Glossario



Sonata in fa diesis minore, K 25

Musica: Domenico Scarlatti
Organico: clavicembalo
Edizione: in Essercizi per Gravicembalo, Fortier, Londra, 1738

Guida all'ascolto (nota 1)

In uno dei suoi famosi colloqui con Robert Craft, Stravinskij espresse una volta con arguta ironia la sua scarsissima stima nei confronti della musica italiana del Settecento, arrivando addirittura a definire Vivaldi «un tipo tedioso che componeva la stessa forma un'infinità di volte». L'unico che riusciva a salvarsi almeno in parte dalle staffilate stravinskiane era proprio Scarlatti: «Scarlatti è una faccenda diversa». Ma, aggiungeva subito Stravinskij, «anche lui variò così poco la forma...». E persino Schumann, di solito critico attento e perspicace dei fenomeni musicali sia del suo tempo che del passato, aveva scritto che Scarlatti, in confronto con i maggiori compositori tedeschi, era «come un nano capitato in mezzo ai giganti».

Mitizzato alla sua epoca come uno dei più grandi strumentisti d'Europa, fatto oggetto di una vera e propria «caccia al manoscritto» negli anni immediatamente successivi alla sua morte, il buon Domenico venne in effetti ben presto confinato in quel limbo di «compositori minori» in cui tutto tende a confondersi: il destino che sembrava attenderlo era quello di essere ricordato semplicemente come uno dei «precursori» della forma-sonata, o come uno dei molti che avevano cercato di emancipare la scrittura per strumento a tastiera dalla vecchia tradizione del basso continuo.

Se oggi le cose non stanno così, e se il nome di Scarlatti ha saputo reggere a testa alta il confronto con quelli di Bach e di Händel in occasione delle celebrazioni dell'anno europeo della musica del 1985, lo si deve al lavoro e all'impegno di molte persone: gli studiosi, come Longo, come Kirkpatrick, e molti altri dopo di loro, che hanno analizzato, catalogato e pubblicato il corpus delle composizioni scarlattiane: ma anche, e forse soprattutto, i musicisti, come Horowitz, che hanno inserito le musiche di Scarlatti nel loro repertorio, le hanno incise e suonate in concerto accanto a Liszt e Chopin, presentandole con eguale dignità e dedicando loro altrettanta «attenzione interpretativa».

La Sonata K. 25 è a una composizione «giovanile» (almeno secondo le valutazioni di Kirkpatrick) e decisamente cembalistica. Dalla scrittura tastieristica piuttosto convenzionale emerge però un effetto molto particolare, un altro di quei «mille diavoli» che Scarlatti sapeva far uscire dalla tastiera. Si tratta della cosiddetta «terza mano», che possiamo ascoltare poche battute dopo l'inizio: mentre la mano destra prosegue il suo movimento regolare e costante, la mano sinistra scavalca la destra andando a suonare al di sopra di questa, torna quindi nel basso, per poi rispostarsi nuovamente all'acuto, e così di seguito. Si vengono dunque a creare tre parti sovrapposte e ben distanziate tra di loro, e conseguentemente l'illusione che ci siano tre mani a suonare.

Franco Sgrignoli


(1) Testo tratto dal libretto inserito nel CD allegato al n. 72 della rivista Amadeus

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Ultimo aggiornamento 13 aprile 2017
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