Glossario



Rapsodia su un tema di Paganini (Capriccio n. 24) per pianoforte ed orchestra, op. 43

Musica: Sergej Rachmaninov
Organico: pianoforte solista, ottavino, 2 flauti, 2 oboi, corno inglese, 2 clarinetti, 2 fagotti, 4 corni, 2 trombe, 3 tromboni, basso tuba, timpani, piatti, grancassa. Tamburo, triangolo, glockenspiel, arpa, archi
Composizione: Luglio - Agosto 1934
Prima esecuzione: Baltimora, Lyric Theatre, 7 Novembre 1934, Rachmaninov (pf.), Stokowski (dir.)
Edizione: Tair, Parigi

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

Rachmaninov fu musicista dal talento innato. I suoi studi iniziarono presto e si conclusero rapidamente, consegnando al mondo musicale russo alla soglia del XX secolo, un giovane virtuoso del pianoforte con aspirazioni di compositore, nella migliore tradizione di quel romanticismo musicale a cui i Conservatori di Pietroburgo e Mosca s'ispiravano sin dalla loro nascita ad opera dei fratelli Anton e Nikolaj Rubinstein. Ed è proprio ad un tardo romanticismo fatto di lirico abbandono e funambolico virtuosismo, che Rachmaninov guarda nelle sue prime composizioni, in cui brilla la libera vena creativa del melodista e si mettono ampiamente in luce le qualità eccellenti del pianista.

Il Secondo ed il Terzo concerto per pianoforte ed orchestra (il famoso e temibile Rach. 3), scritti rispettivamente nel 1901 e nel 1909, senza dubbio i suoi capolavori, lo fecero divenire come uno dei beniamini del pubblico europeo e statunitense, soddisfatti di una musica dalla immediata comunicatività che si contrapponeva con quella "cerebrale" delle nuove tendenze del Novecento di Debussy, Ravel, Skrjabin, e più avanti ancora, di Strauss, Stravinskij, Prokof ev e Sostakovic.

Le vicende della Rivoluzione del 17 gli fecero lasciare la Russia e raggiungere nel 1918 gli Stati Uniti, sua nuova patria d'adozione, e dove già era conosciuto per una precedente tournée del 1910; il taglio con la madre patria fu netto, ma in Unione Sovietica la sua musica non fu mai bandita, forse perché in essa spesso trova eco la vena nostalgica del gusto slavo, ed il tributo d'adorazione nei confronti dei grandi maestri quali Cajkovskij e Rimskij-Korsakov.

Ciò che rendeva attraente la sua musica, era anche quello che i suoi detrattori gli rimproveravano: una facilità che può rasentare la banalità, strutture musicali preconfezionate e poco legate ad una identità personale, usate spesso come contenitore per un'espressività talmente ricca da diventare ridondante, una magniloquenza, infine, che nasconde forse la difficoltà di trattare con disciplina la materia musicale, specie quella orchestrale. Anche le tre Sinfonie (1905, 1907, 1944) non si sottrassero alle medesime censure, ma Rachmaninov, un uomo dal carattere fermo e scontroso, non dava troppo peso alle critiche, non facendosi certo una colpa di un "disimpegno" artistico che egli preferiva ad una complessità, a suo parere, troppo spesso ideologicamente ricercata dai suoi colleghi compositori. Il Concerto per pianoforte e orchestra n. 4, op. 40, del 1927 (revisionato poi nel 1941) iniziò, comunque, ad introdurre qualche novità nel discorso musicale di Rachmaninov; maggiore secchezza timbrica, minore compiacimento melodico, un intimismo più sincero dimostrano che il compositore stava compiendo comunque un percorso evolutivo del suo stile, all'interno del quale l'opera 43, la Rapsodia su un tema di Paganini, si situa come un momento di particolare interesse.

Suddivisa in 24 variazioni, la Rapsodia su un tema di Paganini, del 1934, è unanimemente considerata come uno dei lavori maggiormente riusciti di Rachmaninov. In essa, infatti, il compositore ha abilmente coniugato l'estro virtuosistico con il rigore della costruzione formale, realizzando un brano che mette d'accordo il gusto del largo pubblico, attento alla facilità melodica ed alla brillantezza cromatica, con le attese dei più esperti, in grado di cogliere l'originale solidità di quest'opera. Il tema delle variazioni è il Capriccio n. 24 in la minore dai 24 Capricci op. 1 scritti nel 1805 dal violinista italiano, ma, contrariamente a quanto sarebbe scontato pensare, la Rapsodia non è un tributo a Paganini, quanto a Franz Liszt, che a sua volta, nel 1838, lavorò sullo stesso Capriccio nei suoi Études d'éxécution trascendante d'après Paganini. Un omaggio, dunque, tra grandi virtuosi del pianoforte e compositori che, idealmente, si sono passati il testimone a cavallo di due secoli.

Inutile dire che in questo contesto Rachmaninov scocca tutte le frecce che ha nella sua faretra, affascinando l'ascoltatore con ogni tipo di gioco sonoro, in una sorta di illusionismo melodico e timbrico, grazie al quale il tema paganiniano appare e scompare tra le pieghe di una fantasia creativa mai compiaciuta, e sempre tesa verso un risultato espressivo inserito all'interno di una struttura discorsiva non casuale. In quest'ottica, infatti, possiamo leggere le prime undici variazioni come una sorta di Allegro, in cui si dipanano tutti gli spunti tematici tipici del primo movimento di un meta-concerto, che ha nelle variazioni dalla 12 alla 18 il suo Largo centrale, segnato da un caldo lirismo tipico dello stile del compositore, ed il Presto finale nei numeri 19-24, in cui ritorna prepotentemente in primo piano il dinamismo ritmico e timbrico nella ripresa in forma rapsodica degli spunti melodici trattati nel primo gruppo di variazioni.

Ecco quindi arricchirsi in maniera inaspettata, e frutto di una cosciente volontà strutturatrice, quello che a prima vista potrebbe sembrare soltanto un'esercitazione di virtuosismo fine a se stessa. Inoltre, questa Rapsodia si colloca all'interno di un percorso tematico-riflessivo di Rachmaninov, legato all'uso fortemente simbolico della melodia gregoriana del Dies Irae che qui appare dalla settima variazione in poi. Oltre ad essere un ulteriore riferimento al mondo musicale lisztiano (il Totentanz per pianoforte ed orchestra ne è una parafrasi), questo tema sembra percorrere trasversalmente alcune opere di Rachmaninov, evidenziando nel compositore un insospettato sentimento tragico dell'esistenza umana. Un primo accenno a questa visione lugubre e dolente c'era stato nel melodramma del 1904 Il cavaliere avaro su testo di Puskin, concretizzandosi poi nell'uso della melodia Dies Irae per il poema sinfonico op.29, L'isola dei morti, del 1908, direttamente ispirato al famosissimo quadro di Bòcklin; la cantata Le campane, su testo di E. A. Poe, scritta tra il 1913 ed il 1936, la Rapsodia op. 43 del 1934, la Terza Sinfonia op. 44, del 1936, ed, infine, le Danze sinfoniche op. 45, del 1940. sono i luoghi delle successive apparizione dell'inquietante tema della morte, sicuramente sincero retaggio di un Romanticismo in bilico tra angeli e demoni a cui, per tradizione e per affinità emotive, Rachmaninov si riconduce.

Giancarlo Moretti

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

Scritta nell'estate del 1934, la Rapsodia su un tema di Paganini fu eseguita dallo stesso Rachmaninov a Baltimora, il 7 novembre 1934, con l'orchestra diretta da Leopold Stokowsky. Il tema su cui si basa è quello del ventiquattesimo ed ultimo Capriccio per violino solo già utilizzato da Liszt e da Brahms nelle loro composizioni dedicate a Paganini; tale tema è seguito da ventiquattro variazioni organizzate per gruppi, ciascuno dei quali individua un diverso atteggiamento, quasi a suggerire un programma; ciò giustifica il titolo di Rapsodia in luogo di quello, dal punto di vista formale più rigoroso, di Tema con variazioni.

II tema viene esposto all'inizio da tutti violini all'unisono. Poi le prime sei variazioni, a cominciare dalla prima, chiamata Precedente perché offerta come un preliminare limitato a definire lo scheletro armonico del tema, si dedicano a mettere in evidenza un virtuosismo soprattutto orchestrale, assecondato da un pianismo stilisticamente affine a quello di Prokof'ev. Nella settima variazione che inaugura il secondo gruppo di variazioni, si introduce e dura fino alla decima il tema del Dies irae che si sovrappone variamente a quello paganiniano, giocando con esso. Nell'undicesima, nella dodicesima (che è un Tempo di minuetto) e nella tredicesima variazione il pianoforte si stacca gradatamente dall'orchestra fino a contrapporsi ad essa. Così orchestra e solista prendono ad esibirsi da protagonisti, l'uno nella quattordicesima, l'altro nella quindicesima variaizione. Con la sedicesima variazione si entra in atmosfera sentimentale, culminante nel canto estremamente espansivo della diciottesima in re bemolle maggiore (Andante cantabile). Dopo di che si scatena una serie di variazioni indiavolate col ritorno anche del Dies irae, dove solista e orchestra gareggiano in bravura. Finché, dopo una sua cadenza, il pianoforte afferma la propria solistica supremazia, dominando la ventiquattresima e ultima variazione, con un virtuosismo altamente trascendentale.


(1) Tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di Via della Conciliazione, 27 Maggio 2000
(2) "Repertorio di musica sinfonica", a cura di Pietro Santi, edito da Giunti Gruppo Editoriale, Firenze, pag.658-659

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