Glossario



Sinfonia n. 3 in la minore, op. 44

Musica: Sergej Rachmaninov
  1. Lento - Allegro moderato
  2. Adagio ma non troppo
  3. Allegro
Organico: ottavino, 2 flauti, 2 oboi, corno inglese, 2 clarinetti, clarinetto basso, 2 fagotti, controfagotto, 4 corni, 2 trombe, tromba in la, 3 tromboni, basso tuba, timpani, triangolo, tamburello, tamburo, piatti, grancassa, tam-tam, xilofono, 2 arpe, celesta, archi
Prima esecuzione: Philadelphia, Symphony Hal, 6 Novembre 1936; Stokowski (dir.)

Guida all'ascolto (nota 1)

Nella partitura della Terza Sinfonia di Rachmaninoff c'è un intruso: il cinema. Basta ascoltare poche battute, anche qua e là, per rendersi conto immediatamente di quanto per noi quella musica rappresenti in modo immediato e inequivocabile l'esperienza del cinema. Sotto molti profili.

Il primo, quello più immediato, è che la musica di Rachmaninoff è stata ed è tuttora utilizzata in modo massiccio nelle colonne sonore del cinema, hollywoodiano e non: gli esempi sono decine, con pellicole di tutti i generi che vanno da Sabrina a Ronin (entrambi accompagnati dall'Andante cantabile della sua Rapsodia su un tema di Paganini), da Il matrimonio del mio miglior amico (che usa uno dei Vespri) ad Equinox (la prima Danza sinfonica) a Breve incontro (Secondo concerto per pianoforte e orchestra). E poiché la cifra stilistica di Rachmaninoff è costante, subito riconoscibile, è chiaro che gli ascoltatori del presente, tutti consumatori di pellicole, in pochi istanti associano le sue partiture alla visione di immagini in movimento, a storie che vengono raccontate su uno schermo, a esistenze narrate attraverso un montaggio: al cinema, appunto.

Il secondo aspetto che lega la musica di Rachmaninoff al grande schermo è la sua essenza sonora: come capita anche per altri autori del primo Novecento (si pensi a Prokof'ev, a Sostakovic, a Puccini...), il modo di orchestrare di Rachmaninoff, le sue scelte timbriche, il suo modo di pensare alla massa sonora sono stati il modello di suono al quale si sono rifatti i compositori e soprattutto gli orchestratori delle grandi colonne sonore. In questo senso, a rigore, è il cinema a suonare come Rachmaninoff, e non viceversa, ma per noi cambia poco: appena abbiamo davanti alle orecchie un'orchestra che suona qualcosa del buon Sergej ci immaginiamo al buio, lo sguardo in avanti, un film che scorre là in fondo.

Il terzo legame con il mondo di cellulosa è più sottile ed ha a che fare con la nostra idea di romanticismo: sempre per via della nostra assuefazione al cinema, quando diciamo "romantico" noi oggi pensiamo a George Clooney che porta dei fiori alla sua fidanzata, non a Friedrich che vuole dipingere l'infinito. Lo sanno bene i registi di Hollywood, che infatti non si sognerebbero di accompagnare una scena "romantica" con una musica prodotta durante il Romanticismo: se i protagonisti si baciano al chiarore della luna non si può fare ascoltare una Sinfonia di Schumann, che travolgerebbe inutilmente gli spettatori. No, per fare ascoltare alle orecchie il suono di ciò che oggi diremmo romantico ci vuole una musica speciale, una musica che da Schumann, da Cajkovskij, da Liszt abbia ereditato un profumo, un colore, ma poi si sia sviluppata a contatto con il mondo del Novecento, abbia capito in fretta che la comunicazione è ormai fatta di icone, sappia far intuire il proprio intento senza dover trascinare chi ascolta in un vero vortice romantico. Ci vuole una musica che simuli il Romanticismo, che lo riecheggi, che finga. Esattamente come la musica di Rachmaninoff, in molti casi perfetta per lo scopo così com'è, negli altri indubbia matrice per la composizione di colonne sonore "a la manière de". Senza Rachmaninoff, insomma, gli stilemi della colonna sonora non sarebbero quelli che sono, ed è dunque chiaro, ancora una volta, che quando noi la ascoltiamo ci ritroviamo in testa uno scorrere di fotogrammi.

Un ultimo legame, fortissimo, che unisce questa musica al mondo dorato della pellicola è dato dal fatto che, mentre nasceva, nel 1936, la Terza Sinfonia si immergeva in un contesto straordinario sotto il profilo cinematografico: tra Metropolis di Fritz Lang (1926), Tempi moderni di Charlie Chaplin (proprio del 1936), Orson Wells che realizzerà Quarto potere (1941), è facile rendersi conto di come il linguaggio del cinema fosse ormai a uno stadio di raffinatezza, potenza e suggestione tale da non lasciare indenne nessuna altra forma espressiva. Nemmeno la musica, dunque, tanto che il tratto costruttivo più evidente, la caratteristica "narrativa" più immediata della Terza Sinfonia di Rachmaninoff è il suo essere costruita con continui stacchi, segmentazioni, riprese, allargamenti di piano: il suo essere cioè montata esattamente come si faceva davanti a una moviola per realizzare un film.

Bisogna dunque avere in mente la sua collocazione - cronologica e ideale - quando si prova a ragionare sulla Terza Sinfonia, perché soltanto così si può evitare il tranello di liquidarla come opera secondaria di un artista nostalgico: si tratta di musica poderosa, che va ascoltata con mente libera e aperta.

Certo, il rapporto con il genere sinfonico per Rachmaninoff era sempre stato difficile. La sua Prima Sinfonia, battezzata a San Pietroburgo nel 1897, era stata un tale catastrofico disastro che l'autore aveva contemplato la possibilità di suicidarsi e, comunque, quella di abbandonare la composizione. Nel 1906, quando decise di scrivere la Seconda, confessò sentimenti di angoscia, apatia e disgusto, che non impedirono tuttavia all'opera di riscuotere un caloroso successo facendo tributare a Rachmaninoff il premio Glinka, con i suoi allettanti 20.000 rubli di dotazione. La Terza nacque negli Stati Uniti, dove Rachmaninoff si era rifugiato nel '17 per non essere travolto dalla Rivoluzione d'Ottobre e dopo un pellegrinaggio in cerca di rifugio in Svezia e in Danimarca. Era l'opera di un musicista posseduto dalla malinconia, consapevole di non poter più ritornare in patria, e non deve stupire il fatto che questa Terza sia stata descritta come "il pezzo di musica più triste che Rachmaninoff abbia mai composto". Nonostante la partitura fosse affidata ai musicisti prodigiosi della Philadelphia Orchestra, nonostante la direzione del grande Leopold Stokowski, l'accoglienza fu pessima. La critica bollò il lavoro come anacronistico, anemico, privo di nerbo - e sembra evidente che nessuno volesse capire la bellezza di una musica che conteneva il cinema. È vero che in quegli anni nascevano capolavori che raccontavano il Novecento in modo nerboruto, violento, travolgente (l'Opera da tre soldi di Brecht e Weill è del '28, Il naso di Sostakovic" è del '30, la Lulu di Berg è del '33, Porgy and Bess di Gershwin del '35...) e che dunque per capire il carattere solitario ma incantevole della musica di Rachmaninoff occorreva un'ampiezza di vedute non facile da raggiungere. Ma di fatto lo stesso Stokowski, dopo il fallimento di quella esecuzione, non la volle più dirigere fino al 1975.

Eppure il grande direttore era sempre stato un combattivo sostenitore della musica di Sergej. A proposito dei suoi lavori aveva proclamato: "Nella musica di Rachmaninoff io percepisco sempre la più grande sincerità e, benché i suoi lavori siano spesso complessi, si tratta di una complessità organizzata; ed è questo che produce un'impressione di semplicità". Alla testa della Philadelphia Orchestra, tra il 1920 e il 1936 Stokowski aveva diretto tutti i grandi lavori sinfonici di Rachmaninoff - il suo successore Ormandy si sarebbe poi preso cura delle Danze Sinfoniche, l'ultima partitura del Maestro. Affidare a lui la Terza Sinfonia garantiva dunque all'autore l'attenzione e la benevolenza necessari per affrontare un lavoro inedito. E, in effetti, ricordando il concerto, al quale era stato naturalmente presente, Rachmaninoff scrisse che "l'esecuzione era stata meravigliosa. Sia il pubblico che la critica hanno reagito in modo acido. Ma personalmente sono fermamente convinto che si tratti di un buon lavoro. Talvolta, tuttavia, l'autore si sbaglia! In ogni modo io mantengo la mia opinione".

Nicola Campogrande


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorium Parco della Musica, 5 Aprile 2008

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