Glossario



Pavane pour une infante défunte, versione per orchestra

Musica: Maurice Ravel
Organico: 2 flauti, oboe, 2 clarinetti, 2 fagotti, 2 corni, arpa, archi
Prima esecuzione: Parigi, Les Concerts Hasselmans, 25 dicembre 1912
Edizione: E. Demets, 1910
Dedica: principessa Edmond de Polignac

Vedi al 1899 n. 21 la versione per pianoforte

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

Nell'ultimo anno del secolo scorso RaveI scrisse per il pianoforte la più celebre pavane del repertorio concertistico. Il riferimento compositivo e ideale è a una danza lenta cinquecentesca, popolare anche nel Seicento, in 4/4, dall'andamento composto e solenne, normalmente contrapposta a una veloce gagliarda a lei accoppiata.

L'impiego di questa forma remota da parte di Ravel rientra nella tendenza arcaicizzante fin de siècle cui il catalogo del compositore si dimostra debitore (col Menuet antique, Le tombeau de Couperin e i due Epigrammes de Marot). Non a caso l'eco di questa danza giungeva a Ravel attraverso la mediazione dei virginalisti inglesi come Dowiand e Morley, ed evocava sonorità lontanissime dal pianismo romantico e prossime invece al venerando clavicembalo, importante fonte d'ispirazione per la generazione di Ravel. Il perseguimento di un «colore» storico si somma qui all'inseguimento di un «esotismo» geografico altamente suggestivo: quella Spagna che, nei decenni attorno alla svolta del secolo, ispirò tutti i maggiori autori francesi, da Saint-Saëns a Chabrier, dal Bizet di Carmen a Debussy. Una Spagna immaginaria che divenne catalizzatore delle esperienze compositive più moderne, come avrebbe dimostrato lo stesso Ravel in una serie impressionante di lavori, dalla Habanera giovanile al Boléro, dalla commedia musicale L'heure Eupagnole All'Alborada del Gracioso, dalla Rhapsodie espagnole all'estrema fatica le tre mélodies di Don Quichotte à Dulcinée.

Nella Pavane il compositore evoca l'immagine di un'Infanta rinascimentale: la figura doveva godere di una fortuna non episodica se esattamente dieci anni prima, nel 1889, Oscar Wilde le aveva dedicato una toccante fiaba, The Birthday of the Infanta (dal 1891 nella raccolta The House of Pomegranates), da cui Zemlinsky avrebbe tratto la propria «favola tragica per musica» Der Zwerg (Il nano). Queste le coordinate culturali che danno ragione del titolo di questa composizione, salutata da un'immediata popolarità (anche al di là delle volontà dell'autore, che nel corso degli anni giudicò severamente la semplicità di struttura di questa pagina - un rondò -, giungendo a riconoscere al titolo solo l'interesse di un'allitterazione!), e chiamano in causa una poetica di estraniazione dal rumore del mondo - dalla Francia all'epoca sconvolta dall'Affaire Dreyfus: l'art pour l'art insomma. La Pavane è un incantevole lavoro giovanile, nato per il salotto dei principi di Polignac ed espressamente dedicato alla principessa Edmond de Polignac (ospite di Fauré a Venezia nel '91, avrebbe commissionato a Stravinskij Renard), all'ombra di due grandi maestri della musica francese: Chabrier - l'influsso del suo Idylle dalle Pièces pittoresques verrà indicato dallo stesso Ravel - e Fauré, insegnante di composizione della giovane promessa e a sua volta autore di una celebrata Pavane, op. 50 orchestrale, scritta a ridosso del Requiem (1887) e ridotta per pianoforte nel 1889. L'orchestrazione dell'opera di Ravel (realizzata nel 1910, ai tempi di Daphnis et Chloé, e presentata al pubblico da Alfredo Casella), lungi dall'offuscare la caratteristica limpidezza dei temi e il loro squisito lirismo, esalta quella scrittura da melodia accompagnata, che già in origine rendeva la Pavane una sorta di serenata per orchestra.

L'apertura è affidata al corno solista, che canta il caldo tema, prevalentemente per grado congiunto, sull'accompagnamento degli archi con sordina, dell'altro corno e dei fagotti, mentre i legni intervengono solo nella seconda parte, cosi come l'iridescenza passeggera dell'arpa. Il primo episodio contrastante è affidato proprio a uno dei legni, l'oboe, seguito come un'ombra dal fagotto, nel silenzio degli archi punteggiato dallo staccato dei clarinetti.

L'episodio viene replicato dagli archi, finché un ritenuto non porta alla ripresa del tema principale, trasfigurato coloristicamente con la sua assegnazione a flauti e clarinetti. Di sapore cajkovskijano,il secondo episodio divagante, in sol minore, esordisce con l'inerpicarsi del flauto nelle regioni acute, sul sostegno dei soli primi violini divisi: la chiarezza tematica delle altre sezioni viene qui frantumata nel contrappunto orchestrale. Ripreso variato anche quest'ultimo episodio tra i glissandi dell'arpa, e concluso col forte a organico completo, giunge l'ultima ripresa del rondò, non clamorosa bensì in pianissimo, eppure esaltata dall'unisono di flauti e violini sull'accompagnamento di archi, arpa, fagotti e corni. Per la seconda sezione del tema,dopo il rituale glissando dell'arpa, il canto spetta ai violini e al corno I, mentre flauti e clarinetti abbozzano un leggero staccato, imitazione forse d'un immaginario liuto o una spagnola vihuela nell'accompagnamento dell'antica pavane.

Raffaele Mellace

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

Pur essendo vicino a Debussy per quel gusto a cesellare e a raffinare il suono così da cavarne tutto il profumo lirico in esso racchiuso, Ravel tende a distaccarsi nettamente dall'estetica impressionistica nella ricerca di un mondo espressivo meno simbolico e immateriale e più razionalistico, rivolto principalmente verso un ideale artistico fatto di chiarezza nelle immagini e di misurata compostezza nella forma. Un esempio di questa accentuata preferenza per la linearità e la purezza classica, che Ravel aveva ricavato dallo studio meticoloso della letteratura musicale francese del Sei-Settecento e in particolare della produzione clavicembalistica (Couperin in testa) così trasparente nella scrittura e agile nell'architettura, si ritrova nella Pavane pour une infante defunte scritta nel 1899 per pianoforte e poi orchestrata dallo stesso compositore, che l'aveva dedicata alla principessa di Polignac, nel 1908. Con questo lavoro, che ha la brevità e l'intensità espressiva di un foglio d'album, Ravel ebbe il primo autentico successo di pubblico, soprattutto per l'intimo, penetrante e delicato lirismo che distingue tale pagina elegiaca immersa in un acquario di eleganti ed evanescenti armonie poggiate su un chiaro impianto diatonico.

Malgrado il titolo, la Pavane non ha un carattere programmatico e descrittivo, come ebbe a sottolineare subito Ravel in risposta a coloro che lo consideravano un impressionista («Pour moi - egli disse - je n'aì songé en assemblant le mots qui composent ce titre qu'au plaisir de faire une alliteration») ; in essa si avverte la presenza di un artista abilissimo nell'uso degli impasti timbrici e delle sonorità armoniose e seducenti, dotato oltretutto di un sottile e lucido autocontrollo tale da calibrare l'invenzione melodica anche nei momenti in cui sembra dare sfogo ad accenti ed inflessioni patetiche, senza tuttavia cercare l'effetto e l'exploit virtuosistico fine a se stesso.

Ennio Melchiorre


(1) Testo tratto dal libretto inserito nel CD AM114-2 allegato alla rivista Amadeus
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia;
Roma, Auditorio di Via della Conciliazione, 22 maggio 1977

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Ultimo aggiornamento 11 gennaio 2013
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