Glossario



Drei Klavierstücke, D. 946

Musica: Franz Schubert
  1. Allegro assai (mi bemolle minore). Andante (si maggiore)
  2. Allegretto (mi bemolle maggiore). L'intesso tempo (do bemolle maggiore)
  3. Allegro (do maggiore). … (re bemolle maggiore)
Organico: pianoforte
Composizione: maggio 1828
Edizione: Rieter-Biedermann, Winterthur, 1868

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

I tre pezzi in mi bemolle minore, mi bemolle maggiore e do maggiore, scritti nella primavera del 1828 (circa cinque mesi prima delle Sonate in do minore, la maggiore e si bemolle maggiore), furono pubblicati nel 1868 sotto il titolo di Drei Klavierstücke. Pare che Schubert intendesse completare la raccolta con un quarto pezzo, ed intitolarla "4 Impromptus", come l'op. 90 e l'op. 142.

I tre pezzi sono certamente accostabili agli Improvvisi op. 90 e op. 142, sebbene ne differiscano in quanto formalmente un pò più complessi. La somiglianza è stilistica ed ideologica insieme, perché negli Improvvisi come nei Drei Klavierstücke Schubert si rivolge al mondo degli esecutori dilettanti, e sta attento a limitare il più possibile la difficoltà tecnica e concettuale delle composizioni. Compare qui, marginalmente, l'aspetto Biedermaier dell'opera pianistica di Schubert, cioè il momento del tentativo di un rapporto positivo con la società che lo circonda. Perciò non sono molti i critici che apprezzano interamente i tre pezzi, e persino uno schubertiano per eccellenza, l'Einstein, dice, con una piccola punta di fastidio, che il primo è un pezzo «alla francese», soprattutto a causa della parte centrale, «Romanza nel tipico stile di Kreutzer o di Rode», il secondo «una Cavatina Veneziana un pò languida, nello stile tipicamente all'italiana», e il terzo è «all'ongarese». Osservazioni giustissime, che svelano un momento significativo della poetica di Schubert, ma che non giustificano un giudizio limitativo né, tanto meno, negativo. Basti infatti osservare come il tentativo di piacere al lettore, della prima, terza e quinta parte del secondo pezzo, sia annullato dalla seconda e dalla quarta parte (lunghissima, questa, e chiaramente rapportabile a certi tratti della Sonata in si bemolle maggiore); analogamente, la vivacità esteriorizzata della prima e terza parte del terzo pezzo è contraddetta dalla ossessiva monotonia ritmica della parte centrale. In realtà, come nei poeti inglesi del Seicento e come spesso in Schubert, l'accostamento non mediato di banale e di sublime fa scattare nell'ascoltatore il senso di una dimensione metafisica della realtà.

Piero Rattalino

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

«La poesia romantica è ancora in fieri; anzi, è la sua vera essenza che può sempre solo divenire, mai essere compiuta». «Frammenti [...] sarebbero la vera forma della filosofia universale. La forma non conta». Così scrisse sul secondo numero della rivista «Athenäum» nel 1798 il critico Friedrich Schlegel. «Liriche - semplicemente armoniose e piene di belle parole - ma anche senza senso o nesso - solo alcune strofe intelligibili - devono essere solamente frammenti delle più svariate entità». Adottando anch'egli la "forma" del frammento, Novalis, collaboratore della rivista e coetaneo di Schlegel, lasciò queste considerazioni, risalenti agli anni che hanno visto sorgere la scuola romantica tedesca.

Benché siano state composte musiche decisamente romantiche già sul finire del secolo XVIII - in pieno Classicismo, quindi - il termine Romanticismo è legato ai nomi di Schumann, Chopin e Liszt, compositori cioè che operarono sostanzialmente a partire dagli anni Trenta dell'Ottocento. Quanto a Mendelssohn, non a caso un libro fondamentale sulla sua figura si intitola Das Problem Mendelssohn (a cura di Carl Dahlhaus, Ratisbona, 1974), a riprova del fatto che è difficilmente collocabile nei troppo angusti schemi di Classicismo e Romanticismo.

Caso a parte costituisce Schubert, contemporaneo di Beethoven, per il quale nutrì una profonda ammirazione pur seguendo vie proprie: se le Sonate furono il fulcro della produzione pianistica beethoveniana, in Schubert una notevole importanza (anche numerica!) la assumono i piccoli pezzi che, seppure non proprio frammenti, sono brani in cui il peso della tradizione classica era meno avvertibile se non assente. Le Sonate schubertiane rimaste frammentarie sono ben otto, contro le sedici portate a termine, cui vanno ad aggiungersi, in campo sinfonico, oltre alla celeberrima "Incompiuta", schizzi e frammenti di cinque Sinfonie contro le sette complete. Non va data troppa importanza al mero numero delle opere incompiute del compositore viennese, ma le tendenze sono indicative: le forme piccole sono tra le preferite di Schubert.

Gli Impromptus (Improvvisi) godono di notevole popolarità; lo stesso titolo, non originale ma del primo editore, accenna al carattere estemporaneo dei brani, sottolineandone la forma libera anche se non rapsodica. Oltre agli Impromptus op. 90 e op. 142, vi è un altro gruppo, costituito dai 3 Klavierstucke D. 946. Pubblicati solo nel 1868, risalgono al maggio del 1828, ultimo anno di vita dell'autore, e risentono del clima espressivo delle ultime opere.

Il primo inizia con un Allegro assai in mi bemolle minore dal tema fortemente ritmico, caratterizzato da un accompagnamento ansioso di terzine; ai due ritorni dell'Allegro si alternano due sezioni contrastanti per l'andamento ma egualmente tese sotto il profilo espressivo.

Il secondo Klavierstuck presenta strutture quasi da manuale, un tema (Allegretto, in mi bemolle maggiore) di un candore tipicamente schubertiano, mentre la seconda parte con alcune appoggiature anticipa Brahms; le sezioni B e C del brano (dalla forma ABACA) sono nella relativa minore e in la bemolle minore.

La densa scrittura accordale e alcune violenze ritmiche del terzo brano (Allegro, in do maggiore) hanno fatto sì che certa critica vi abbia voluto vedere qualche parallelo con musiche ceche, anivando persino a citare il nome di Bedrich Smetana.

Johannes Streicher


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia;
Roma, Auditorio di Via della Conciliazione, 13 marzo 1992
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Filarmonica Romana,
Roma, Teatro Olimpico, 15 febbraio 2001

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Ultimo aggiornamento: 20 febbraio 2015
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