Glossario



Ouvertüre in si minore, op. 136

per "Hermann und Dorothea" di Wolfgang von Goethe (col tema della Marseillaise)

Musica:
Robert Schumann
Organico: ottavino, 2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 2 corni, 2 trombe, tamburo, archi
Composizione: Düsseldorf, 19 - 23 dicembre 1851
Prima esecuzione: Düsseldorf, Neues Theater, 3 agosto 1852
Edizione: Rieter-Biedermann, Lipsia, 1857
Dedica: «seiner lieben Clara»

Guida all'ascolto (nota 1)

Il poema idillico Hermann und Dorothea fu scritto da Wolfgang Goethe fra il 1796 e il 1797. Realizzato in esametri e articolato in nove canti - ciascuno dei quali intitolato ad una delle nove Muse - Hermann und Dorothea è ispirato ad un fatto realmente avvenuto nel 1732 - la fuga dei protestanti da Salisburgo - trasportato però al 1795, dunque in epoca contemporanea e rivoluzionaria. In un paese di frontiera le popolazioni tedesche, abitanti al di là del Reno, fuggono incalzate dall'esercito francese. Fra i profughi è la giovane Dorothea, che riceve presto le attenzioni di Hermann, figlio di un ricco locandiere. E così sullo sfondo dell'ambientazione borghese e delle vicende belliche, a cui si aggiunge una problematica sociale, si sviluppa l'amore fra i due giovani che è il vero oggetto del poema, ed assurge a valore supremo e atemporale.

Non stupisce che Hermann und Dorothea - prediletto da Goethe ancora nei suoi ultimi anni - abbia attirato l'attenzione di Robert Schumann; nel poema dell'amatissimo Goethe Schumann poteva trovare una vasta gamma di tematiche a lui del tutto congeniali. Di qui l'idea addirittura di un progetto teatrale, che avesse come librettista Julius Hammer; progetto che poi non andò in porto, e di cui l'ouverture rimane quale unica testimonianza. E tuttavia, nell'accostarsi alla fonte letteraria, Schumann non poteva non adattarla alla sua sensibilità e rielaborarla profondamente. Piuttosto che l'epoca sanguinaria e violenta dell'antifrancese Goethe, Schumann vedeva nella rivoluzione francese l'affermazione di ideali di libertà e irredentismo; quegli stessi ideali che lo avevano spinto a scrivere le Quattro marce per l'anno 1849 (appunto in quell'anno la rivoluzione di Dresda vide Wagner e Bakunin sulle barricate - mentre Schumann per la verità era riparato in campagna).

Due anni più tardi, nel 1851, nasce l'Ouverture op. 136. E la data vale da sola ad indicare nella partitura una delle ultimissime prove sinfoniche di Schumann, successiva a tutte le sinfonie e affiancata ad alcune altre ouvertures più o meno contemporanee (Die Braut von Messina, Julius Cäsar, pure del 1851; e l'ouverture alle Scene dal "Faust" di Goethe, del 1853). In queste composizioni Schumann si rifà all'idea beethoveniana dell'ouverture come brano che riassuma il contenuto poetico dell'opera teatrale, senza necessariamente avere con essa legami tematici. E dunque possiamo considerare Hermann und Dorothea come una pagina in sé perfettamente compiuta.

Sotto il profilo formale l'ouverture è in forma sonata, quindi bitematica e tripartita. Fin dall'inizio si impone una netta contrapposizione fra due frammenti che compongono il primo gruppo tematico; il motivo sinuoso esposto dagli archi gravi e quello di marcia esposto dai legni. Un dualismo che corrisponde alla contrapposizione fra l'elemento amoroso e quello bellico; ma il primo non allude più al tenero idillio di Goethe bensì ad una passione sofferta, mentre il secondo si rivela ben presto una parafrasi del tema della "Marsigliese", dunque assume un diretto riferimento allo sfondo storico. Appunto fra questi due poli si muove la partitura - in cui si impone anche un secondo tema più lirico -, con una finezza di strumentazione, una complessità nell'elaborazione tematica, una sicurezza di conduzione che fanno della pagina uno degli approdi più felici e maturi del compositore al linguaggio sinfonico.

Arrigo Quattrocchi


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di via della Conciliazione, 7 giugno 1992

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Ultimo aggiornamento: 2 ottobre 2015
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