Glossario



Sonata per pianoforte n. 9 in mi bemolle maggiore, op. 122, D. 568

Musica: Franz Schubert
  1. Allegro moderato (mi bemolle maggiore)
  2. Andante molto (sol minore)
  3. Menuetto. Allegretto (mi bemolle maggiore). Trio (la bemolle maggiore)
  4. Allegro moderato (mi bemolle maggiore)
Organico: pianoforte
Composizione: giugno 1817
Edizione: Pennauer, Vienna, 1829

Versione definitiva di D. 567

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

La Sonata per pianoforte solo non fu, nei primi tre decenni dell'Ottocento, così popolare com'era stata nell'ultimo trentennio del Settecento. Di Sonate se ne pubblicavano però ancora molte, ed il compositore che sapeva individuare e coltivare il gusto dei numerosissimi pianisti dilettanti poteva dunque ottenere vantaggiosi contratti con gli editori. L'abbondanza della produzione sonatistica di Schubert lascerebbe supporre appunto un fecondo rapporto con il mercato editoriale. Invece egli riuscì a pubblicare solo tre delle sue numerose Sonate (quelle catalogate dal Deutsch con i numeri 854, 850 e 894, cioè op. 42, 53, 78), mentre Beethoven le pubblicò tutte: ben trentacinque, comprese le tre composte all'età di tredici anni (WoO 47). Sembra dunque singolare che Schubert, il quale non era né un ricco amatore né un musicista stipendiato ma uno spiantato free lance che dal mercato traeva tutte le magre fonti del suo reddito, inseguisse così pervicacemente la Sonata per pianoforte... per tenersela poi nel cassetto.

Quando si analizza la cronologia dei lavori dedicati da Schubert al teatro - Singspiele, melodrammi, drammi sacri, musiche di scena - si nota tuttavia che le Sonate per pianoforte si incastrano nei diversi periodi in cui, come compositore drammatico, Schubert era restato inattivo. Si può dunque prospettare l'ipotesi che la Sonata per pianoforte abbia rappresentato per lui un transfert e una sublimazione delle sue frustrate aspirazioni di compositore drammatico? E che la sua evoluzione di drammaturgo si sia svolta rimbalzando tra il pianoforte e il teatro, analogamente a quanto era accaduto a Mozart quarant'anni prima con i concerti? Secondo me il significato profondo dell'opera sonatistica di Schubert consiste proprio in questo, nel mantener viva e dare anzi espressione e compimento, in circostanze storiche concretamente sfavorevoli, alla voce di chi aveva statura d'artista e di musicista tale da poter ambire all'universalità del dramma e non solo alla creazione di musica per una classe sociale definita, quella dei dilettanti. Nelle Sonate di Schubert troviamo dunque uno sviluppo della drammaturgia che, partendo dal teatro Biedermeier, approda alla fine ad un teatro fatto soprattutto di luci e di gesti, ad un teatro, in senso lato, pantomimico e onirico in cui la successione degli eventi si struttura secondo nessi che non rispecchiano più, al contrario di quanto avviene in Beethoven, l'organizzazione archetipica del teatro classico.

Tutto ciò non esclude che Schubert desiderasse, e vivamente, di pubblicare le sue Sonate. Il fatto è che, per sua disgrazia, non ci riusciva: il mercato assorbiva i suoi Lieder e le sue danze, non le composizioni di maggior mole. E non solo le Sonate per pianoforte: nessuna delle sue Sinfonie e pochissimi dei suoi lavori da camera furono pubblicati mentre egli era in vita. Nel 1817, a vent'anni, Schubert compose Sonate per pianoforte con un ritmo intensissimo: in marzo la D 537, in maggio la D 557, in giugno la D 566, la D 567 e la D 568, in luglio la D 571, in agosto la D 575. Pur tenendo conto del fatto che la D 566 è forse incompiuta, che la D 571 è frammentaria e che la D 567 è semplicemente la prima versione (in tre tempi anziché in quattro e in re bemolle maggiore anziché in mi bemolle maggiore) della D 568, l'insieme che Schubert crea in sei mesi è imponente, tanto più perché non si limita alle Sonate per pianoforte: insieme con le opere pianistiche nascono molti Lieder e la Sonata D 574 per violino e pianoforte. Su alcune Sonate del 1817 appaiono delle numerazioni, e siccome la D 537 è indicata come Quinta Sonata, si suppone che Schubert intendesse dar vita addirittura ad un ciclo di sei Sonate da offrire ad un editore.

La "nostra" Sonata, D 568, è indicata come Sonate II, mentre la D 567, lasciata incompiuta nell'ultima pagina, non ha numerazione. È evidente che qualcuno - un collega, un amico - doveva aver fatto notare a Schubert che nessun editore avrebbe accettato una Sonata in re bemolle maggiore, molto difficile da decifrare per il dilettante perché quella tonalità comporta cinque bemolli. Schubert trascrisse dunque in mi bemolle maggiore - tonalità con tre bemolli - ciò che aveva già composto (modificando soltanto qualche particolare), completò il Finale e aggiunse il Minuetto. Ma nel secondo decennio dell'Ottocento la raccolta di sei Sonate non andava più di moda, e neppure quella di tre (l'ultima raccolta di Beethoven, Tre Sonate op. 31, è del 1804, l'ultima di Dussek, Tre Sonate op.66, è del 1809). Così, la Sonata D 568 rimase inedita come le sue cinque sorelle e venne pubblicata solo nel 1829 con il numero d'opera 122, assegnatole dall'editore Pennauer di Vienna.

La costruzione del primo movimento, Allegro moderato, è tipica del giovane Schubert. Le dimensioni del primo tema (27 battute), del tema di transizione (13 battute) e del secondo tema (18 battute) sono quelle di una Sonatina, non di una Sonata. Ma a quel punto, come se avesse ormai sbrigato i doveri derivanti dalla costruzione accademicamente comme il faut, Schubert prosegue per altre 54 battute, invece delle sedici prevedibili, prima di concludere l'esposizione. Nello sviluppo impiega poi uno solo dei temi esposti e si diverte invece con materiale nuovo; la riesposizione è regolare. Oggi queste caratteristiche formali anti-beethoveniane non sono facili da cogliere per l'ascoltatore, ma nel 1817 sconcertavano il dilettante. E sconcertarono il pubblico quando, nella seconda metà del secolo, il recital divenne un'istituzione permanente della vita musicale. Così, non solo questa, ma tutte le Sonate di Schubert, eccettuata la D 960, dovettero attendere il terzo decennio del Novecento prima di esser prese in considerazione dai concertisti. Del primo movimento dell'op. 122 fu apprezzato il solo, delizioso secondo tema, che effettivamente rientra nel clima della "viennesità" dolcemente sentimentale in cui Schubert veniva collocato e che offrì lo spunto nell'Ottocento per una popolarissima operetta, La casa delle tre ragazze, con musiche sue adattate, e più tardi per il film Angeli senza paradiso (1933; nel remake del 1970 Schubert fu impersonato da Al Bano, che effettivamente sembra somigliargli un po').

Se la "viennesità" Biedermeier è effettivamente una delle due facce di Schubert, l'altra, quella cupa dell'eterno Viandante, dell'Escluso, è messa in luce dal secondo movimento della Sonata, la cui natura operistica non sfugge a nessun ascoltatore. La forma è quella della canzone bitematica, ma il drammatico secondo tema viene esposto due volte invece di una sola: qui balza in luce la contrapposizione fra "principio implorante" e "principio di opposizione" di cui parla Beethoven in uno dei Quaderni di conversazione, riferendolo però alla forma del primo tempo di Sonata. Il Menuetto, breve, semplice, morbidissimo, rientra nell'ambito della rievocazione nostalgica del Settecento che era iniziato con Beethoven e che sarebbe diventato sempre più presente nella letteratura pianistica nel corso del secolo e oltre.

Il finale, in forma di primo tempo di Sonata, sconcertava di nuovo il dilettante del 1817 per due motivi: i due temi principali sono compressi nello spazio di 41 battute, quasi la metà di tutta l'esposizione (74 battute), e il secondo tema è in tonalità di si bemolle minore invece che di si bemolle maggiore. A parte la difficoltà di lettura di una tonalità con cinque bemolli, il si bemolle minore crea, dopo un primo tema colloquiale, gaio, sorridente, un'oasi di malinconia assolutamente imprevedibile e, anzi, come dicevo, sconcertante. Il lunghissimo sviluppo impiega materiale solo lontanamente imparentato con quello dell'esposizione e nella riesposizione il secondo tema viene presentato in mi bemolle minore (sei bemolli); la conclusione è quieta, mormorante come in certe arie intimistiche di Mozart.

La Sonata D 568 - il lettore l'ha ormai capito benissimo - era destinata all'insuccesso nel momento in cui nacque e per molti decenni ancora. Anzi, eccettuate le "integrali" discografiche e le pochissime integrali concertistiche, la D 568 non ha fatto fino ad oggi parte del repertorio di alcun concertista di fama mondiale. Lo stesso Sviatoslav Richter, che nella sua carriera eseguì dieci Sonate, comprese la D 566 e la D 575, non toccò mai la D 568. Kissin propone dunque oggi, diciamo pure coraggiosamente, una composizione che - per spendere una grossa parola - da novant'anni attende che le sia resa giustizia. Ed è quindi doveroso cavarsi tanto di cappello di fronte ad un virtuoso che con altre scelte potrebbe avere garantito il successo e che decide invece di correre un rischio per promuovere ciò in cui crede.

Piero Rattalino

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

La Sonata in mi bemolle maggiore D 568, nasce come rielaborazione della precedente Sonata in re bemolle maggiore D 567, lasciata incompiuta nel 1817 e progettata in tre soli movimenti. La nuova versione è invece articolata in quattro tempi e possiede caratteri stilistici nuovi rispetto al primo abbozzo, tanto da far ritenere che la trasposizione nella notalità di mi bemolle non sia stata, effettuata da Schubert prima del 1825. La pubblicazione postuma della Sonata D 568 risale comunque al 1829, anno nel quale apparve per i tipi dell'editore Pennauer di Vienna con il titolo di "Troisième grande Sonate op. 122" (Schubert aveva numerato i lavori pubblicati, giungendo fino al n. 106. I primi curatori degli inediti aggiunsero ancora numeri d'opera arbitrari che seguivano progressivamente il corso delle nuove edizioni a stampa, ma è solo a partire dal 1951, con il catalogo di Otto Erich Deutsch, che si è arrivati a una sistemazione ordinata in senso cronologico, ora indicata dalla sigla "D").

Dopo il lavoro di rielaborazione, l'impianto della Sonata D 568 presenta una forte omogeneità stilistica che corrisponde probabilmente a un intento di "normalizzazione" perseguito da Schubert in vista di un'immediata pubblicazione. Il compositore abbandona infatti l'insolita tonalità di re bemolle, che sarebbe risultata di difficile lettura per un pubblico di pianisti non professionali, e inserisce un Minuetto, quasi per alleggerire il contenuto meditativo del brano. Il primo movimento, Allegro moderato, ripete lo schema bitematioo della forma sonata e vede emergere soprattutto il carattere cantabile del secondo tema, un motivo nel quale Schubert esalta la sua inventiva melodica e fonde in perfetto equilibrio i tratti della grazia e dell'ironia.

Fra i due elementi tematici non sussiste un vero e proprio contrasto, e questa circostanza finisce per modificare il peso e il ruolo della breve sezione di sviluppo, non più intesa come un processo dialettico.

Anche gli episodi più animati non inscenano autentici conflitti, ma tendono quasi a una loro simulazione, con un linguaggio armonico il cui andamento modulante rivela lo stile della maturità di Schubert.

Le idee esposte al principio del secondo tempo, Andante molto, derivano dal tema di apertura della Sonata e mostrano un carattere tipico dei movimenti lenti delle Sonate schubertiane, spesso basati sul principio della variazione. Il materiale melodico è frammentato in modo da fornire il repertorio di combinazioni sul quale si innesteranno tanto il successivo Minuetto, quanto il finale, Allegro moderato. Qui Schubert evita le formule retoriche della chiusura virtuosistica e accentua la delicatezza delle dinamiche, richiedendo nelle battute conclusive uno di quei più che pianissimo nei quali, secondo Kempff, il compositore "ci rivela i suoi segreti più profondi".

Stefano Catucci


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorium Parco della Musica, 30 maggio 2007
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Filarmonica Romana,
Roma, Teatro Olimpico, 19 dicembre 1991

I testi riportati in questa pagina sono tratti, prevalentemente, da programmi di sala di concerti e sono di proprietà delle Istituzioni o degli Editori riportati in calce alle note.
Ogni successiva diffusione può essere fatta solo previa autorizzazione da richiedere direttamente agli aventi diritto.

Ultimo aggiornamento 9 maggio 2014
html validator  css validator


Questo testo è stato prelevato sul sito htpp://www.flaminioonline.it. ed è utilizzabile esclusivamente per fini di consultazione e di studio.
Le guide all'ascolto sono di proprietà delle Istituzioni o degli Editori riportati in calce alle note e quindi ogni successiva diffusione può essere fatta solo previa autorizzazione da richiedere direttamente agli aventi diritto.