Glossario



Concerto per pianoforte e orchestra, op. 42

Musica: Arnold Schönberg
  1. Andante
  2. Molto allegro
  3. Adagio
  4. Giocoso (moderato)
Organico: pianoforte solista, ottavino, 3 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 4 corni, 2 trombe, 3 tromboni, basso tuba, timpani, xilofono, campane, grancassa, piatti, tam-tam, tamburo, archi
Composizione: 27 giugno - 30 dicembre 1942
Prima esecuzione: New York, NBC Orchestra's Radio City Habitat, 6 febbraio 1944
Edizione: Schirmer, New York, 1944
Dedica: Henry Clay Shriver

Guida all'ascolto (nota 1)

Non pianista al contrario di Berg e di Webern, Schönberg dedicò numerose Composizioni al pianoforte, talora decidendo alcuni atteggiamenti fondamentali del proprio linguaggio nello strumento dove gli erano impedite abitudini contratte dalla consuetudine col repertorio: ad esempio, i pezzi opus 11, 19, 23, la Suite op. 25.

Nel Concerto, che fu l'ultimo lavoro pianistico, composto nel 1942 ed apparso nel 1948 a Darmstadt, dove si impose la ripetizione integrale seduta stante, viene posto, come nel Concerto violinistico del 1936, un problema virtuosistico di rilevante difficoltà secondo la consuetudine schönberghiana, insieme con il tipico atteggiamento, aspramente sottolineato da Boulez e da una parte dei darmstadtiani di osservanza weberniana: la riproposta del metodo dodecafonico, che aveva conosciuto qualche cedimento nell'esilio americano del maestro, apparentemente in conflitto con la struttura dei quattro movimenti e con la loro articolazione tradizionale, sulla linea brahmsiana; e, secondo la definizione di Leibowitz, la tendenza a «trattare l'apparato seriale secondo una mentalità tematica».

Né è mancata la constatazione di sopravvivenze wagneriane, secondo Roman Vlad una vera e propria citazione dal Tristano, che giustificano la presa di posizione, rispettosa ma decisamente negativa, manifestata dall'avanguardia nei riguardi di questo Concerto, visto come un ritorno alle origini tardo romantiche, al di là della coerenza col metodo, quando l'apporto massimo del compositore potrebbe riconoscersi nel periodo 1908-1912 e nei dieci lavori di quegli anni.

Tuttavia, se in questo senso è stata formulata la celebre conclusione della commemorazione di Boulez, SCHOENBERG È MORTO, vale anche la considerazione della cosiddetta seconda scuola viennese al di fuori di una rigida versione progressista: sì che, come nel Concerto violinistico di Berg, anche nel Concerto per pianoforte di Schönberg si prenderà atto con equanimità, pari alla compiacenza per la virata seriale dei Movements per pianoforte strawinskiani, di una dialettica generatasi nei viennesi non altrimenti che in Strawinsky o, poniamo, nell'ultimo Brahms, massimamente nell'ultimo Beethoven camerista, nella quale i revenants musicali hanno un senso mediato e, proprio in questo Concerto schönberghiano, offrono una clamorosa smentita ai sostenitori dell'univocità degli idoli.

Claudio Casini


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di via della Conciliazione, 20 maggio 1973

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Ultimo aggiornamento 7 novembre 2014
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