Glossario



Belfagor

Commedia lirica in un prologo, due atti e un epilogo, P 137

Musica: Ottorino Respighi
Libretto: Claudio Guastalla (dalla commedia omonima di Ercole Luigi Morselli)

Personaggi:
Organico: ottavino, 2 flauti, 2 oboi, corno inglese, clarinetto piccolo, 2 clarinetti, 2 fagotti, controfagotto, 4 corni, 3 trombe, 3 tromboni, basso tuba, timpani, triangolo, raganella, tamburo, gran cassa, piatti, tam-tam, xilofono, campanelli, campane, celesta, arpa, archi
Prima rappresentazione: Teatro alla Scala, 26 Aprile 1923
Edizione: Milano, Ricordi, 1923
Dedica: alla memoria di Ercole Luigi Morselli

Luogo dell'azione: In un piccolo paese del litorale toscano.

Sinossi

Prologo - Piazzetta di un piccolo paese di mare.
E' notte e Baldo, giovane marinaio, viene a prendere congedo dalla fidanzata Candida, una delle tre figlie dello speziale Maestro Mirocleto. Mirocleto, tornando a casa un po' brillo, cerca di aprire le porte della Chiesa sbagliandola per quella di casa sua.
Il diavolo Belfagor gli rivolge la parola e lo mette a parte dei suoi progetti: è venuto appositamente dall'inferno, con centomila ducati, per sperimentare le gioie e i dolori del matrimonio. Mirocleto, attratto dal miraggio della ricchezza, è disposto ad offrirgli una delle sue figlie in sposa.
Belfagor accetta l'invito dello speziale per il giorno dopo e, al primo canto del gallo, sparisce mentre Mirocleto entra in casa. Candida esce a dare un ultimo saluto a Baldo che deve imbarcarsi all'alba. I due giovani fanno progetti per la loro futura vita e si scambiano una solenne promessa invocando la protezione della Vergine sul loro amore.

Atto primo - Sala in casa di Maestro Mirocleto.
Mentre Candida mette in ordine la stanza e sua madre Olimpia si prepara per la Messa, bussano alla porta. E' Belfagor, sontuosamente vestito da cavaliere, che si presenta come il Signor Ipsilonne e complimenta la Signora Olimpia per la grazia della figlia minore.
Aspettando che Mirocleto si svegli, il Signor Ipsilonne ordina ad un suo servo una sontuosa colazione. Le due figlie maggiori di Maestro Mirocleto, Fidelia e Maddalena, ascoltano con interesse la ricca lista delle vivande e, attratte dal pomposo visitatore, s'affrettano a tornare dalla Messa con una scusa. L'abile demonio non trova difficoltà a farsi ascoltare dalle due ragazze che si siedono con lui sul divano, subito disposte ad accettare le sue galanterie.
Mirocleto, trovando le figlie in familiare colloquio con il forestiero, ha un attimo di indignazione, ma si fa subito ossequioso quando il Signor Ipsilonne gli chiede in sposa la figlia minore e promette di persuaderla ad accettare. Appena Candida torna con la madre, Mirocleto fa in modo di lasciarla sola con Ipsilonne. Attratto dal candore e dall'innocenza della fanciulla, Belfagor si fa audace. Candida lo respinge indignata e si dispera quando sa che quell'individuo odioso le è imposto come sposo. Fidelia e Maddalena invidiano la sorte della sorella; Olimpia cerca di confortare la figlia.

Atto secondo - Sala nel castello del Signor Ipsilonne.
Mirocleto, Olimpia, Fidelia e Maddalena, vestiti con grande lusso, si preparano a prendere parte ad un gran ricevimento che il Signor Ipsilonne offre nei suoi saloni. Candida rifiuta di intervenire e si ritira nelle sue stanze sbattendo la porta in faccia al marito.
Dal giorno del matrimonio essa non gli ha mai rivolto la parola. Olimpia vorrebbe richiamare la figlia ai suoi doveri coniugali, ma Mirocleto non trova opportuno intervenire e si consola mangiando e bevendo. Fra gli invitati si presenta Baldo che insiste presso Olimpia per parlare a Candida.
Il giovanotto è molto eccitato e, per timore di uno scandalo, Olimpia promette di fargli avere un colloquio con la figlia. Intanto il Signor Ipsilonne si lamenta con il suocero per la ritrosia della sposa ed esprime il suo disappunto per non essere riuscito a vincere le resistenze della fanciulla della quale ha finito per innamorarsi sul serio. Candida è stata intanto messa al corrente dalla madre della presenza di Baldo e, per potersi incontrare con lui, si mostra gentile con il marito e lo persuade a precederla nella sala da ballo.
Ipsilonne, pieno di speranza, segue le cognate alla festa, mentre Candida convince la madre che un suo colloquio con Baldo è perfettamente lecito, in quanto il matrimonio con Ipsilonne non è certamente valido: vi è stata infatti costretta con la forza e, inoltre, ne durante la cerimonia, ne mai dopo quel giorno, è stato possibile far suonare le campane della Chiesa. Baldo ritrova con gioia Candida pura e fedele ed i due giovani decidono di fuggire insieme. Baldo si allontana sentendo venire gente: è il Signor Ipsilonne che conduce gli invitati a rendere omaggio alla sposa. Rimasto, poi, solo con lei si fa particolarmente ardito; Candida finge di cedere e lo invita a raggiungerla nella sua stanza a mezzanotte. Mentre egli attende impaziente, Baldo aiuta Candida a calarsi dalla finestra.

Epilogo - La piazzetta del paese.
Baldo bussa alla porta della Canonica e viene introdotto dalla vecchia Menica. Un vagabondo barbuto, avvolto in un mantello dorme vicino alla fontana dove due altri vagabondi, un vecchio ed un ragazzo, vengono a consumare un modesto pasto. Commentano la sparizione del Signor Ipsilonne che qualcuno in paese ritiene fosse un diavolo travestito. Mentre Baldo esce dalla casa del Parroco, il primo Vagabondo interviene sostenendo che il ricco mercante se n'è andato in cerca di altre avventure dopo aver goduto le grazie della giovane sposa paesana. A queste parole Baldo gli si avventa contro, ma gli restano in mano solo la barba ed il mantello. Belfagor gli sfugge e scappa ghignando, scomparendo dietro il campanile.
Baldo ora piange in preda all'angoscioso dubbio che il demonio gli ha messo in cuore. Il Parroco crede di consolarlo assicurando che il matrimonio di Candida sarà annullato. Ma Baldo respinge il Sacerdote perplesso e accusa Candida di menzogna e tradimento. La fanciulla tenta invano di riacquistare la fiducia del fidanzato; disperata si inginocchia invocando la Vergine ed ecco che le campane della Chiesa cominciano a suonare a distesa. Baldo è finalmente convinto e tutti i paesani accorrono gridando al miracolo.


Commento (nota 1)

Quando, nell’autunno 1919, Respighi ebbe l’incarico dalla Casa Ricordi di comporre la sua prima vera opera (dopo i tentativi e le acerbe prove di Re Enzo, 1905 e Semirâma, 1910), pensò immediatamente alla collaborazione di Ercole Luigi Morselli e all’«arcidiavoleria» comica Belfagor, alla quale egli stava lavorando in quell’epoca, a completamento di una sorta di trilogia, avviata con Glauco e Orione; anche per l’aggravarsi della malattia del drammaturgo (che lo avrebbe prematuramente tratto a morte nel marzo 1921, lasciando incompiuto il suo ultimo lavoro), nella stesura del libretto intervenne fin dai primi mesi del 1920 il letterato e poeta romano Claudio Guastalla, pressoché esordiente in campo operistico. Il soggetto della commedia di Morselli, che mette in scena la vicenda del diavolo Belfagor, inviato in un piccolo borgo del litorale toscano a far esperienza delle faccende umane attraverso il matrimonio, contava su non pochi precedenti letterari e drammatici, a partire dalla novella Il demonio che prese moglie (Belfagor arcidiavolo) di Niccolò Machiavelli. Secondo tradizione, anche in Morselli-Guastalla l’umanizzazione del diavolo si fa tangibile nelle sue pene d’amore, rendendolo soltanto un povero diavolo «con grandissime orecchie, con lunghissima coda, ma senza corna», esposto allo scherno dei mortali («un diavolo ammogliato, innamorato e scornato», appunto): Belfagor, alias signor Ipsilonne, prende in moglie la scaltra Candida, una delle figlie dello speziale Mirocleto, che lo tiene in scacco e alla fine fugge tra le braccia del giovane marinaio Baldo, attratta dalla sua canzone ("Han sete di rugiada"). Nel libretto si perde un poco dell’ironia mordace nella quale Morselli cala le invenzioni grottesche, tipicamente antieroiche, di Belfagor: ironia e spirito giocoso che risultano stemperati nell’ispirazione dannunziana della versificazione di Guastalla, che non disdegna neppure l’inserto arcaicizzante col madrigale di Alfonso del Vasto "Ancor che col partir", intonato a mo’ di serenata da Baldo nel duetto con Candida incluso nel prologo. Respighi, seguendo più da vicino Morselli, tentò di farne una fiaba lirica rapida e divertente, giocata sulla vena sentimentale dei due giovani amanti, Baldo e Candida, e sulla connotazione grottesca e scanzonata di Belfagor-Ipsilonne: quest’ultima affidata perlopiù ai ritmi incisivi e alla ricchezza delle soluzioni timbriche (all’epoca Respighi era celebre soprattutto per il poema sinfonico Fontane di Roma); tuttavia a tratti non manca una verve comica quasi rossiniana, come nella divertente filastrocca di presentazione di Ipsilonne a Candida ("Sono un grosso mercante ritirato"), in cui il musicista ripercorre alcune suggestioni rossiniane del coevo balletto La Boutique fantasque. Nell’insieme ne risultò un’opera piuttosto disomogenea dal punto di vista stilistico e non particolarmente fortunata, che visse la sua breve stagione in palcoscenico grazie al baritono Mariano Stabile, a cui si deve l’interpretazione del ruolo del protagonista con la medesima ironia un poco amara per la quale fu acclamatissimo nel Falstaff verdiano.


(1) "Dizionario dell'Opera 2008", a cura di Piero Gelli, edito da Baldini Castoldi Dalai editore, Firenze

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