Glossario



Suite in sol maggiore per orchestra d’archi

Musica: Arnold Schönberg
  1. Ouverture
  2. Adagio
  3. Menuet
  4. Gavotte
  5. Gigue
Organico: archi
Composizione: settembre - 26 dicembre 1934
Prima esecuzione: Los Angeles, Philharmonic Auditorium, 18 maggio 1935
Edizione: Schirmer, New York, 1935

Guida all'ascolto (nota 1)

Di Schönberg, ha scritto Pierre Boulez: «Fu un autodidatta della musica. Le circostanze gli fecero interrompere gli studi piuttosto presto. Coltivò dapprima la musica da dilettante: imparò a suonare il violoncello, scrisse dei duetti, dei trii e dei quartetti per formazioni cameristiche nelle quali suonava con altri compagni. Questo precoce richiamo spontaneo verso la musica da camera lascerà tracce su tutta la sua attività di compositore. Schönberg abbandonò il liceo senza aver terminato gli studi secondari; si consacrò interamente fin d'allora alla musica. Il solo maestro responsabile della sua educazione fu Alexander von Zemlinsky, di due anni più vecchio, il quale aveva a quell'epoca una reputazione lusinghiera; questo insegnamento amichevole, di breve durata, fu l'unico mai ricevuto da Schönberg: dei resto rivendicava volentieri, in seguito, i suoi privilegi di autodidatta... A partire dal 1915 [dopo aver composto Verklärte Nacht, i Gurre-Lieder, la Sinfonia da camera op. 9, Erwartung, Pierrot lunaire e altre note composizioni], l'attività creativa di Schönberg subisce una pausa: non pubblicherà nulla prima del 1923. Si è interpretato questo silenzio di otto anni in modi molto diversi: non è dovuto ad una crisi di sterilità, come si è spesso insinuato; Schönberg doveva invece sormontare il lato «anarcoide» della sua scrittura, dargli una nuova coerenza, destinata a sostituire quella antica. In ogni caso, questo intervallo di otto anni venne consacrato ad una attività didattica accresciuta; Schönberg ampliò i suoi corsi di composizione; organizzò anche dei concerti per far ascoltare la musica nuova ( ... ). Non soltanto si eseguivano le opere ma esse venivano anche presentate e discusse; il pubblico poteva, volendo, assistere alle prove; come si vede, anche questi concerti non erano privi di un certo recondito scopo didattico».

Quanto ai riferimenti proprii delle opere che si allineano con la presente Suite in sol maggiore per orchestra d'archi, non sarà difficile riconoscere la precisa definizione che ne dà, parlando di lavori di questo tipo, ancora Boulez: «Si può sostenere che vi sia una netta volontà arcaicizzante nella scelta di forme abbandonate e cadute in disuso. E' evidente che queste forme non sono prese servilmente in prestito alla tradizione ma subiscono una revitalizzazione innegabile; nondimeno gli schemi ritmici sono forse gli spigoli più vivi nei quali si impiglia la discrepanza fra il vocabolario nuovo e le forme antiche».

La Suite per archi, datata ai 1934, è composta di cinque movimenti: Ouverture, Adagio, Minuetto, Gavotta, Giga.

L'Ouverture apre con un maestoso «Largo», debitamente arcaicizzato sul modello del barocco secentesco, Alle gravi cadenze del «Largo», si intervalla tutta una serie di episodi: una «Fuga» («Allegro»), tematicamente avviata dalle viole; un secondo «Allegro», ricco di imitazioni contrappuntistiche; un terzo episodio, vivacemente concitato, che si scioglie nella conclusione finale dove viene riproposta l'ariosa densità del «Largo» iniziale.

L'Adagio si fonda sulla lineare cantabilità del tema esposto dai primi violini sopra un nervoso «controcanto» delle viole. La contenuta sonorità dell'esordio si amplifica progressivamente fino alla massiccia struttura della conclusione.

Il Minuetto è «inventato» con la debita grazia dell'antica danza, cui si contrappone la serrata scrittura del «Trio» che, come parte mediana, si inserisce al centro del discorso musicale.

La Gavotta esordisce nella dolcezza della piena orchestra, alternata a brevi episodi degli «a solo»; acquista una più marcata accentuazione ritmica nel «Più mosso» centrale; conclude, dopo la ripresa iniziale della Gavotta, nella contenuta sonorità della «Coda» finale.

L'ultimo movimento, Giga, impone subito il passo vivacissimo di questo tipo di danza, il che non impedisce al compositore di condurre l'idea iniziale ad una ricca varietà di trasformazioni che servono a sottrarre il discorso musicale dai pericoli di una pianificazione eccessivamente monotona; il tutto fino alla scorrevole concitazione delle battute conclusive.

Giovanni Ugolini


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia,
Roma, Sala Accademica di via dei Greci, 27 febbraio 1970

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Ultimo aggiornamento 12 febbraio 2015
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