Glossario
Testo del libretto



Fierabras (o Fierrabras), D. 796

Opera in tre atti

Musica: Franz Schubert
Libretto: Josef Kupelwieser

Pesonaggi:

Organico: ottavino, 2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 4 corni, 2 trombe, 3 tromboni, timpani, grancassa, piatti, archi
Composizione: Vienna, 25 maggio - 2 ottobre 1823
Prima rappresentazione: Karlsruhe, Hoftheater, 9 febbraio 1897
Edizione: Breitkopf & Härtel, Lipsia,1887

Sinossi

Atto primo.
Tre segreti legami amorosi si intrecciano: quello di Emma, figlia di Carlo Magno, con il cavaliere Eginhard, di umili origini, che non potrà sposare (“Zum Hülle selbst im Grabe”); di Fierrabras, moro vinto ma graziato dal re, anch’egli innamorato di Emma; di Roland con Florinda, sorella di Fierrabras. Eginhard, dovendo partire per una missione di pace presso il re moro, canta una serenata d’addio a Emma (“Der Abend sinkt”); ma viene salvato da Fierrabras che si sostituisce a lui ed è imprigionato come traditore.

Atto secondo.
Eginhard, in territorio nemico, rivolge un toccante saluto alla patria (“Im jungen Morgenstrahle”) ma viene fatto prigioniero dai Mori; lontana, in un castello, Florinda pensa a Roland, oggetto del suo amore (“Weit über Glanz”). Giunge l’ambasceria dei paladini franchi al re Boland: alla notizia che suo figlio Fierrabras si è convertito, sdegnato (“Im Tode sollt ihr büßen”) li fa incarcerare; Florinda, decisa a tutto per amore (“Die Brust, gebeugt von Sorgen”) tenta di farli fuggire, ma solo Eginhard vi riesce.

Atto terzo.
Nel castello di Carlo, Emma confessa al padre il suo amore per Eginhard e l’azione generosa di Fierrabras, che viene liberato. Sopraggiunge Eginhard, e insieme con l’amico Fierrabras si accinge a guidare i Franchi (“Wenn hoch im Wolkensitze”). Il principe dei Mori ha fatto preparare il rogo per Roland, e Florinda e i paladini rimasti nella torre si accingono a seguirlo (“Des Jammers herbe Qualen” e Marcia funebre). Ma il sopraggiungere dei Franchi impedisce l’esecuzione: i Mori sono sconfitti e Boland, sfuggito all’uccisione da parte di Roland, si converte al cristianesimo; le due coppie di innamorati riuniti possono celebrare con Carlo il trionfo.

Guida all'ascolto (nota 1)

Fra i primissimi lavori del quindicenne Schubert, accanto a molti Lieder, figura l’opera Der Spiegelritter, a indicare quanto in lui il richiamo del teatro sia stato precoce, e anche costante, come conferma la creazione di altri dieci titoli, sebbene solo tre giungessero sulle scene, e senza troppo successo. L’ultima opera, se si escludono le musiche di scena per Rosamunde, fu Fierrabras, composta in pochi mesi fra il maggio e l’ottobre del 1823, su libretto di Josef Kupelwieser, fratello di un caro amico di Schubert, il pittore Leopold; come segretario del Teatro di corte di Porta Carinzia a Vienna egli assicurava la rappresentazione, ma le sue dimissioni, e il modesto esito dell’opera tedesca Euryanthe di Weber, indussero l’impresario Barbaja a rimandare e poi a cancellare l’opera di Schubert: e Fierrabras fu ancora una delusione nella sua vocazione teatrale. Un’esecuzione in forma di concerto si ebbe a Vienna solo nel 1858, e per la ‘prima’ dell’opera (ma ridotta e adattata da Felix Mottl) si dovette attendere il 1897, primo centenario della nascita di Schubert; in seguito, altre importanti riprese concertanti alla Sagra musicale umbra (Perugia 1978), ad Aachen (1980), Augsburg (1982) e una rappresentazione a Filadelfia (1980), fino all’autentico evento di quella diretta da Claudio Abbado a Vienna il 5 maggio 1988.

Il libretto, ambientato nella Francia carolingia al tempo delle guerre con i Mori, si ispira a un testo francese del XII secolo, La Chanson de Fierabras, e narra lo scontro fra Carlo e il re saraceno Boland, che ha trafugato delle reliquie a Roma, e suo figlio Fierrabras, che si convertirà al cristianesimo; per l’intreccio amoroso, discende dalla leggenda tedesca Eginhard und Emma, oltre a trarre alcuni spunti dal dramma di Calderón La puente de Mantible. Il risultato non è molto felice: versi modesti ed enfatici, un intrigo complicato e poco verosimile, con continui spostamenti dei luoghi dell’azione; personaggi tratteggiati in modo elementare, con reazioni improvvise e ingiustificate; e anche se il libretto conferma la predilezione per i soggetti cavallereschi e medioevali che saranno cari all’opera ‘nazionale’ tedesca (dall’Euryanthe fino a Lohengrin di Wagner e alla Genoveva di Schumann), la drammaturgia di quest’opera non ha molto di romantico, e guarda piuttosto ai modelli composti, ai tipi umani convenzionali del teatro serio rossiniano, nel quale già la cornice medioevale e la Scozia di Walter Scott avevano lasciato tracce. Sul piano formale, Schubert adotta una soluzione a metà strada fra la tradizione italiana e il Singspiel: dialoghi parlati, ma anche recitativi e Melodramen (il parlato con accompagnamento d’orchestra), arie ‘italiane’, molti Lieder e ballate, frequentemente collegati fra loro in ensembles grazie a continui interventi del coro; stile di canto lineare, estraneo al belcanto fiorito; orchestra di spessore classico (ma con i tromboni) con un particolare gusto per gli interventi solistici dei legni e qualche tratto ‘esotico’ per caratterizzare i Mori.

Se questo intrigo di vicende militari e amorose non può pretendere una ‘verità’ scenica in senso romantico, pure Fierrabras costituisce un affascinante esempio di teatro, che oscilla tra l’autenticità degli affetti e la fissità sognata dello sfondo medievaleggiante; dal quale è come se quei nobili paladini e cavalieri dipinti riuscissero ogni tanto a emergere, trovando accenti espressivi di personaggi in carne e ossa. Schubert, che già si era divertito trasferendo la storia della Lisitrata di Aristofane in abiti medioevali nell’opera Die Verschworenen, non sembra irretito dall’epoca carolingia, e riesce a creare grandi emozioni soprattutto nei momenti lirici delle sue ‘marionette’ antiche: la chanson de toile di Emma, la serenata di Eginhard e il suo malinconico saluto alla terra lontana, cantato come un incantevole Lied strofico insieme a Roland e agli altri paladini, la confessione amorosa di Florinda all’ancella. È una sorta di partecipazione fanciullesca, sognante, ma viva, questa di Schubert, che pure sa incarnare – tramite il modello del Fidelio beethoveniano – anche la raccolta pena dei prigionieri e il loro canto alla speranza; la fiera nobiltà di Florinda, nell’unica vera e propria aria in senso teatrale, al secondo atto; e trovare spazio nel suo Fierrabras anche per situazioni drammatiche: quando si assiste allo scontro fra prodi cavalieri negli ampi finali d’atto, nelle bellissime scene di Melodram, o nella dolente Marcia funebre che accompagna Florinda e i paladini alla morte.

Se si riesce, mentalmente, a dimenticare le molte pagine convenzionali che rallentano l’azione e impediscono all’opera – pervasa da un’inesauribile vena di canto liederistico – di assurgere al livello di capolavoro, Fierrabras apparirà un dramma emblematico nel quale i più nobili sentimenti come amore, amicizia, generosità e coraggio si scontrano con le separazioni imposte dalla guerra, e giovani generazioni entrano in conflitto con i padri (Carlomagno e Boland) per ragioni di affetto. Accanto a loro, autentico protettore, sta Fierrabras, l’eroe d’amore nobile e malinconico, l’amico che deve ritirarsi. Mentre componeva l’opera medioevale, Schubert iniziava il ciclo di Lieder Die schöne Müllerin, romanzo dell’amore irrealizzato nella cui intensità espressiva molti hanno letto una componente autobiografica: forse, anche nella storia del suo cavaliere moro Schubert ha immesso qualcosa di personale.


(1) Testo tratto dal Dizionario dell'Opera 2008, a cura di Piero Gelli, edito da Baldini Castoldi Dalai editore, Firenze

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Ultimo aggiornamento: 1 agosto 2017
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