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Don Chisciotte

Variazioni fantastiche su un tema cavalleresco, op. 35

Musica: Richard Strauss Organico: violoncello solista, ottavino, 2 flauti, 2 oboi, corno inglese 2 clarinetti, clarinetto basso, 3 fagotti, controfagotto, 6 corni, 3 trombe, 3 tromboni, tuba tenore, tuba bassa, timpani, piatti, cassa, tamburo, triangolo, tamburo basco, macchina del vento, archi
Composizione: Monaco, 29 dicembre 1897 ore 11,42
Prima esecuzione: Colonia, Gurzenichsaal, 8 marzo 1898
Prima edizione: J. Aibl, Monaco, 1898
Dedica: A Joseph Dupont (amico belga di Strauss)

Guida all'ascolto 1

“El ingenioso hidalgo Don Quijote de la Mancha”, è un libro pieno di musica. Cervantes però mette in bocca le parole più belle a Sancio Panza, non a Don Chisciotte. «Signora - dice Sancio rivolto alla Duchessa - dove c’è musica non ci può essere cosa cattiva». E nemmeno dove c’è luce e splendore, replica la Duchessa.

Il mondo di Don Chisciotte risuona di molteplici strumenti: trombe, clarini, arpe, ciaramelle, corni, buccine, tamburi, ribeche, zamorane e perfino gli albogues, che sono, come spiega Don Chisciotte a Sancio, «dei piattini metallici come quelli dei candelieri d’ottone, che battendoli gli uni con gli altri dalla parte vuota e cava dànno un suono che, sebbene non sia molto gradevole e armonioso, non dispiace, perché s’accorda con la rusticità della cornamusa e del tamburello».

Non c’è musico che non sia degno dell’attenzione di Don Chisciotte, nel corso delle sue avventure. L’incontro con il Cavaliere degli Specchi avviene per esempio al suono di una viola, con cui l’altro cavaliere errante accompagna il canto della propria infelicità amorosa.

Tanta finezza d’orecchio non è sorprendente, dal momento che Don Chisciotte stesso è un musico, come si scopre quasi per caso verso la fine del libro. Ospite nel palazzo del Duca, Don Chisciotte rimane sconvolto dalla serenata di Altisidora, che cantando un romance si dichiara vinta dall’amore per il cavaliere errante. Commosso dalla voce della donzella, ma deciso a rimanere fedele a Dulcinea, Don Chisciotte chiede uno strumento, per consolare l’infelice. Non è sprovveduto, nell’arte musicale: «Don Chisciotte trovò nella camera una viola; la provò, aprì la finestra della grata e sentì che c’era gente in giardino; e dopo aver percorso con le dita i tasti della viola e averla accordata il meglio che seppe fare, sputò, spurgò, quindi con una voce abbastanza rauca, ma intonata cantò il seguente romance, da lui stesso composto quel giorno».

La musica, a sua volta, ha ripagato con altrettanto amore Don Chisciotte. Tra le molteplici versioni musicali dell’illustre personaggio, il poema sinfonico di Richard Strauss costituisce forse il massimo capolavoro.

Nato in una solida famiglia borghese di Monaco di Baviera, Richard Strauss rappresenta uno dei principali anelli di congiunzione tra la musica romantica e quella contemporanea. Il padre Joseph era il primo corno dell’Orchestra del teatro di Corte e abile nel suonare molti altri strumenti, soprattutto la viola, mentre la madre Josephine apparteneva all’agiata famiglia Pschorr grossi produttori di birra. Avviato alla musica fin dall’infanzia all’età di sei anni è già in grado di comporre pagine pianistiche. In seguito riceve lezioni di composizione dal maestro di cappella Friedrich Wilhelm Meyer col quale sviluppa un modo di comporre che si richiama alla scuola di Brahms e di Schumann.

La sua carriera di direttore d’orchestra comincia nel 1885 quando viene scoperto da Hans von Bülow che lo porta a Meiningen come suo aiutante e gli fa conoscere il compositore Alexander Ritter fervente apostolo wagneriano, che lo converte al wagnerismo ed alla musica a programma. Da allora per trent’anni Strauss si dedica ai poemi sinfonici, che sono uno dei tratti eminenti della sua fisionomia creativa.

L’idea di dedicare un lavoro a Don Chisciotte viene a Strauss nell’Ottobre 1886 Copertina dell'edizione 1605 del Don Chisciottee la sviluppa fino al termine nella partitura il 29 Dicembre 1897. La prima esecuzione di “Don Quixote, variazioni fantastiche su un tema cavalleresco op. 35” è diretta a Colonia da Franz Wüllner l’8 Marzo 1888, con Friederich Grützmachercome violoncello solista.

La partitura sulla scia del wagnerismo, è di dimensioni colossali (prevede l’impiego di 97 esecutori) e permette a Strauss di sviluppare un idioma orchestrale duttilissimo, capace di passare dal tono caustico e beffardo a quello sentimentale, di tratteggiare scenette di forte impatto teatrale e di cercare una dimensione tragicomica popolata da personaggi di grande umanità. La struttura complessa e solidamente costruita, ricca di virtuosismi orchestrali, di invenzioni melodiche e di gustose soluzioni onomatopeiche, dimostra la straordinaria fantasia del compositore e la sua grande abilità nel manipolare il materiale sonoro.

Nonostante la caratterizzazione dei personaggi legata ad alcuni strumenti, a partire dal violoncello per Don Chisciotte, Strauss cerca nell’orchestrazione la continuità sinfonica facendo circolare i materiali tematici tra diverse famiglie strumentali, evitando l’identificazione esclusiva tra personaggio e strumento.

Dal punto di vista formale “Don Quixote” è unico tra i suoi lavori in quanto scritto in una forma di tema con variazioni, utile a sfoggiare il più spinto virtuosismo orchestrale, ma anche a descrivere le diverse peripezie degli eroi messi in scena, seguendo una precisa traccia programmatica. Forse un suo ultimo richiamo a Brahms.

La traccia programmatica che viene comunemente utilizzata per indicare le varie sezioni della composizione, non è presente sulla partitura ma fu scritta in seguito dal compositore che chiese che fosse distribuita tra il pubblico alla prima esecuzione.

Nell’ Introduzione vediamo Don Chisciotte che «perde la ragione a forza di leggere romanzi di cavalleria e decide di diventare lui stesso un cavaliere errante» (qui Strauss si è ispirato alla parte I, capitolo 1 del romanzo di Cervantes). Nel prologo in tempo moderato «ritterlisch und galant» (cavalieresco e galante), viene esposto il tema principale, con una prima frase affidata ai legni, che rappresenta il lato cavalieresco dell'eroe, e una risposta che rappresenta il suo lato galante, affidata alla «graziosa» melodia dei violini. Si succedono quindi i diversi motivi che corrispondono alle fantasie di Don Chisciotte, e che alla fine dell'introduzione si combinano in una densa polifonia. Le note tenute di trombe e tromboni all’unisono segnano il passaggio di Don Chisciotte all’azione. Qui entra il violoncello solo, che espone il tema di «Don Chisciotte, il cavaliere dalla triste figu­ra», e quindi la viola solista che, insieme ai comici disegni di clarinetto basso e tuba tenore, tratteggia la figura dello scudiero Sancho Panza. I ruoli sono quindi distribuiti per la tragicommedia che viene rappresentata in dieci episodi.

La Variazione I mette in scena «l'uscita a cavallo della strana coppia alla ricerca di imprese in nome di Dulcinea del Toboso e l'avventura con i mulini a vento» (parte I, capitoli 7 e 8). I temi di Don Chisciotte e Sancho si combinano in una trama orchestrale che traslittera l'immagine del vento, delle pale del mulino, dello schianto a terra del cavaliere in sapienti giochi strumentali, fatti di rapide figure di biscrome dei violoncelli, suonate col legno, lunghi trilli dei violini nel registro acuto, un estesissimo glissando dell'arpa che si conclude su un violento colpo di timani. Un motivo cadenzale del clarinetto fa da cerniera con la Variazione successiva.

Variazione II «Combattimento vittorioso contro l'esercito dell'imperatore Alifanfaron (combattimento contro il gregge di montoni)» (parte I, capitolo 18). Episodio guerresco (kriegerisch) introdotto da tre violoncelli all'unisono, in fortissimo, e dominato da veri e propri cluster di ottoni e legni, materiali dissonanti e stridenti disposti in ordine caotico con «l'effetto di un vero gregge errabondo e belante, di un immediato iperrealismo» (Principe). La Variazione si chiude improvvisamente dando spazio al brano successivo.

Variazione III «Dialogo fra il Cavaliere e il suo scudiero. Pretese, domande e proverbi di Sancho. Consigli, parole di conforto e promesse di Don Chisciotte» (parte I, capitoli 10, 18, 19). Si tratta di una sezione piuttosto estesa nella quale si assiste a un divertente dialogo tra il volubile Sancho e il sentenzioso Don Chisciotte, che enumera le imprese da compiere. I rispettivi motivi si alternano, si ripetono, si accavallano fino ad una riesposizione del primo motivo dell'opera che si sviluppa in un ampio squarcio lirico.

La Variazione IV corrisponde alla scena della «Disavventura con una processione di penitenti», tratta dall'ultimo capitolo del primo libro di Cervantes (parte I, capitolo 52). In questo episodio è descritto un corteo di pellegrini (un canto liturgico in crescendo, sottolineato dalle solenni armonie degli ottoni), che portano in processione un'immagine della Madonna, e che vengono scambiati da Don Chisciotte per una banda di ladri. L'eroe li attacca ma viene disarcionato dal cavallo e resta prostrato a terra, mentre la processione si allontana.

La Variazione V è invece un Notturno, un movimento privo di azione ma intensamente poetico: «Veglia d'armi di Don Chisciotte. Dolci effusioni all'indirizzo della lontana Dulcinea» (parte II, capitolo 3). Un tempo molto lento, con la parte delOrganico solista disegnata come un grande recitativo, «liberamente declamato, sentimentale», che si sovrappone al tema di Dulcinea «dolcemente espressivo». I languidi sospiri di Don Chisciotte prendono forma in una della pagine più sperimentali della partitura: poche battute di glissandi di arpe, tremoli dei le­gni, sestine rapidissime dei violini; poi rapidamente si arriva ad un punto coronato in pianissimo che conclude questa variazione.

Netto il contrasto con la Variazione VI «Incontro con una contadinotta che Sancho descrive al proprio maestro come Dulcinea stregata da un incantesimo» (parte II, capitolo 10). Episodio rapido e dal tono grottesco, con la paesana evocata da un tema spigoloso dei due oboi, in un metro che alterna 2/4 e 3/4. Un crescendo degli archi ci porta alla successiva Variazione VII, la celebre «Cavalcata nell'aria» (parte II, capitolo 41), una delle pagine musicalmente più originali della partitura. È la scena nella quale il cavaliere errante e lo scudiero vengono bendati e convinti che, per un incantesimo, stanno volando ad altezze vertiginose. Variazione «breve ma terribile» (Principe), capolavoro di inventiva orchestrale fatto di disegni scalari rapidissimi, che attraversano tutta l'orchestra e ai quali si sommano gli effetti sonori della macchina del vento e gli immensi glissandi dell'arpa./p>

Dopo questa corsa aerea i due eroi si avventurano per mare, nella Variazione VIlI «Sfortunato viaggio sulla navicella incantata» (parte II, capitolo 29). Una Barcarola nella quale l'elemento liquido è suggerito dal fluire delle semicrome, e il naufragio da improvvisi disegni cromatici. La conclusione è un breve inno di ringraziamento (affidato a flauti, clarinetti e corni) di Don Chisciotte e Sancho scampati al naufragio, bagnati e intirizziti dal freddo.

La Variazione IX è il «Combattimento contro i presunti maghi e contro due monaci benedettini a cavallo di mule grosse come dromedari» (parte II, capitolo 8). Solo 25 battute, in un movimento rapido e tempestoso, nel quale i due religiosi sono rappresentati da un dialogo contrappuntistico tra i due fagotti senza accompagnamento, e l'arrivo di Don Chisciotte che terrorizza i monaci, da un pizzicato negli archi gravi.

L'ultima Variazione X , collegata senza soluzione di continuità, è il «Grande combattimento contro il Cavaliere della Bianca Luna. Don Chisciotte, gettato a terra, dice addio alle armi e decide di ritornare a casa e di diventare un pastore» (parte II, capitoli 64, 67, 69). Un combattimento fragoroso al quale partecipa tutta l'orchestra, che lascia appena affiorare la voce del violoncello solo. Poi il ritmo regolare dei timpani e la melodia «molto espressiva» dei legni segnano la ritirata di Don Chisciotte e la sua rinuncia definitiva all'azione.

Il poema sinfonico si conclude con un Finale dedicato alle memorie e alle meditazioni dell'eroe (parte II, capitolo 74): «Ritornato in sé, Don Chisciotte decide di dedicare gli ultimi suoi giorni alla vita contemplativa. Morte di Don Chisciotte». Ritornano i motivi eroici e amorosi, e il violoncello solo canta ancora una volta il suo tema, fino ai sommessi accordi delle ultime battute.

Terenzio Sacchi Lodispto

Guida all'ascolto 2 (nota 1)

Strauss compose il Don Chisciotte nel 1897 (prima esecuzione a Colonia, l'8 marzo 1898), dopo Così parlò Zarathustra (1896) e prima di Vita d'eroe (1898-99). Nel significato complessivo del sinfonismo "a programma" (cioè di musica creata su un contenuto preesistente, letterario o no) e nell'evoluzione artistica dell'autore i tre poemi si completano a vicenda perché sono una trilogia sull'idea romantico-decadente dell'eroe. Ma per inventiva, originalità, magnificenza tecnica, per coerenza e misura, il Don Chisciotte è sicuramente superiore agli altri due poemi ed è forse (o almeno sembra a chi qui ne scrive) il capolavoro dello Strauss sinfonista. Vi si esprimono complete, infatti, le energie positive del suo genio, che sono la sintetica efficacia dei temi musicali, il vigore dell'immaginazione drammatica e descrittiva, il senso del comico e del grottesco, che si fondono in un equilibrio ammirevole, tra l'entusiasmo giovanile (quando compose il Don Chisciotte Strauss aveva 33 anni) e la maturità. Dunque, in questo Don Chisciotte ogni momento del racconto musicale, ogni battuta non diluisce né confonde mai caratteri e accadimenti, anzi riesce a specificare gesti e parole, senza che nulla vi sia di eccessivo, di arbitrario, di dispersivo nella forma. Nella rielaborazione di un personaggio di tale autorità culturale, causa di tentazioni e di abusi nelle interpretazioni (sappiamo che cosa abbiano significato per la spiritualità romantica temi quali il contrasto tra sogno e realtà e la solitudine dell'eroe) non era da tutti conciliare commozione e ironia, partecipazione e precisione espressiva. Riuscì a Strauss, perfettamente.

Non c'è qui spazio per studiare, né per additarle soltanto, tutte le invenzioni, fantasie, sottigliezze della partitura, enorme e agile. Essa è concepita e costruita in 10 Variazioni su due temi, precedute da una lunga Introduzione (le letture di Don Chisciotte, i suoi estri bizzarri, i propositi guerreschi, il fantasma dell'innamorata) e concluse dal meraviglioso Finale (la delusa rassegnazione alla realtà: «Yo fui loco y ya soy cuerdo... Perdonarne, amigo, de la ocasión que te he dado de parecer loco como yo», la morte: e la musica è all'altezza di quelle pagine supreme). Anche se Strauss disse nel sottotitolo che sono variazioni su un tema e anche se questo tema di Don Chisciotte è il protagonista assoluto delle dieci elaborazioni, c'è un secondo tema, quello di Sancho Panza, che partecipa da vero deuteragonista alle avventure musicali, nella narrazione naturalmente (era sempre il Sancho, pratico, assennato, sempliciotto) e nell'architettura sonora (il suo tema dialoga spesso, in complessi contrappunti, con quello di Don Chisciotte). I due temi principali, inoltre, hanno una fisionomia timbrica variabile secondo le situazioni e gli umori dei due personaggi. Sì, l'immagine di Don Chisciotte ci si presenta, generosa, cortese, stravagante, nel suono del violoncello soprattutto, ma la sentiamo farneticare di incantesimi e di amori anche nelle melodie del violino e di alcuni legni (corno inglese, clarinetto, e flauto per le vaneggianti conclusioni da premesse false), così come Sancho ragiona ed eccepisce nella voce della viola, ma borbotta e brontola col clarinetto basso e con la tuba tenore e strilla con l'ottavino.

Perché Strauss ha scelto la difficile costruzione del tema con variazioni nel trasferimento in musica del famoso personaggio? Certo, per il proposito di una narrazione avventurosa, sorprendente, varia, con due protagonisti ben riconoscibili, e per il gusto artigianale di una costruzione formale volubile e tuttavia coerente e salda (nella musica questa non è una contraddizione: non è tale, almeno, per i grandi musicisti). Ma c'è una ragione più profonda, connessa alla natura mitico-esistenziale di Don Chisciotte. Questi come modello di vita è l'opposto assoluto di Don Giovanni, figura ben nota a Strauss, creatore di un suo Don Giovanni e abilissimo interprete dell'opera di Mozart. Se Don Giovanni è eroe della vita molteplice e della dispersione di sé, Don Chisciotte è eroe della vita immobile e della contrazione in sé: infatti, per quanti giri e incontri egli faccia, vive e agisce fermo in un luogo che non è reale, nel passato cavalieresco e nei suoi fantasmi. L'essenza simbolica di questo stupendo mito letterario è nella sua coerenza tragicamente maniacale. Raffigurando Doni Chisciotte in un tema unico che si varia restando se stesso, Strauss ha attuato in musica il significato primario del mito.

Le Variazioni seguono liberamente, cioè non in un ordine continuo, nove episodi del romanzo, mentre la III Variazione, la più estesa e la più emozionante (Dialogo tra Don Chisciotte e Sancho), è un'idealizzazione di tutte le riflessioni realistiche dello scudiero e di tutti i nobili vaneggiamenti del cavaliere: la seconda parte di questa III Variazione, una lunga, intensa melodia di fa diesis maggiore su uno smagliante tessuto sonoro, è uno degli ultimi esempi di grande stile sinfonico. Si elencano qui i contenuti narrativi delle altre Variazioni con il riferimento ai capitoli del romanzo: I Variazione "L'assalto ai mulini a vento", libro I cap. 8; II Variazione "II massacro del gregge", I 18; IV Variazione "L'avventura con la processione dei penitenti", I 52; V Variazione "La veglia notturna del cavaliere", I 3; VI Variazione "L'incantesimo della falsa Dulcinea" ma Don Chisciotte, impaziente e scaltro, non crede che quella sia la sua dama, libro II 10; VII Variazione "Don Chisciotte e Sancho volano su un cavallo alato", vittime ignare della beffa del Duca e della Duchessa, II 41: mentre violini, arpe, legni, macchina del vento ci evocano un'esperienza miracolosa e fantastica, un pedale bassissimo (re dei contrabbassi, e lenta discesa in profondo di fagotti e controfagotti) dice che i due sono rimasti miseramente a terra; VIII Variazione "Viaggio sulla barca incantata", II 29; IX Variazione "Trionfo sui due maghi", che sono due poveri monaci benedettini salmodianti, I 8; X Variazione "Don Chisciotte combatte col Cavaliere della Bianca Luna (che altri non è che il baccelliere Sansón Carrasco travestito) e ne esce sconfìtto" II 64. Come si è detto, segue alla X Variazione la grande pagina della rinuncia e della morte (anche qui una Variazione del tema principale): ma come nel Till Eulenspiegel, una maliziosa, sorridente cadenza, già ascoltata, stranita e divagante verso l'ultimo, luminoso accordo di re maggiore, ci promette che lo spirito eroico di Don Chisciotte non morirà mai.

Franco Serpa


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di via della Conciliazione, 3 febbraio 1996

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Ultimo aggiornamento 19 marzo 2014
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