Glossario



Quartetto per archi n. 9 in mi bemolle maggiore, op. 117

Musica: Dmitri Shostakovich
  1. Elegia (Adagio)
  2. Serenata (Adagio)
  3. Intermezzo (Adagio)
  4. Notturno (Adagio)
  5. Marcia funebre (Adagio)
  6. Epilogo (Adagio)
Organico: 2 violini, viola, violoncello
Composizione: Mosca, 17 Maggio 1974
Prima esecuzione: Leningrado, Sala da concerto Glinka, 15 Novembre 1974

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

«Nei quartetti sono racchiuse le mie testimonianze più intime»: così disse Sostakovic nel corso di una intervista ad un giornalista del "Times" nel luglio del 1972, aggiungendo come preferisse a volte dedicarsi a questa forma musicale proprio per scavare meglio, in profondità, nella linea espressiva. In effetti nei quindici quartetti, lo stesso numero delle sinfonie, il compositore non si concede ad effetti appariscenti ed estroversi e percorre una strada per così dire più classicheggiante e tutta rivolta alla cura del peso di ogni suono. Dmitrij Cyganov, primo violino del Quartetto Beethoven, ha fatto questa descrizione del metodo seguito da Sostakovic quando provava con quel complesso una nuova partitura: «Egli prima ci suonava il suo nuovo lavoro al pianoforte, poi ci dava le parti, pregandoci di non provare insieme senza di lui. Aveva bisogno delle prove, non tanto per verificare la sua nuova opera oppure per correggere e cambiare alcuni dettagli, quanto per verificare dal vivo la sua idea del suono di quella determinata musica e farla comprendere bene agli esecutori».

Il Quartetto op. 117, della durata di 27 minuti, fu scritto nel 1964 e fu eseguito per la prima volta a Mosca il 20 novembre dello stesso anno dal Quartetto Beethoven. È dedicato alla moglie Irina Antonovna, la stessa dedicataria della Suite op. 45 su testi di Michelangelo Buonarroti. Esso si sviluppa senza soluzione di continuità e rivela un magistrale gusto strumentale, sia nei momenti lirici che in quelli più intensamente drammatici. La melodia del primo violino dolce e languida apre il Moderato con moto e introduce all'atmosfera espressiva del Quartetto. Il tema del violoncello danzante e ritmico serve da contrasto al clima idilliaco iniziale, ma senza forti accentuazioni sonore. Il discorso musicale di questo primo tempo, come di tutto il Quartetto, è fluido e scorrevole, passa da uno stato emotivo all'altro con legami finissimi fra i diversi temi, che si compenetrano saldamente in un gioco ininterrotto di emozioni. Sembrano parole dette a bassa voce, con interruzioni e riprese, tra evocazioni di immagini in un colloquio amichevole.

L'Adagio del secondo tempo ha un senso di dolorosa mestizia e si richiama alla musica tardo-romantica, specie a quel fraseggiare calmo e solenne dei movimenti lenti bruckneriani. Inizia con il tema della ninna-nanna del Wozzeck di Berg indicato dalla viola, alla quale risponde il violino con un recitativo più aperto ad un sentimento di speranza. All'improvviso giunge lo Scherzo, improntato ad una leggerezza e ad una vivacità di situazioni prisologiche; è una successione di passaggi staccati e brillanti, immersi come in una nube dai riflessi trasparenti. Nel quarto movimento si nota un richiamo all'Adagio precedente del secondo tempo. Si possono cogliere tre momenti espressivi: il canto come preghiera degli strumenti, i dolenti recitativi del violino e della viola e poi i misteriosi accordi pizzicati, spezzati dal silenzio delle pause. Tutto questo materiale musicale confluisce nell'Allegro finale, caratterizzato da due temi, uno a tempo di valzer e l'altro segnato da pulsazioni spigliate e vagamente ironiche. Lo sviluppo dell'Allegro è piuttosto ampio e possente e vi domina il ritmo nella sua travolgente metamorfosi, espressione stessa del significato della vita, come annota felicemente in un suo articolo il musicologo sovietico Monascir Yakubov, attento studioso della personalità creatrice di Sostakovic.

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

L'opera di Dimitri Sciostakovic è ancora oggetto di analisi schematiche e spesso poco approfondite. A differenza di Strawinsky e Prokofiev - autori ai quali è spesso stato accostato, in qualità di terzo grande compositore russo del nostro secolo - Sciostakovic esercitò la propria attività all'interno della madrepatria senza interruzioni; dunque sotto la precisa e condizionante influenza del regime sovietico. A questo regime Sciostakovic rimase sempre sostanzialmente fedele, nonostante i severi richiami, ottenuti in più occasioni, ai precetti estetici di Zdanov per un'arte autenticamente "popolare", e nonostante la testimonianza delle proprie memorie, raccolte da Solomon Volkov e pubblicate postume in America, assai polemiche verso il regime ma di discussa attendibilità.

A sembrare schematiche e preconfezionate, per una corretta interpretazione del compositore, sono almeno due tesi critiche, largamente diffuse. In primo luogo la divisione dell'opera in tre periodi (un primo periodo d'avanguardia, fino al 1936; un secondo segnato dal ripiegamento verso le posizioni zdanoviane, fino al 1966; un terzo di maturità creativa). In secondo luogo una rigida frattura fra la produzione sinfonico-corale, destinata alla celebrazione del regime, e la produzione cameristica, riservata alle meditazioni più interiori e segrete. Entrambe queste tesi critiche creano delle insanabili fratture nell'opera del compositore, basate più su eventi "esterni" alla sua attività che non su una attenta analisi della sua musica.

L'opera di Sciostakovic deve invece essere considerata, al di fuori da condizionamenti ideologici, come frutto di una coerente evoluzione. A questo proposito pochi settori della produzione del maestro risultano più appropriati di quello dei quartetti per archi. Sciostakovic infatti, considerato spesso soprattutto come un eminente sinfonista, scrisse quindici quartetti, tanti quanti le sinfonie. I quartetti rappresentano il fulcro della sua produzione cameristica; fra il 1944 e il 1968 il maestro scrisse undici quartetti per archi (dal secondo al dodicesimo), senza dedicarsi ad altri generi cameristici.

La presenza della maggior parte di queste partiture all'interno del cosiddetto "secondo periodo" non deve lasciar pensare al "ripiegamento" nel privato, quanto al desiderio di esplorare l'organico forse più ambizioso e problematico in ambito cameristico sviluppando in modo via via differente alcuni principi costanti; ad esempio (secondo le parole di Hugh Ottaway) "varie brevi figure reiterate, sia ritmiche che melodiche; idee motiviche che insistono su una o due altezze, o su uno o due intervalli; un uso caratteristico di inflessioni semitonali; molte peculiarità della tessitura strumentale e del silenzio, e così via".

Il Nono Quartetto (che segue di poco la Tredicesima Sinfonia, "Babij Jar", su testi di Evtuscienko) fu concepito nella primavera-estate del 1964 parallelamente al Decimo, e infatti entrambe le partiture ebbero la prima esecuzione il 20 novembre di quell'anno. Nel gruppo dei quindici quartetti, la composizione è fra quelle che sono state proposte con minore insistenza, probabilmente perché offre scarsi appigli a interpretazioni extramusicali. La partitura si articola in cinque movimenti (Moderato con moto - Adagio - Allegretto - Adagio - Allegro), dal carattere contrastante e alternato, secondo lo schema Veloce-Lento-Veloce-Lento-Veloce; essi si succedono senza soluzione di continuità. E' possibile leggere il Quartetto secondo una sorta di programma "spirituale", che alterna tre stilemi caratteristici del compositore: l'umorismo ironico, la meditazione introspettiva, la grandezza declamatoria. La tensione immediatamente già evidente all'inizio risulta compressa nei primi quattro movimenti, e trova manifestazione compiuta solamente nell'ultimo.

Nel Quartetto op. 117 troviamo comunque applicati con coerenza tutti quei principi peculiari sopra esposti, propri della produzione quartettistica di Sciostakovic (e non solo di quella). I cinque movimenti, fra loro assai diversi, si avvalgono infatti di ritorni tematici e di trasformazioni di due "principi" o "motti" musicali che sono esposti immediatamente all'inizio del Moderato con moto: una formula di accompagnamento consistente in un tessuto "ondeggiante" di intervalli di seconda, e una sorta di ampliamento e "increspamento" del primo motto (subito dopo la frase iniziale del primo violino). Avvalendosi soprattutto di tali elementi, il primo movimento si sviluppa come una tranquilla successione di melodie accompagnate, il secondo come una elegia, in cui la scrittura strumentale è omofonica. L'Allegretto ha invece carattere di scherzo; il secondo Adagio alterna sezioni con prevalenza melodica e meditativa del primo violino ad energici pizzicati di tutti gli archi. Il Finale è il movimento più complesso; vi troviamo soprattutto la vena ironica del compositore, espressa secondo episodi contrastanti e differenti principi di scrittura (melodia accompagnata, stile concertante, imitazioni fugate, ecc.). Dopo una ultima pausa meditativa, in cui appare ben identificabile il "motto iniziale", il Quartetto si chiude brillantemente, con una incalzante propulsione ritmica, guidata dal secondo "motto".

Arrigo Quattrocchi


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di via della Conciliazione, 27 ottobre 1989
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Filarmonica Romana,
Roma, Teatro Olimpico, 18 aprile 1991

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Ultimo aggiornamento: 2 maggio 2014
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