Glossario



La valse

Poema coreografico - versione per orchestra

Musica: Maurice Ravel
Organico: 3 flauti (3 anche ottavino), 2 oboi, corno inglese, 3 clarinetti, clarinetto basso, 2 fagotti, controfagotto, 4 corni, 3 trombe, 3 tromboni, bassotuba, timpani, triangolo, tamburello, piatti, grancassa, castagnette, tam-tam, campanelli, crotali, 2 arpe, archi
Prima esecuzione in concerto: Parigi, Théâtre du Châtelet, 12 Dicembre 1920
Prima rappresentazione balletto: Anversa, Opéra Royal Flamand, 2 Ottobre 1926
Edizione: Paris, Durand & Cie., 1921
Commissione: Sergey Diaghilev
Dedica: Misia Sert

Vedi al 1919 n. 109 la versione per pianoforte ed al 1919 n. 110 la versione per due pianoforti

Guida all'ascolto (nota 1)

La danza permea l'opera di molti musicisti dei primi del Novecento. Inebriarsi dei ritmi e dello spirito della danza era per musicisti tra loro diversissimi - da Debussy, flou, sfuggente e impalpabile, a Stravinsky, fauve, violento e ossessivo - un modo per reagire alla pesantezza ritmica della tradizione sinfonica classico-romantica. Ma c'è anche un'altra spiegazione, più contingente, per quell'ondata di musica di danza: questa spiegazione ha un nome e un cognome, Sergej Diaghilev, il geniale impresario dei Ballets russes, che è stato una fonte vulcanica di proposte, di suggerimenti e di stimoli per i compositori dei primi trent'anni del ventesimo secolo.

Anche la nascita della Valse è merito di Diaghilev, che però, quando ricevette la partitura, la rifiutò. Fu poi Ida Rubinstein a metterla in scena, il 20 novembre 1928, all'Opera di Parigi, con un'accoglienza entusiastica e surriscaldata, ma intanto la prima esecuzione aveva avuto luogo in forma di concerto il 12 dicembre 1920, con l'Orchestra Lamoureux di Parigi diretta da Camille Chevillard: da allora La Valse ha la funzione di tonico infallibile nelle sale da concerto per il suo potere di accontentare simultaneamente tutti i tipi d'ascoltatore, che possono scoprirvi le infinite e preziose meraviglie timbriche e armoniche della raffinata tavolozza di Ravel o lasciarsi semplicemente andare al suo effetto trascinante.

Ravel scrisse questa musica durante l'inverno 1919-1920, nel villaggio di Lapras, in Ardèche, dove si era stabilito a casa d'un amico per riprendersi dall'abbattimento fisico e morale in cui era caduto dopo la guerra e la morte della madre («Sono terribilmente triste. Soffro sempre più», scriveva nel dicembre 1919): privato dalla stagione particolarmente rigida anche dello svago delle sue passeggiate quotidiane, si dedicò esclusivamente alla composizione e scrisse La valse. Dunque questa musica sfolgorante e vorticosa nacque nel raccoglimento di quei mesi grigi e gelidi.

Sembra che in questo "poema coreografico" Ravel abbia ripreso un suo precedente progetto d'un poema sinfonico intitolato Wien: amava la capitale austriaca per la sua gentilezza e la sua frivolité ormai appartenenti ad un'epoca trascorsa, e parimenti prediligeva il valzer, simbolo musicale di quel vecchio mondo. Già nel 1910 aveva reso omaggio alla danza viennese per eccellenza con le Valses nobles et sentimentales, eleganti e delicate: ma la bufera della guerra aveva spazzato via quelle atmosfere, lasciando un segno indelebile sul grande valzer del 1920, il cui slancio danzante proteso verso un culmine parossistico di sonorità orchestrale rivela, nonostante la leggerezza dei temi ispirati a quelli di Johann Strauss jr, un tormento e un'angoscia palpabili.

Ravel stesso, che per le Valses nobles et sentimentales aveva invocato «il piacere delizioso e sempre nuovo d'una occupazione inutile», ha messo in rilievo questa tensione oscura e drammatica della Valse quando la descrisse come un «turbinio fantastico e fatale». In vista della realizzazione scenica in forma di balletto era stato in realtà previsto un soggetto che di fatale aveva ben poco, perché La Valse avrebbe dovuto essere l'apoteosi del valzer viennese, il sogno d'un mondo sfavillante che riappare per un istante dalle nebbie del passato: «Nubi tempestose lasciano intravedere, a sprazzi, delle coppie che danzano il valzer: quando lentamente si diradano, si distingue un'immensa sala popolata da un folla volteggiante. La scena s'illumina progressivamente, finché, raggiunto il fortissimo, si accendono i grandi lampadari. La scena si svolge alla corte imperiale, verso il 1855». Ma la musica composta da Ravel non si adattava facilmente ad una rievocazione della Vienna di Francesco Giuseppe e degli Strauss, quindi, dal suo punto di vista, Diaghilev non ebbe tutti i torti a rifiutarla. Il sussurrare misterioso dell'inizio, col suo fremito sordo che pulsa sotterraneo ma chiaramente avvertibile, indica che sta per venire alla luce qualcosa di luminoso: ma allo stesso tempo c'è un senso d'inquietudine, serpeggia l'ombra del dubbio. Ecco che, dopo parecchi tentativi d'emergere dalla bruma, il tema appare: è leggero, frivolo e frizzante e porta con sé un senso di felicità. Con movenze feline e voluttà cromatiche questo tema sale, scoppia e trionfa, poi cade, si dissolve, riappare ancora più esasperato, sale di nuovo in un frenetico crescendo fino al più parossistico fortissimo. Allora lo scatenamento orgiastico del ritmo e il bagno voluttuoso di suoni s'impossessano irresistibilmente dell'ascoltatore, ma non si deve dimenticare il lato demoniaco della Valse e considerarla soltanto un rassicurante pezzo di bravura orchestrale.

Mauro Mariani


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di via della Conciliazione, 29 gennaio 2000

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