, a mež tem
umrëte, (bože sochrani,) togda
v molch rukach ono podobno budet
ključu ot brošennoj škatulki v more.
Oh, la parola vostra
finché voi siete vivo vale molto!
Può aprirvi, proprio come un talismano,
i più opulenti scrigni di Fiandra.
Ma data a me, povero ebreo,
se poi (Dio ce ne scampi!)... una disgrazia,
in mano mia varrebbe
come la vecchia chiave d’uno scrigno
che fosse in fondo al mare.
ALBERT
Uželi otec menja pereživët? Come potrei morire prima di mio padre?
L’USURAIO EBREO
Kak znat’? Dni naši sočteny ne nami:
cvël junoša večor, a nynče umer,
i vot ego četyre starika
nesut na sgorblennych plečach v mogilu.
Baron zdorov. Bog dast let desjat’, dvadcat’,
i dvadcat’ pjat’, i tridcat’ proživët on.
Chissà? Non si misurano quaggiù
i nostri giorni. Un giovane fioriva
ancora ieri, e oggi muore, e quattro vecchi
sorreggono tremanti la sua bara.
Il Signor Barone! Può vivere dieci anni,
venti, venticinque, o anche trenta.
ALBERT
Ty vrëš’, evrej! Da čerez tridcat’ let
mne stuknet pjat’desjat’, togda i den’gi
na čto mne prigodjatsja?
Tu menti, ebreo!
Fra trent’anni ne avrò cinquanta io,
e che ne faccio allora dei suoi soldi?
L’USURAIO EBREO
Den’gi!
Den’gi vsegda vo vsjakij vozrast nam prigodny
no junoša v nich iščet slug provornych
i, ne žaleja, šlët tuda-sjuda,
starik že vidit v nich druzej nadëžnich
i berežot ich, kak zenicu oka,
I soldi? I soldi
vengono buoni sempre, ad ogni età.
Se al giovane son lesti servitori
che manda ovunque senza riguardo,
al vecchio invece sono fidi amici,
cari quanto il lume dei suoi occhi.
ALBERT
O! moj otec ne slug i ne druzej
v nich vidit, a gospod, i sam im služit,
i kak že služit!
Kak alžirskij rab,
kak pes cepnoj! V netoplennoj konure
živët, p’ët vodu, est suchie korki,
vsju noc’ ne spit, vsë begaet da laet,
a zoloto spokojno v sundukach
ležit sebe. Molči! Kogda-nibud’
ono poslužit mne, ležat’ zabudet…
Oh! Per mio padre non è amico,
né servo il denaro; è lui che piuttosto lo serve,
Lo serve come uno schiavo,
come un cane da guardia!
Sta tutto il giorno in una tana fredda,
beve acqua e mangia croste secche,
non dorme di notte, corre intorno ed abbaia
e intanto l’oro se ne sta beato
nei forzieri. Aspetta! Verrà tempo
che mi servirà e non ozierà più.
L’USURAIO EBREO
Da, na baronovych pochoronach
prol’ëtsja bol’še deneg, nežel’ slëz.
Pošli vam bog, skorej nasledstvo.
Sì, scorrerà denaro più che pianto
il giorno delle esequie del barone...
Iddio s’affretti a farvi erede!
ALBERT
Amen! Amen!
L’USURAIO EBREO
A možno b… Ma si potrebbe...
ALBERT
Čto? Cosa?
L’USURAIO EBREO
Tak, dumal ja, čto sredstvo
est’ takoe…
Io pensavo...
Un mezzo ci sarebbe...
ALBERT
Kakoe sredstvo? Che vuoi dire?
L’USURAIO EBREO
Tak, est’ u menja znakomyj staričok
evrej, aptekar’ bednyj…
Sì, conosco un vecchio ebreo,
uno speziale...

ALBERT
Rostovščik
takoj že, kak i ty, il’ počestneje?
Un usuraio
infame come te, o un po’ più onesto?
L’USURAIO EBREO
Net, rycar’, on torg vedët inoj.
On sostavljaet kapli… pravo čudno,
kak dejstvujut oni.
No, cavaliere, lui fa tutt’altro.
Lui prepara certe gocce...
che in vero agiscono in fretta e senza fallo.
ALBERT
A čto mne v nich? E io che me ne faccio?
L’USURAIO EBREO
V stakan vody podlit… trech kapel budet…
ni vkusa v nich, ni cveta nezametno,
a čelovek bez rezi,
bez tošnoty, bez boli umiraet.
Tre sole gocce in un bicchiere d’acqua...
non hanno gusto né colore;
senza dolori, senza fitte
si giunge presto alla fine.
ALBERT
Tvoj staričok torguet jadom. Il tuo amico, quindi, vende veleno.
L’USURAIO EBREO
Da, i jadom. Sì... anche.
ALBERT
Čto ž? Vzajmy na mesto deneg
ty mne predložiš’ stkljanok dvesti jadu
– za stkljanku po červoncu. Tak li, čto li?
Come? Invece del denaro
tu mi offri veleno, cento fiale
per cento ducati. Dico bene?
L’USURAIO EBREO
Smejat’sja vam ugodno nado mnoju.
Net, ja chotel… byt’ možet, vy…
ja dumal, čto už baronu vremja umeret’.
Signore, voi volete scherzare!
No, volevo solo... forse, voi... pensavo...
per il barone è tempo di morire.
ALBERT
Kak! Otravit’ otca! i smel ty synu… Come? Avvelenarlo? Al figlio tu osi...
(al servo)
Derži ego! Fermalo!
(all’usuraio ebreo)
i smel ty mne!…
Da znaeš’ li, židovskaja duša,
sobaka, zmej, čto ja tebja sejčas že
na vorotach povešu!
Tu hai osato!…
Non lo sai, dannato ebreo, cane,
vipera, che ti faccio impiccare
subito alla soglia?
L’USURAIO EBREO
Vinovat! Prostite, ja šutil. Perdonate, era uno scherzo!
ALBERT
Verëvku! A me la corda!
L’USURAIO EBREO
Ja… ja šutil.
Ja den’gi vam prinës.
Vi dico che scherzavo...
Ho qui il denaro.
ALBERT
Von, pës! Vai via, cane!
(L’ebreo esce.)
Vot do čego menja dovodit
skupost’ otca rodnogo! Žid mne smel
čto predložit’! Ja ves’ drožu…
Odnako ž den’gi mne nužni…
Ecco i frutti dell’avarizia di mio padre!
Che cosa quel verme mi propone!
Tremo tutto...
Ma quei soldi mi servono.
(al servo)
Sbegaj za židom prokljatym,
voz’mi ego červoncy. da sjuda mne
prinesi černil’nicu… Ja plutu
raspisku dam. Da ne vvodi sjuda
ludu ėtogo… Il’ net, postoj –
ego červoncy budut pachnut’ jadom,
kak srebrenniki praščura ego…
Prokljatoe žit’ë!
Net, rešeno – pojdu iskat’ upravy
u gercoga: puskaj otca zastavjat
menja deržat’, kak syna, ne kak myš’,
roždënnuju v podpol’e.
Raggiungi quel bastardo
e prendi i suoi ducati. Portami subito
un calamaio! Faccio la ricevuta
a quel furfante!
Ma non portarmelo qui in casa quel Giuda!
Ma no, non andare!
Sapranno di veleno i suoi ducati,
come i trenta denari del suo antenato.
Vita maledetta!
No, ho deciso, basta! Andrò dal duca
a chiedere giustizia: che costringa
mio padre a trattarmi come figlio
e non come un topo dei suoi sotterranei.
Scena seconda
Un sotterraneo.
IL BARONE
Kak molodoj povesa ždët svidanja
s kakoj-nibud razvratnicej lukavoj
il’ duroj, im obmanutoj, tak ja
ves’ den’ minuty ždal, kogda sojdu
v podval moj tajnyj k vernym sundukam.
Sčastlivyj den’! Mogu segodnja ja
v šestoj sunduk (v sunduk eščë ne polnyj)
gorst’ zolota nakoplennogo vsypat’.
Nemnogo, kažetsja, no ponemnogu
sokrovišča rastut. Čital ja gde-to,
čto car’ odnaždi voinam svoim
velel snesti zemli po gorsti v kuču,
i gordyj cholm vozvysilsja, i car’
mog s vyšiny s vesel’em ozirat’
i dol, pokrytyj belymi šatrami,
i more, gde bežali korabli.
Tak ja, po gorsti bednoj prinosja
privyčnu dan’ moju sjuda v podval,
voznës moj cholm i s vysoty ego
mogu vzirat’ na vsë, čto mne podvlastno.
Čto nepodvlastno mne?… Kak nekij demon,
otsele pravit’ mirom ja mogu!…
Liš’ zachoču – vozdvignutsja čertogi,
v velikolepnye moi sady
sbegutsja nimfy rezvoju tolpoju,
i muzy dan’ svoju mne prinesut,
i vol’nyj genij mne porabotitsja,
i dobrodetel’, i bessonnyj trud
smirenno budut ždat’ mojej nagrady.
Ja svistnu –
i ko mne poslušno,
robko vpolzet okrovavlennoe zlodejstvo
i ruku budet mne lizat’, i v oči
smotret’, v nich znak moej čitaja voli.
Mne vsë poslušno, ja že – ničemu;
ja vyše vsech želanij;
ja spokoen; ja znaju mošč’ moju –
s menja dovol’no sego soznan’ja…
Come un bellimbusto attende l’ora
di rivedere una sgualdrina scaltra
o la fanciulla ingenua che ha sedotto,
così per tutto il giorno io ho atteso
l’istante in cui venire finalmente
nella mia grotta. O lieto giorno!
Oggi, finalmente, posso riempire
il sesto scrigno, non ancora colmo,
con una manciata d’oro risparmiata.
Non sembra molto, ma un tesoro cresce
a poco a poco. C’era un re, ho letto,
che un giorno ordinò ai suoi guerrieri
di portare ciascuno un po’ di terra
e nacque un superbo colle,
da cui il re guardava compiaciuto
la valle coi suoi bianchi accampamenti
e il mare in cui correvano vascelli.
Anch’io porto una manciata
dell’usuale tributo in questa grotta,
si eleva il mio colle, e dalla cima
contemplo tutto quanto è in mio potere.
Cosa non mi appartiene? Come un demone
posso io dominare il mondo da qui.
Ad un mio cenno possono sorgere
palazzi, e nei miei giardini incantati
in lieta schiera belle ninfe verranno,
le muse mi pagheranno il tributo,
e pure il genio diverrà mio schiavo,
e la stessa virtù e la fatica insonne
attenderanno umili il mio compenso.
Un fischio - e anche il delitto insanguinato
verrà strisciando timido ai miei piedi,
mi leccherà la mano, e dallo sguardo
scruterà devoto i miei comandi.
Tutto mi ubbidisce - e io
a nessuno sono servo.
Alto, sopra ogni desiderio,
sono io sereno.
Conosco la mia forza e ciò mi basta.
(Guarda il suo oro.)
Kažetsja, nemnogo,
a skol’kich čelovečeskich zabot,
obmanov, slez, molenij i prokljatij
ono tjaželovesnyj predstavitel’!
Tut est’ dublon starinnyj… Vot on. Nynče
vdova mne otdala ego, no prežde
s tremja det’mi poldnja pered oknom
ona stojala na kolenjach voja.
Šol dožd’, i perestal, i vnov’ pošol,
pritvorščica ne trogalas’; ja mog by
eë prognat’, no čto-to mne šeptalo,
čto mužin dolg ona mne prinesla
i ne zachočet zavtra byt’ v tjur’me.
A ėtot? Ėtot mne prinës Tibo.
Gde bylo vzjat’ emu, lenivcu, plutu?
Ukral, konečno, il’, možet byt’,
tam, na bol’šoj doroge, noč’ju, v rošče…
Da! Esli by vse slëzy, krov’ i pot,
prolitye za vsë, čto zdes’ chranitsja,
iz nedr zemnich vse vystupili vdrug, –
to byl by vnov’ potop, ja zachlebnulsja b
v moich podvalach vernych. No pora.
Non sembra troppo, a guardarlo;
eppure di quanti affanni e fatiche,
di lacrime, preghiere, maledizioni senza fine,
quest’oro è il muto testimone!
Ecco un doblone antico... Guarda, proprio oggi
l’ho avuto da una vedova... È rimasta
per tutto il giorno sotto le finestre
coi suoi tre figli a piangere ed urlare.
Cadeva la pioggia, cessava e cadeva di nuovo.
Non si muoveva la simulatrice.
Avrei potuto scacciarla,
ma una voce mi diceva
che mi portava il debito del marito,
e non voleva domani essere chiusa nella torre.
E questo? Me l’ha portato Tibot.
Dove l’ha preso
il fannullone, l’impostore?
Sarà di certo rubato, o forse rapinato
di notte nel bosco...
Sì! Se tutto il sangue, il pianto ed il sudore
versati per quest’oro all’improvviso
sgorgassero di nuovo, tornerebbe il diluvio
e io stesso affogherei... Ma ora è tempo!
(Si accinge ad aprire uno scrigno.)
Ja kazdyj raz, kogda choču sunduk
moj otperet’, vpadaju v žar i trepet;
ne strach, o, net! No serdce mne tesnit
kakoe-to nevedomoe čuvstvo…
Est’ ljudi, v ubijstve nachodjaščie prijatnost’.
Kogda ja ključ v zamok vlagaju, tože
ja čuvstvuju, čto čuvstvovat’ dolžny
oni, vonzaja v žertvu nož: prijatno
i strašno vmeste.
Ogni qual volta faccio per aprire
un mio forziere - brividi, vampate...
Non è paura ma sento il cuore stretto,
oppresso da una sensazione sconosciuta...
C’è gente che trova piacere nel dare morte.
Io provo, quando infilo le mie chiavi,
le stesse sensazioni di chi infilza
il ferro nella vittima: piacere
e orrore insieme.
(Apre uno scrigno.)
Vot moë blaženstvo! Ecco il paradiso!
(Versa le monete nello scrigno.)
Choču sebe segodnja pir ustroit’:
zažgu sveču pred každym sundukom,
i vse ich otopru i stanu sam
sred’ nich gljadet’ na blestjaščie grudi.
Mi voglio offrire un gran festino oggi:
accenderò davanti ad ogni scrigno
una candela, per poi aprirli tutti
e contemplare i cumuli scintillanti.
(Accende le candele e apre gli scrigni uno dopo l’altro.)
Ja carstvuju!… Kakoj volšebnyj blesk!
Poslušna mne, sil’na moja deržava;
v nej sčast’e, v nej čest’ moja i slava.
Ja carstvuju!…
No kto vosled za mnoj
priimet vlast’ nad nej? Moj naslednik!
Bezumec, rastočitel’ molodoj!
Edva umru, on, on sojdet sjuda,
pod ėti mirnye, nemye svody.
Ukrav ključi u trupa moego,
on sunduki so smechom otoprët,
i potekut sokrovišča moi
v atlasnye, dyrjavye karmany.
On rastočit… A po kakomu pravu?
Mne razve darom ėto vsë dostalos’?
Kto znaet, skol’ko gor’kich vozderžanij,
dum tjažolich, nočej bessonnych
mne vsë ėto stoilo?
Il’ skažet syn,
čto serdce u menja obroslo mochom,
čto ja ne znal želanij, čto menja
i sovest’ nikogda ne gryzla, – sovest’.
Kogtistyj zver’, skrebjaščij serdce, sovest’,
nezvanyj gost’, dokučny sobeseddnik,
zaimodavec grubyj; ėta ved’ma,
ot koej merknet mesjac, i mogily
smuščajutsja i mërtvych vysylajut!…
Net, vystradaj sperva sebe bogatstvo,
a tam, posmotrim, stanet li nesčastnyj
to rastočat’, čto krov’ju priobrel.
O, esli b mog ot vzorov nedostojnich
ja skryt’ podval!… O, esli b iz mogily
prijti ja mog, storoževoju ten’ju
sidet’ na sunduke i ot živych
sokrovišča moi chranit’, kak nyne!…
Io regno!... Quale magico bagliore!
Ubbidiente a me appartiene il dominio,
mi rende felicità, gloria e onore!
Io regno, sì...
Ma in quali mani, dopo di me,
andrà questo potere? Il mio erede!
Un giovine sprecone, prodigo, balordo.
Lui, lui, scenderà qui, dopo la mia morte,
in questi tranquilli e muti sotterranei.
Ruberà la chiave al mio cadavere,
aprirà ridendo i miei forzieri...
E i miei tesori andranno in mani altrui,
mani bucate, in tasche senza fondo.
Li distruggerà... Con quale diritto?
Forse quest’oro io l’ho avuto in dono?
Chi può sapere quante amare rinunce,
quante passioni, quante notti,
tutto questo m’è costato?
O forse mio figlio dirà
che io non avevo cuore, che non avevo
desideri, che mai mi afflisse
il rimorso della coscienza.
La belva che ci artiglia i cuori,
il rimorso, ospite cattivo, compagno sgradito,
spietato creditore, strega orrenda
da cui fugge la luce della luna,
che spinge le tombe a sputare i propri morti!...
No, la ricchezza ti costerà molta pena,
e allora si vedrà se tu povero
scialerai ciò che hai guadagnato con il sangue!
Ah, Dio, poter celare la mia grotta
a sguardi indegni! Ah, poter tornare
dalla tomba - come ombra guardiana
sedere su questi scrigni, e difendere il tesoro,
come ora, dagli sguardi dei mortali!…
Scena terza
Al castello.
Albert, il duca.
ALBERT
Pover’te, gosudar’, terpel ja dolgo
styd gor’koj bednosti. Kogda b ne krajnost’,
vi b žaloby moej ne uslychali.
Credetemi: ho sopportato a lungo
la povertà più turpe. Non fossi allo stremo,
non udireste la mia lagnanza.
IL DUCA
Ja venju, venju: blagorodnyj rycar’,
takov, kak vy, otca ne obvinit
bez krajnosti…
Spokojny bud’te: vašego otca
usovešču naedine, bez šumu.
Ja ždu ego. Davno my ne vidalis’.
Vi credo, vi credo: un gentiluomo e cavaliere
quale voi siete, non accuserebbe
invano il proprio padre.
Non temete: gli parlerò
a quattr’occhi, senza chiasso.
Verrà oggi stesso... Quanto tempo è passato!...
(Guarda dalla finestra.)
Ėto kto? Ne on li? Chi viene? È lui?
ALBERT
Tak, on, gosudar’. Sì, è lui, signore.
IL DUCA
Podite ž v tu komnatu. Ja kliknu vas. Andate. Entrate in questa stanza. Vi chiamerò.
(Albert esce; entra il barone.)
IL DUCA
Baron, ja rad vas videt’ bodrym i zdorovym. Son lieto di vedervi sano e in forze!
IL BARONE
Ja sčastliv, gosudar’, čto v silach byl
po prikazan’ju vašemu javit’sja.
Sono felice, o signore, di aver avuto la forza
di venire, come mi avete ordinato.
IL DUCA
Davno, baron, davno rasstalis’ my.
Vy dvor zabyli moj.
Da quanti anni non vi vedo più!
Di me vi ricordate?
IL BARONE
Star gosudar’, ja ninče: pri dvore
čto delat’ mne? Vy molody; vam ljuby
turniry, prazdniki. A ja na nich
už ne gožus’. Bog dast vojnu, tak ja
gotov, krjachtja, vzlest’ snova na konja;
eščë dostanet sily staryj meč
za vas rukoj drožaščej obnažit’.
Vecchio, signore, sono io!
A corte che farei?
Voi siete giovane, e amate tornei e feste.
Vi fosse guerra, ecco, giuro
che sarei pronto a rimontare in sella:
non mi manca ancora la forza di snudare
per voi la spada con la mia debole mano.
IL DUCA
Baron, userd’e vaše nam izvestno;
vy dedu byli drugom: moj otec
vas uvažal. I ja vsegda sčital
vas vernym, chrabrym rycarem.
U vas, baron, est’ deti?
La vostra devozione ci è ben nota:
il nonno vi era amico,
mio padre vi stimava molto,
e io vi so fedele e ardito cavaliere.
Avete, barone, anche dei figli?
IL BARONE
Syn odin. Un figlio.
IL DUCA
Začem ego ja pri sebe ne vižu? Com’è che non lo vedo a corte?
IL BARONE
Moj syn ne ljubit šumnoj svetskoj žizni;
on dikogo i sumračnoo nrava.
Vkrug zamka po lesam on večno brodit,
kak molodoj olen’.
Mio figlio non ama il chiasso della vita mondana:
è d’indole chiusa e tetra,
sempre erra per i boschi del mio castello
come un cerbiatto.
IL DUCA
Nechorošo emu dičit’sja.
Mi totčas priučim
ego k vesel’jam, k balam i turniram.
Prišlite nam ego; naznač’te synu
priličnoe po zvan’ju soderžan’e…
Vy chmurites’ – ustali vy s dorogi
byt možet?
Non è giusto che sia così.
Presto prenderà gusto ai tornei,
ai balli ed ai conviti: venga a corte.
E voi, barone, date a vostro figlio
i mezzi che il suo rango impone...
Ma vi trema il volto, adesso: forse il viaggio
vi ha stancato?
IL BARONE
Gosudar’, ja ne ustal’;
no vy menja smutili. Pered vami
ja b ne chotel soznat’sja, no menja
vy prinuždaete skazat’ o syne
to, čto želal ot vas by utait.
On, gosudar, k nesčast’ju, nedostoin
ni milostej, ni vašego vniman’ja.
On molodost’ svoju provodit v bujstve,
v porokach nizkich.
No, non sono stanco:
è quello che voi dite che mi turba.
Sì, nessun altro mi avrebbe convinto,
ma voi mi costringete a dire di mio figlio
ciò che volentieri avrei tenuto nascosto.
Egli è, signore, purtroppo indegno
di benevole attenzioni e grazie del suo duca.
Trascorre la sua gioventù tra eccessi
e turpi vizi...
IL DUCA
Ėto potomu, baron,
čto on odin.
Prišlite k nam ego: on pozabudet
privyčki zaroždënnye v gluši.
Ciò dipende, barone,
dal fatto che è troppo solo.
Mandatelo da noi: dimenticherà
le sue solitarie maniere.
IL BARONE
Prostite mne, no, pravo, gosudar’,
ja soglasit’sja ne mogu na ėto…
Perdonatemi, ma invero, signore,
non posso acconsentire...
IL DUCA
No počemu ž? E perché mai?

IL BARONE
Uvol’te starika… Risparmiate un vecchio.
IL DUCA
Ja trebuju: otkrojte mne pričinu
otkaza vašego.
Allora chiedo che spiegate
la ragione di questo rifiuto.
IL BARONE
Na syna ja serdit. Sono adirato, signore, con mio figlio.
IL DUCA
Za čto? Perché?
IL BARONE
Za zloe prestuplen’e Per un grave delitto.
IL DUCA
A v čom ono, skažite sostoit? In che consiste, ditelo?
IL BARONE
Uvol’te, gercog… Signore, dispensatemi...
IL DUCA
Ėto očen’ stranno!
Ili vam stydno za nego?
È strano.
Forse vi copre di vergogna?
IL BARONE
Da… stydno… Vergogna...
IL DUCA
No čto že sdelal on? Ma cosa ha fatto mai?
IL BARONE
On… on menja chotel ubit’. Lui mi voleva... assassinare.
IL DUCA
Ubit’! Tak ja ego sudu predam,
kak čornogo zlodeja.
Assassinare! Andrà a giudizio
come un infame malfattore!
IL BARONE
Dokazyvat’ ne stanu ja, chot’ znaju,
čto točno smerti žaždet on moej,
chot’ znaju to, čto pokušalsja on menja…
Io non starò a darvene le prove,
ma so che lui brama la mia morte;
so anche che ha tentato...
IL DUCA
Čto? Che?
IL BARONE
…obokrast’. Di derubarmi...
(Albert fa irruzione nella stanza.)
ALBERT
Baron, vy lžote. È una bugia, barone!
IL DUCA
Kak smeli vy? Ma come avete osato?
IL BARONE
Ty zdes’
Ty sdes’? Ty, ty mne smel!…
Ty mog otcu takoe slovo molvit’!…
Ja lgu! pered
našim gosudarem!…
Mne, mne… Il’ už ne rycar’ ja?…
Tu qui?
Tu qui? Come hai osato
ciò dire di tuo padre?...
Che io menta! E ciò dinanzi
al nostro signore e duca?
Non sono più un cavaliere?...
ALBERT
Vy lžec! Un bugiardo.
IL DUCA
Čto slyšu ja? Che sento?
IL BARONE
I grom eščë ne grjanul, bože pravyj! Perché non scagli la tua folgore, Dio giusto?
(Getta il guanto, il figlio lo raccoglie in fretta.)
Tak podymi ž, i meč nasrasubi! Prendi - e giudichi la spada!
ALBERT
Blagodarju. O grazie!
IL DUCA
Čto bylo predo mnoj?
Syn prinjal vyzov starogo otca!
Cosa devo vedere?
Un figlio che raccoglie la sfida del vecchio padre!...
ALBERT
Vot pervyj dar otca! È il primo dono di mio padre!
IL DUCA
(al Barone)
Molčite, vy bezumec! Tacete, siete fuori di senno!
(ad Alberto)
Bros’te ėto! Otdajte mne perčatku. Ora smettete! Ridatemi quel guanto!
(Glielo toglie.)
Podite; na glaza moi ne smejte
javljat’sja do tech por, pokà ja sam
ne prizovu vas.
Andate, e non osate
tornare al mio cospetto fino a quando
io non vi chiami.
(Albert esce.)
Vy, starik nesčastnyj, ne stydno l’ vam… E non vi vergognate, voi, vecchio sciagurato?
IL BARONE
Prostite, gosudar’…
Stojat’ ja ne mogu… moi kolena…
slabejut… dušno!… dušno!… Gde ključi? Ključi!
Ključi moj!
Perdonate, o mio signore,
mi mancano le forze... non sto in piedi...
Aria!... Aria!... Le mie chiavi!
Le chiavi, le mie chiavi!
IL DUCA
On umer. Bože! È morto. Dio!
FINE DELL’OPERA



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Ultimo aggiornamento 17 luglio 2017
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