Glossario



Concerto per pianoforte n. 1 in fa diesis minore, op. 1

Musica: Sergej Rachmaninov
  1. Vivace
  2. Andante
  3. Allegro vivace
Organico: pianoforte solista, 2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 4 corni, 2 trombe, 3 tromboni, timpani, piatti, triangolo, archi
Composizione: 18 luglio 1891 (revisione 1917)
Prima esecuzione: Mosca, Sala Bolscioj del Conservatorio, 29 marzo 1892 [solo il 1° movimento]
Dedica: Ziloti

Guida all'ascolto (nota 1)

Il Concerto n. 1 in fa diesis minore per pianoforte e orchestra di Rachmaninoff, è la prima pagina che il musicista, all'epoca solo diciottenne ma già autore di diverse composizioni, ritenne degna, su suggerimento dell'editore Gutheil, di licenziare come opus 1 del proprio catalogo. In realtà, a ripercorrerne la genesi, del tutto giovanile questo Concerto non lo si può veramente considerare. Nel 1890, ancora allievo al Conservatorio di Mosca, Rachmaninoff compose il primo tempo, che venne eseguito in una specie di saggio scolastico a Mosca nel marzo 1892, solista lui stesso, direttore Vasilij Safonov. Nel frattempo aveva completato la partitura scrivendo i due movimenti mancanti. La prima esecuzione completa si ebbe a Londra solo il 4 ottobre 1899. Fin qui tutto bene. È la nascita, un tempo alla volta, di un'opera nella quale l'esordiente compositore intende esprimere gratitudine e rendere omaggio da un lato al maestro più diretto, quell'Aleksandr Siloti che è stato suo insegnante di pianoforte e tanta parte avrà nel divulgare la sua produzione pianistica; dall'altro ai maestri ideali, coloro i quali hanno ispirato il suo stile, Rimskij-Korsakov e Cajkovskij più di tutti.

Nel 1917, poco prima di fuggire dalla Russia della Rivoluzione d'ottobre, dove non farà mai più ritorno, Rachmaninoff aveva deciso però di sottoporre il suo op. 1 ad ampia revisione. La partitura viaggiò con lui in America e venne modificata, lievemente il primo tempo, radicalmente il secondo e il terzo, e riveduta completamente nell'orchestrazione. E in questa definitiva veste, che è quella normalmente eseguita nelle sale da concerto, il Concerto ricevette il battesimo esecutivo a New York, il 29 gennaio 1919, diretto da Modest Altschuler, solista l'autore.

All'epoca della revisione, che lo impegnò dal '17 al '19, Rachmaninoff aveva già licenziato gli assai più conosciuti Secondo e Terzo Concerto per pianoforte e orchestra, la Prima e la Seconda Sinfonia, oltre a pagine sinfoniche come la stessa Isola dei morti. Dominava ben altrimenti la tecnica dell'orchestrazione e aveva acquisito quella consapevolezza del proprio stile e della propria personalità che non poteva ancora avere a 17-18 anni. Aveva inoltre superato quella profonda crisi creativa subita all'indomani del fiasco della Sinfonia n. 1 (1895), da cui si era ripreso grazie a opportune sedute di ipnosi e a un ripensamento radicale del proprio stile. Il confronto tra le due versioni del Concerto n. 1 è eloquente in tal senso. La concezione dell'armonia è molto più moderna. Valga ad esempio la trasformazione di una sezione del terzo tempo dalla originaria tonalità di re maggiore, assai più vicina a quella d'impianto fa diesis minore, a quella, lontanissima, di mi bemolle maggiore: indice, questo, della propensione a non sacrificare la logica pianistica e coloristica del suo pensiero sull'altare di un uso dell'armonia funzionale all'architettura formale, come la tradizione suggeriva.

A proposito di architettura formale, quello che colpisce del Concerto n. 1 è proprio la sostanziale estraneità alla prassi. Certo, i tempi sono tre, lento il secondo tra due veloci che possiedono un grado alquanto elevato di virtuosismo. Ma la costruzione è solo vagamente legata alle griglie della forma-sonata, se è vero che ognuno dei tre tempi risulta costruito mediante successione di segmenti diversi per tempo, colore ed espressione, uniti però dalle sostanziali affinità dei motivi che costituiscono l'ossatura tematica del lavoro: una forma che solo superficialmente si può definire rapsodica, dal momento che tutto il materiale del Concerto prende vita dallo sfruttamento di due tetracordi compresi nello spazio di un intervallo di quarta eccedente/quinta diminuita. In luogo del tradizionale sviluppo, il Concerto esibisce una continua modificazione, variante per variante, di tale materiale, come "nascosta" dal virtuosismo funambolico della parte solistica e dalla densità della parte orchestrale che si alternano, qui sì tradizionalmente, nella conduzione del discorso.

Privo di temi portanti che abbiano una forte connotazione espressiva - e di qui la scarsa fortuna di questa pagina a confronto con quella delle due opere congeneri successive - il Concerto n. 1 è paradossalmente il più oggettivo e astratto tra i quattro Concerti per pianoforte e orchestra dell'autore, il più asciutto emotivamente e il più complesso, oltre che il più estraneo a quell'estetica che anni dopo dettò allo stesso Rachmaninoff la celebre dichiarazione secondo cui: «La musica deve esprimere il paese di nascita del compositore, i suoi amori, la sua religiosità, i libri che l'hanno influenzato, le pitture che ama; la somma delle sue esperienze».

Enrico Girardi


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorium Parco della Musica, 21 marzo 2015

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Ultimo aggiornamento 1 aprile 2015
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