Glossario



Sonata per pianoforte n. 1 in mi maggiore, D. 157

Musica: Franz Schubert
  1. Allegro ma non troppo (mi maggiore)
  2. Andante (mi minore)
  3. Minuetto: Allegro vivace (si maggiore). Trio (sol maggiore)
Organico: pianoforte
Composizione: iniziata nel febbraio 1815
Edizione: Breitkopf & Härtel, Lipsia, 1888

Incompiuta, vedi gli abbozzi a D 154

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

La Prima sonata per pianoforte di Schubert, composta nel febbraio del 1815, all'età di diciotto anni, sullo strumento nuovo di zecca regalategli dal padre, se ascoltata dopo i due capolavori precedenti probabilmente lascia un po' delusi. Essa presenta i tratti caratteristici della sua prima produzione pianistica: una struttura episodica (che ci fa apprezzare ancora di più l'organicità, ad esempio, della Sonata in la minore D784), l'alternanza discontinua tra melodie di stampo liederistico e motivi di danza, una certa rigidezza nei temi basati sulle note dell'accordo (anche se spesso arricchiti da geniali intuizioni armoniche); come altre otto delle quindici Sonate giovanili, poi, anche questa non fu completata (le manca, infatti, l'ultimo tempo), quasi che Schubert, già autore di straordinarie prove nel campo liederistico, volesse reclamare il suo pieno diritto all'esercitazione, alla ricerca dell'equilibrio formale ed espressivo nel genere sonatistico, per lui ben più problematico. Ma senza negarne l'evidente immaturità, che si traduce in una sostanziale convenzionalità, si può a ragione sostenere che la Sonata in mi maggiore possieda, oltre a uno stupendo movimento centrale, anche qualche dote attraverso cui è possibile intravedere i prodromi dei futuri capolavori.

Di sapore quasi «italiano» per freschezza e aproblematica luminosità, l'Allegro ma non troppo presenta immediatamente quel tipico soggetto melodico schubertiano assai diverso dai concisi ed essenziali temi impiegati da Beethoven nelle sue contemporanee Sonate (e si veda in questo almeno l'intenzione del giovane Schubert di volersi affrancare da quell'ingombrante modello): il motivo principale, dopo aver lasciato il posto a un saltellante motivo secondario, si prolunga decisamente nella sezione di transizione, mentre il successivo, ampio secondo tema è strettamente derivato dal motivo secondario, a testimoniare una esigenza di organicità che sarà pienamente raggiunta, come detto, solo nelle Sonate della maturità (a proposito del carattere del tema inizialmente baldanzoso poi, via via, sempre più tenero e lirico, Alfred Einstein suggerì l'immagine di un Schubert-Anacreonte che, come nel celebre lied, dalla sua lira non sa estrarre che canti d'amore).

A una pagina iniziale leggera e senza pretese fa seguito, del tutto inatteso, un gioiello di profondità vertiginosa: l'Andante, in mi minore, possiede infatti tutta la perfezione e la suggestiva bellezza dei contemporanei capolavori liederistici schubertiani. Col cullante motivo principale si instaura da subito un'atmosfera di contenuta malinconia, impreziosita da un raffinato percorso armonico, cui si contrappone dapprima un intenso episodio in sol maggiore, di carattere consolatorio, quindi - dopo i rintocchi della mirabile ripresa variata della sezione principale, in pianissimo - un nuovo, robusto episodio in do maggiore, nel quale, per contrasto, si assiste a un'animazione ritmica. Infine, con perfetta gradualità, la tensione accumulata si scarica nella ripresa della sezione principale dove, però, con effetto davvero magico, si odono sullo sfondo gli echi ritmici dell'episodio precedente. Il terzo movimento, col quale la Sonata termina nonostante l'autore avesse già previsto per essa un successivo tempo finale, è, di fatto, un vigoroso Scherzo intriso di tutta la bonaria gaiezza viennese, dove un calligrafico «Menuetto» in si maggiore incastona un delizioso Trio in sol maggiore a semiminime ribattute, nel quale la monotonia ritmica è messa al servizio di quel raffinatissimo gioco di armonie cangianti in cui il giovane Schubert era evidentemente già un maestro.

Bruno Gandolfi

Guida all'ascolto 2 (nota 2 )

Nel corpus delle Sonate per pianoforte di Schubert si possono individuare nettamente due grandi e distinti blocchi di lavori: un gruppo di 13 Sonate, parecchie delle quali incompiute, che videro la luce tra il 1815 e il 1819, cioè tra i diciotto e i ventidue anni della sua vita, rispetto all'altro gruppo di 8 Sonate, una delle quali incompiuta, composte tra il 1823 e il 1828. In quest'ultimo gruppo figurano i lavori universalmente riconosciuti come gli esiti musicali più maturi, stimolanti e innovativi, dell'opera sua.

Durante l'esistenza di Schubert soltanto 3 delle Sonate per pianoforte (in la minore D. 845, in re maggiore D. 850, in sol maggiore D. 894) trovarono la via della stampa. La principale ragione di tale mancato successo va ricercata presumibilmente nel peculiare carattere del suo pianismo. Schubert suonava il pianoforte come attività professionale principale, in quanto accompagnava i cantanti, faceva parte di gruppi strumentali e si esibiva come solista ma alla tastiera non era considerato un virtuoso. Scriveva per un pianoforte di piccole dimensioni e le cronache dei contemporanei appaiono, al riguardo, assai eloquenti. Secondo Albert Stadler, «vederlo e ascoltarlo suonare le sue composizioni era un vero piacere: un magnifico tocco, mano tranquilla, modo di suonare chiaro, trasparente, pulito, pieno di discernimento e di sensibilità. Apparteneva ancora alla vecchia scuola di buoni pianisti, le cui dita non avevano ancora cominciato ad attaccare i poveri tasti come uccelli da preda». Lo stesso musicista dichiarò ad alcuni amici: «Vi sono delle persone che mi assicurano che i tasti diventano voci cantanti sotto le mie dita, un fatto che, se effetivamente vero, mi fa molto piacere, perché non posso sopportare il maledetto martellamento a cui indulgono distinti pianisti e che non diletta né l'orecchio né la mente».

Per tutto l'800 e all'avvio del '900 il corpus sonatistico schubertiano rimase sostanzialmente escluso dal grande repertorio concertistico. A dar un effettivo inizio all'inversione di tendenza fu, negli anni '20 del Ventesimo secolo, Artur Schnabel il primo a includere questi lavori nei programmi dei suoi recital e delle tournée internazionali, ponendo le basi d'una graduale e progressiva acquisizione delle Sonate schubertiane alla generale pratica musicale pubblica. E, in parallelo, sono fioriti gli studi specialistici.

Nell'autunno del 1814, come ricompensa dell'affermazione della Messa in fa maggiore D. 105 eseguita nel quadro celebrativo del centenario della chiesa di Lichtenthal, Schubert ebbe in regalo dal padre un pianoforte a cinque ottave. E nel febbraio del 1815 il diciottenne Schubert decise di affrontare per la prima volta una composizione d'un certo respiro per pianoforte solo. L'11 febbraio abbozzò un Allegro in mi maggiore D. 154, abbandonandone però la stesura alla fine dell'elaborazione: fu quello lo stadio iniziale di quanto si sarebbe poi concretato nel primo movimento della Prima Sonata D. 157, in cui compare in marcata evidenza la seconda idea tematica ma non la prima in veste definitiva. Sembrò orientarsi a scrivere un Tema con variazioni, ma, dopo pochi giorni, il 18 febbraio Schubert tornò a chinarsi sul manoscritto della Sonata in mi maggiore e il 21 dello stesso mese risultarono completati tre tempi dell'opera, mancandovi però il movimento conclusivo, nello stesso modo com'è senza un Finale la Sonata in do maggiore D. 279, cioè la Sonata immediatamente successiva.

La natura esuberante, giovanile, piuttosto episodica nella struttura della Sonata in mi maggiore balza in primo piano l'avvio dell'Allegro ma non troppo, segnato da una spontanea immediatezza espressiva sin dall'enunciazione, nel tempo di 4/4, di un soggetto melodico che si configura già come tipicamente schubertiano nella tendenza a sconfinare dalla tonalità d'impianto nell'andamento musicale. Rispetto all'Allegro in mi maggiore D. 154, qui si ascolta un incedere baldanzoso ed eroico dell'idea principale, seguita da un saltellante motivo secondario e poi dalla transizione al secondo soggetto che sembra derivare dal primo: un indubbio preannuncio di quell'organicità strutturale che sovente si ritroverà nella maturità creativa schubertiana. A proposito del carattere del tema principale, Einstein ha evocato l'immagine di uno Schubert-Anacreonte che, come nel famoso Lied, «dalla sua lira, più che toni eroici, trae canti d'amore». Il conciso sviluppo, nell'impiego di frammenti tematici dei sue soggetti, è siglato da una ripresa classica.

Al centro di quest'opera giovanile vi è un Andante in mi minore «che ha tutta l'immacolata perfezione di uno dei grandi Lieder del 1815» (Einstein): si evidenzia infatti all'ascolto il cullante motivo principale che instaura un'atmosfera di malinconica reverie contrassegnata da un estremo pudore espressivo, a cui seguono prima un episodio in sol maggiore, quindi, dopo la ripresa variata dell'idea principale in pianissimo, un vigoroso passaggio in do maggiore ritmicamente animato per contrasto. Nella ripresa ritornano gli effetti magici dell'idea principale.

La conclusione della Sonata in mi maggiore è affidata a un terzo movimento improntato a una vigorosa e trascinante vivacità di stampo viennese: al centro del Menuetto in si maggiore vi è un affascinante Trio in sol maggiore a semiminime ribattute nel contesto d'una tavolozza armonica di squisita raffinatezza, presagio, essa pure, dell'innovatore linguaggio e dell'inventiva dello Schubert maturo.

Luigi Bellingardi


(1) Testo tratto dal libretto inserito nel CD allegato al n. 99 della rivista Amadeus
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di Via della Conciliazione, 25 maggio 2001

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Ultimo aggiornamento 3 novembre 2011
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