Glossario



Il tramonto, P 101

Poemetto lirico per mezzosoprano e quartetto d’archi

Musica:
Ottorino Respighi
Testo: Percy Bysshe Shelley
Organico: mezzosoprano, quartetto d’archi o orchestra d’archi
Composizione: agosto 1914
Prima esecuzione: Roma, Sala Accademia di Santa Cecilia, 1 maggio 1915
Edizione: Milano, Ricordi, 1918
Dedica:  Signora Chiarina Fino Savio

Vedi al n. P 101a del 1914 la riduzione per canto e pianoforte

Guida all'ascolto (nota 1)

C'è chi vorrebbe assegnare a Respighi un ruolo di giunzione fra il momento artistico di Martucci e quello dei propri coetanei. Ed è a credere che per una collocazione del genere, giustificabile ed oppugnabile insieme, le sue liriche vengano comunque di ottimo appoggio. A Bologna oltre al Torchi egli ebbe come insegnante proprio Martucci che si dice fosse sorpreso delle sue capacità tecniche e della duttilità geniale con cui reagiva alle varie esperienze. E in alcune liriche come le notissime «Nebbie», «Pioggia», «la Stornellatrice» è facile difatti trovare il ricordo nobilitato delle romanze in voga non senza l'influsso di quelle del suo stesso maestro. Si pensi alla bella Canzone dei ricordi di Martucci.

Curioso è anche in questo poemetto lirico del Tramonto, il rapporto con le composizioni strumentali che egli andava scrivendo negli stessi anni (il Tramonto è del 1914 e le Fontane di Roma sono del '16) e di fronte a cui serba un'aria tutta giovanile. Ma a parte certi tratti, originalmente poetici, nella abilità in cui il quartetto s'accompagna alla voce, nel modo di decorare a proposito il canto, si ritrova anche qua il prestigio del Respighi più noto.

Emilia Zanetti

Testo

IL TRAMONTO

Già v'ebbe un uomo, nel cui tenue spirto
(qual luce e vento in delicata nube
che ardente ciel di mezzogiorno stempri)
la morte e il genio contendeano.
Oh! quanta tenera gioia, che gli fè il respiro venir meno
(così dell'aura estiva l'ansia talvolta)
quando la sua dama, che allor solo conobbe
l'abbandono pieno e il concorde palpitare
di due creature che s'amano,
egli addusse pei sentieri d'un campo, ad oriente
da una foresta biancheggiante ombrato
ed a ponente discoverto al cielo!

Ora è sommerso il sole;
ma linee d'oro pendon
sovra le cineree nubi,
sul verde piano, sui tremanti fiori,
sui grigi globi dell'antico smirnio,
e i neri boschi avvolgono
del vespro mescolandosi alle ombre.
Lenta sorge ad oriente l'infocata luna
tra i folti rami delle piante cupe:
brillan sul capo languide le stelle.
E il giovine sussura: «Non è strano?
Io mai non vidi il sorgere del sole, o Isabella.
Domani a contemplarlo verremo insieme».
Il giovin e la dama giacquer
tra'l sonno e il dolce amor congiunti ne la notte,
al mattin gelido e morto
ella trovò l'amante.

Oh! nessun creda che, vibrando tal colpo,
fu il Signor misericorde.
Non morì la dama, nè folle diventò:
anno per anno visse ancòra.
Ma io penso che la queta sua pazienza,
e i trepidi sorrisi, e il non morir ma vivere
a custodia del vecchio padre
(se è follia dal mondo dissimigliare)
fossero follia.
Era, null'altro che a vederla,
come leggere un canto da ingegnoso bardo
intessuto a piegar gelidi cuori
in un dolor pensoso.
Neri gli occhi, ma non fulgidi più:
consunte quasi le ciglia dalle lagrime;
le labbra e le gote
parevan cose morte, tanto eran bianche;
ed esili le mani
e per le erranti vene
e le giunture
rossa del giorno trasparia la luce.

La nuda tomba, che il tuo fral racchiude,
cui notte e giorno un'ombra tormentata
abita,
è quanto di te resta,
o cara creatura perduta!

«Ho tal retaggio che la terra non dà:
calma e silenzio
senza peccato e senza passione.
Sia che i morti ritrovino (non mai il sonno!)
solo il riposo,
imperturbati quali appaiono,
o vivano
o d'amore nel mar profondo scendano,
oh! il mio epitaffio, che il tuo sia «Pace»!
Questo dalle sue labbra l'unico lamento.

Traduzione di R. Ascoli


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Filarmonica Romana,
Roma, Teatro Eliseo, 2 gennaio 1950

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Ultimo aggiornamento 1 novembre 2016
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