Glossario



Antiche danze ed arie per liuto. Prima suite (secolo XVI), P 109

Trascrizione libera per orchestra

Musica: Ottorino Respighi
  1. Balletto detto "Il conte Orlando" (Simone Molinaro)
  2. Gagliarda (V. Galilei)
  3. Villanella (Ignoto)
  4. Passo mezzo e mascherada (Ignoto)
Organico: 2 flauti, 2 oboi, corno inglese, 2 fagotti, 2 corni, tromba, clavicembalo, arpa, archi
Prima esecuzione: Roma, Augusteo, 16 dicembre 1917
Edizione: Milano, Ricordi, 1920

Guida all'ascolto (nota 1)

Questo testo è tratto dal programma di sala della prima esecuzione assoluta del brano

Queste quattro composizioni - in cui scintilla la freschezza e la vivacità della nostra anima musicale popolare nel Rinascimento - sono state tolte da Ottorino Respighi da antiche danze e arie italiane per liuto, e da lui liberamente trascritte per un complesso strumentale adatto, rispettando anche tutte le caratteristiche di armonia proprie del tempo e della natura di queste musiche, nelle quali molte cose considerate come errori dai grammatici si facevano «senza scrupolo».

Il liuto (i cui ultimi discendenti degeneri sono oggi gli strumenti della famiglia, dei mandolini e delle chitarre) fu un istrumento molto in voga nei secoli passati: di origine remotissima (lo avevano già' gli antichi Egiziani) il suo dominio prima del secolo XVI era più largo di quello degli strumenti ad arco; poi quando questi ultimi, per merito dei famosi fabbricanti cremonesi raggiunsero la definitiva perfezione di forma, la due famiglie di strumenti si contesero per un certo periodo a parità di forze il campo (tant'è vero che detti fabbricanti sono noti col doppio nome di liutai o violinai); finalmente con l'affermarsi trionfale degli strumenti ad arco, verso cui sempre maggiormente si orientò nei secoli XVII e XVIII la predilezione dei compositori, il liuto perdette rapidamente terreno e cadde in disuso. Era un istrumento a molte corde (se ne avevano anche di varie grandezze, per esempio l'arciliuto, che era il «basso» della famiglia: una specie di grosso liuto era anche la tiorba); cosicché si prestava assai bene al sonar polifonico: così noi abbiamo, specialmente del secolo XVI, una quantità di composizioni polifoniche vocali (villanella, canzonette, madrigali) trascritte per liuto; il quale aveva anche una scrittura speciale (intavolatura). Il compianto Oscar Chilesotti, che era profondo conoscitore della materia liutistica, ha rievocato (ridotte in notazione moderna dalle originali intavolature) molte composizioni per liuto.

Le musiche che oggi si eseguiscono appartengono a quella produzione popolaresca (villanelle, canzonette) di cui ci fu una ricca, mirabile fioritura nel Rinascimento: produzione che in gran parte circolava anonima. Ma gli autori del tempo non mancarono di dedicarsi a questo genere, immedesimando l'anima loro con l'anima musicale del popolo.

Vincendo Galilei è il padre del grande Galileo. Fu appassionato sonatore di liuto e di viola. Il suo nome è rimasto legato alle origini del melodramma, avendo egli fatto parte del gruppo di artisti che è rimasto nella storia sotto il titolo di «Camerata fiorentina» e che introdusse quella nuova arte che Emilio De' Cavalieri chiamò, con bellissima espressione, «recitar cantando». Fu appunto Vincenzo Galilei che compì i primi tentativi nel nuovo stile, musicando dei frammenti del Conte Ugolino di Dante e delle Lamentazioni di Geremia (del che ci rimane soltanto la notizia). Galilei fu anche autore di libri importanti sulla musica, e cioè: «Discorso dell'antica musica e moderna» e «Il Fronimo, dialogo del bene intavolare et rettamente suonare la musica».

Dì Simone Molinaio sappiamo che visse in Genova, dove nel 1599 fu eletto maestro di Cappella della Cattedrale. Di lui son rimaste messe, mottetti, madrigali, canzonette: e varie composizioni in intavolatura di liuto.

«Gagliarda» era una danza marcata a gruppi ternari molto in voga nel cinque-seicento. «Passo mezzo» o «Passammezzo» si chiamava una specie di Pavana in tempo più rapido: quello che oggi si eseguisce è detto nel codice ond'è tolto «Passo mezzo bonissimo».


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio dell'Augusteo, 16 dicembre 1917

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Ultimo aggiornamento 9 novembre 2012
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