Glossario



Sonata in mi maggiore, K 395

Musica: Domenico Scarlatti
Organico: clavicembalo

Guida all'ascolto (nota 1)

Estro, fantasia, capriccio, malinconia, passionalità traspaiono con inesauribile dovizia dalle Sonate per clavicembalo di Domenico Scarlatti. La piccola e agile forma della Sonata scarlattiana sembra inverare in suoni tutto l'esprit del Settecento in un sottile e perfetto equilibrio di geometria e passioni. Non il "profondo intendimento" - per riprendere il celebre Avvertimento al Lettore pubblicato con i Trenta Essercisi per gravicembalo nel 1738 - ma lo "scherzo ingegnoso dell'Arte" rappresenta, con falsa modestia, il fine del suo operare. Certo non si può fare a meno di pensare che la Fuga del gatto posta a conclusione di quei Trenta Essercisi voglia solo dare un contentino, sebbene alquanto sontuoso, ai severi intenditori del suo tempo, sorpresi e sconcertati - c'è da giurarlo - dalle tante diavolerie precedenti. Quest'unica pubblicazione londinese, dedicata alla "Sacra Real Maestà di Giovanni V il Giusto Re di Portogallo, d'Algarve, del Brasile" per ringraziare il suo protettore del conferimento dell'ambitissimo titolo di Cavaliere dell'Ordine di San Giacomo, è anche la prima manifestazione del genio del musicista napoletano. Forse troppo condizionato dall'ingombrante figura del padre Alessandro oltre che dagli obblighi del musicista di curia (Cappella Giulia in San Pietro) e di teatro (le opere per il Teatro Capranica e per quello privato di Maria Casimira di Polonia in Palazzo Zuccari) tutta la prima parte della sua carriera fino alla partenza definitiva dall'Italia nel 1720 alla volta di Lisbona, non lascia trasparire i tratti distintivi del genio capace di sollevarsi da un livello di pur alta professionalità.

L'ambiente romano dell'Accademia d'Arcadia e della munificenza del cardinale Ottoboni, i contatti con Corelli, Pasquini, Händel furono determinanti per la formazione di Domenico, ma è solo nell'isolamento portoghese e poi della corte degli Infanti Fernando e Maria Barbara ad Aranjuez che quell'abbondanza di stimoli culturali, associata alle suggestioni del folclore iberico e a una spiccata attitudine alla ricerca di nuove possibilità tecniche e stilistiche, porta alla straordinaria evoluzione della sua arte. A dire il vero le sue capacità esecutive furono sempre sbalorditive, fin dagli anni romani; Charles Burney, il musicista e storiografo inglese suo contemporaneo, riferisce di un episodio raccontatogli dall'irlandese Thomas Roseingrave che è una delle pochissime testimonianze su Scarlatti esecutore: «Dopo che un'allieva di Gasparini ebbe eseguito una cantata del maestro, presente al cembalo per accompagnarla, fu la volta d'un giovane d'aspetto severo, vestito di nero e con una parrucca nera, che se ne era rimasto in un angolo della stanza, silenzioso ed attento mentre Roseingrave suonava; pregato di sedere al clavicembalo, bastò che cominciasse a suonare perché Rosy avesse la sensazione che mille diavoli stessero allo strumento; mai prima di allora aveva ascoltato passaggi così efficacemente realizzati».

La fonte principale delle Sonate di Scarlatti - i quindici volumi rilegati in marocchino rosso con le armi di Spagna e Portogallo impresse in oro conservati nella Biblioteca Marciana di Venezia - consentono una accettabile ipotesi di datazione delle oltre cinquecento composizioni. I manoscritti, appartenuti alla reale allieva Maria Barbara di Braganza, principessa delle Asturie e poi regina di Spagna, permettono di individuare almeno tre fasi distinte nel complesso delle Sonate: una prima in cui permangono elementi e suggestioni di compositori della sua generazione o precedenti e caratterizzata da una scrittura sobria e controllata; una fase di piena e totale maturità che comprende gli Essercisi e le Sonate del periodo definito da Kirkpatrick "flamboyant" in cui l'estro compositivo procede di pari passo con le difficoltà tecniche; un periodo tardo infine che vede l'attenuarsi degli aspetti più marcatamente virtuosistici e quasi il preannuncio delle potenzialità e delle risorse del pianoforte.

Per gran parte delle Sonate Scarlatti aveva concepito una esecuzione a coppie con l'intenzione di creare organismi più ampi e omogenei. Le coppie di Sonate si basano sulla stessa tonica - diversificando eventualmente il modo maggiore o minore - e possono al loro interno sviluppare un'idea di contrasto o di integrazione reciproca. Come ha osservato Kirkpatrick «il vero significato di più di una Sonata di Scarlatti diviene assai più chiaro quando questa è ricongiunta alla sua compagna».

Sonata in mi minore K. 394
Sonata in mi maggiore K. 395

Un'altra perla preziosa nell'inesauribile tesoro delle Sonate di Scarlatti è la K. 394 in mi minore. Tutta la prima parte della Sonata è una sorta di austera Invenzione a due voci che sfrutta mirabilmente la forza patetica della settima diminuita. Nella seconda parte il clima cambia bruscamente con una serie di veloci arpeggi in tonalità maggiori che introducono un lungo e tortuoso passaggio modulante di stupefacente ardimento e in cui però non viene meno il melodizzare espressivo e patetico della prima parte.

Più regolare nell'impianto tonale e nella articolazione della forma è la Sonata in mi maggiore K. 395. È singolare però che poco prima delle due cadenze principali - quella della prima parte alla dominante e quella conclusiva alla tonica - Scarlatti infittisca e arricchisca l'armonia con soluzioni inusuali e preziose.

Giulio d'Amore


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di via della Conciliazione, 13 febbraio 1998

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Ultimo aggiornamento 29 novembre 2015
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