Glossario
Testo dell'Ode



Ode to Napoleon Bonaparte, op. 41

per voce recitante e strumenti

Musica:
Arnold Schönberg
Testo: George Byron
Organico: voce recitante, pianoforte, 2 violini, viola, violoncello
Composizione: Los Angeles, 12 marzo - 12 giugno 1942
Prima esecuzione: New York, Carnegie Hall, 23 novembre 1944
Edizione: Schirmer, New York, 1944

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

La liberalizzazione della dodecafonia e l'attuazione dell'impegno morale sono i due fenomeni che contraddistingono, nell'esperienza creativa schoenberghiana, la fase estrema coincidente con gli anni dell'esilio americano. Nel primo si può osservare un sensibile allentamento della disciplina tecnica con cui Schoenberg si era servito fino a quel momento del linguaggio dodecafonico. La dodecafonia sembra superare gli aspetti tecnicamente e teoricamente più circostanziati di uno specifico «metodo compositivo», per divenire una sorta di «premessa ideologica», resa necessaria dalla storia ma quindi - anche - storicamente superabile, o quanto meno passibile di evoluzioni una volta esaurita la propria funzione iniziale. «L'intenzione non era di scrivere musica dissonante, ma di usare la disonanza secondo un criterio logico, senza ricorrere ai procedimenti dell'armonia classica, perchè questi sono ormai inutilizzabili»: così lo stesso Schoenberg interpretava in quegli anni la sua precedente fase creativa, mentre venivano alla luce opere in cui la tecnica dodecafonica veniva utilizzata con sempre maggiore libertà, fino a far registrare più volte nuovi approdi (si badi: non semplici ritorni) alla tonalità e alla consonanza.

Parallelamente, quell'impegno morale, quel rigore interiore che Schoenberg percepiva come connaturati alla sua missione di artista, e che aveva sempre vissuto così intensamente (ad esempio attorno all'ideale dell'ebraismo), trovavano negli stessi anni, nella cronaca quotidiana delle vicende europee, nelle immagini proposte dagli orrori della guerra e delle persecuzioni razziali, le sollecitazioni per più dolorose ed immediate risonanze. L'ideale divenne necessariamente tema di intervento: si «attualizzò», appunto; e si concretizzò direttamente in opere (si pensi al Sopravvissuto di Varsavia) che avevano il senso di una denuncia severa e puntuale, di una protesta tangibile ed esplicita.

In questo quadro va collocata, nella pienezza del suo valore esemplare, l'Ode a Napoleone Bonaparte, che Schoenberg condusse a termine nel giugno 1942, dopo nove anni di permanenza sul suolo americano (vi era giunto nel '33, abbandonando sdegnato l'Europa in seguito alle prime campagne antiebraiche e contro l'«arte degenerata»), e dopo aver assunto definitivamente, un anno prima, la cittadinanza statunitense. Il testo risale al 1814, quando Byron, alla notizia dell' abdicazione di Napoleone e del suo esilio all'Elba, sfogò le proprie ansie di romantico «libertario» in una violenta e impietosa invettiva contro il tiranno caduto. «Byron rimase così deluso dalla rassegnazione di Napoleone che gli riversò addosso lo scherno più feroce: e credo di aver colto questo aspetto nella mia composizione», scrisse Schoenberg alcuni anni dopo. Ovviamente, nel testo byroniano, Schoenberg colse l'occasione simbolica, allusiva, che gli consentiva di colpire, nell'immagine della tirannide napoleonica, quella della tirannide hitleriana, auspicandone nel contempo l'analoga fine. Vi trovò anche l'occasione per tributare un atto di omaggio alla nuova patria, quasi a sollecitarla fiduciosamente nella fedeltà agli ideali di libertà della sua fondazione. Ciò quando Byron, nei versi conclusivi, sembra voler contrapporre alla figura di Napoleone quella di George Washington, «il Cincinnato d' Occidente / colui che nessuna bassezza umana oserebbe odiare».

Opera in cui la scrittura continua ad essere concepita secondo la tecnica dodecafonica, ma dove, d'altra parte, la funzione della musica è palesemente subordinata ai contenuti esperssi dal testo, l'Ode a Napoleone Bonaparte rivela i già ricordati caratteri del periodo americano in frequenti situazioni armoniche prossime alla consonanza, fino all'accordo perfetto di mi bemolle maggiore che chiude il lavoro. Un'analoga «liberalizzazione» si registra nell'uso dello Sprechgesang, o Sprechstimme, richiesto alla voce recitante. Lo Sprechgesang, sorta di recitazione intonata, o di «melodia parlata», che Schoenberg aveva messo a punto trenta anni prima nel Pierrot lunaire mediante una infallibile prescrizione dei ritmi e degli intervalli, si stempera qui in una intonazione meno precisamente definita, pur conservando la solidità dell'intelaiatura ritmica.

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

Con l'avvento di Hitler al potere (1933) Arnold Schönberg, come tanti altri artisti europei di razza ebraica, fu costretto a emigrare negli Stati Uniti, dove insegnò prima a New York, poi a Boston e infine, per quasi dieci anni, all'Università di California di Los Angeles. Appartiene a questo periodo l'Ode to Napoleon Buonaparte op. 41 per voce recitante, quartetto d'archi e pianoforte, portata a termine nel giugno del 1942. Schönberg utilizzò il testo scritto da Lord Byron a Londra nel 1814 sull'onda della reazione alla notizia dell'abdicazione di Napoleone in favore dei Borboni. "Byron", osservò Schönberg in una lettera del 1948, "rimase così deluso dalla rassegnazione di Napoleone che gli riversò addosso lo scherno più feroce; e credo di aver colto questo aspetto nella mia composizione". Nell'interpretazione schönberghiana è però possibile anche vedere, nel simbolo di Napoleone abbattuto e umiliato, una chiara denuncia della tirannide hitleriana, evidenziata dai versi della seconda strofe dell'ode: "Uomo nefasto, perché infierire sui tuoi simili che così umilmente piegarono il ginocchio? Divenuto cieco a forza di convergere i tuoi sguardi sopra te solo, hai insegnato agli altri a vedere. Con un potere incontestato, con la potenza di salvare, la tomba è stato il tuo unico dono per coloro che ti adoravano; né mai, prima che tu cadessi, i mortali poterono immaginare quanta piccolezza si nasconde nell'ambizione". Nel finale della poesia, invece, Schönberg sembra alludere e interrogarsi sulla propria condizione di uomo e musicista in esilio: "Dove può l'occhio stanco riposare quando si sofferma ad osservare i Grandi? Dov'è che riluce una gloria che non sia colpevole, un atto che non sia spregevole?".

Prendendo posizione da uomo libero contro la dittatura nazista, Schönberg creò dunque un'opera di impegno dichiaratamente civile, "politica" nella misura in cui esprimeva per mezzo della musica l'indignazione e il monito di una scelta morale, ideale, spirituale. Da questo punto di vista l'Ode to Napoleon Buonaparte è uno dei più alti esempi di protest-music del Novecento, degno di stare accanto a La mort d'un tyran di Darius Milhaud (1936), Thyl Claes di Wladimir Vogel (1937-38), ai Canti di prigionia (1938-41) e al Prigioniero (1943-48) di Luigi Dallapiccola  o a A Survivor from Warsaw (1947) dello stesso Schönberg. Proprio per rendere intelligibile il testo in tutta la sua drammatica violenza, descrivendo e illustrando il senso delle parole in modo da farle arrivare con chiarezza, Schönberg si servì in una forma quasi didatticamente semplificata di una voce recitante, affidandole il compito non soltanto di declamare ma anche di sottolineare ogni momento della declamazione stessa. La voce non intona, secondo la tecnica dello Sprechgesang (ossia del canto parlato), intervalli esattamente specificati, ma venne disposta secondo una linea che varia continuamente di altezza senza però richiedere un'intonazione precisa. Schönberg pose la massima attenzione alla notazione ritmica, in modo da aiutare l'esecutore a rispettarla scrupolosamente e a conformarsi all'andamento incisivamente scandito degli strumenti timbricamente differenziati.

Nell'Ode to Napoleon Schönberg si servì del sistema dodecafonico, ma lo fece in un modo per così dire temperato. Scrive Giacomo Manzoni: "L'Ode to Napoleon è la prima composizione dodecafonica di Schönberg in cui egli modifica certe leggi che si era imposte nei primi anni di utilizzazione di questa tecnica. Innanzi tutto piega la serie a un trattamento in cui si presentano sovente raggruppamenti consonanti, a differenza di quanto aveva fatto nelle opere dodecafoniche precedenti. La fine del pezzo è suggellata da un accordo perfetto di mi bemolle maggiore, che potrebbe far pensare a un'allusione alla tonalità dell'Eroica di Beethoven" (l'Eroica, come è noto, ha un nesso storico robusto e problematico con la figura di Napoleone). Fu Schönberg stesso a spiegare questo procedimento in una lettera a René Leibowitz: "Non bisogna dimenticare che lo scopo principale della composizione dodecafonica è di raggiungere la connessione mediante l'impiego di una successione unitaria di note. L'intenzione non era di scrivere musica dissonante, ma di usare la dissonanza secondo un criterio logico, senza ricorrere ai procedimenti dell'armonia classica". Ancora una volta si confermava la coerenza del compositore nel non fare della tecnica un fine bensì un mezzo: sotto questo profilo l'Ode to Napoleon rimane una delle sue opere più forti, più intensamente espressive e comunicative.

Segio Sablich


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia,
Roma, Sala Accademica di via dei Greci, 6 maggio 1977
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto della Fondazione Teatro San Carlo di Napoli,
Napoli, 22 febbraio 2003

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Ultimo aggiornamento 5 luglio 2014
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