Glossario



Macbeth, op. 23

Poema sinfonico per orchestra da William Shakespeare

Seconda versione

Musica:
Richard Strauss
Organico: ottavino, 3 flauti, 2 oboi, corno inglese, 2 clarinetti, clarinetto basso, 2 fagotti, controfagotto, 4 corni, 3 trombe, tromba bassa, 3 tromboni, bassotuba, timpani, piatti, tamtam, tamburo, grancassa, archi
Composizione: Weimar, 4 marzo 1891
Prima esecuzione: Berlino, 29 febbraio 1892
Edizione: J. Aibl, Monaco, 1892
Dedica: Alexander Ritter

La prima versione terminata a Monaco l'8 febbraio 1888 ed inizialmente riportata come op. 20, non è stata mai pubblicata.

Guida all'ascolto (nota 1)

«Sono in una fase di grande attività, e sto lavorando a un pezzo orchestrale, Macbeth, che naturalmente è di natura molto aspra e trascinante, e ad una sonata per violino». Queste parole, inviate il 23 giugno 1887 dal ventunenne Richard Strauss come ultima lettera a Lotti Speyer, impallidita passione del compositore, costituiscono la prima traccia importante della creazione del poema sinfonico op.23; creazione che si sarebbe trascinata ancora per diversi anni prima di trovare una veste definitiva. La medesima lettera contiene anche un dettagliato resoconto del successo di scandalo suscitato pochi mesi prima da Aus Italien, la fantasia sinfonica che, in qualche modo, segna un'autentica svolta nella carriera e nel pensiero del compositore.

La conoscenza, avvenuta nel 1885, di Alexander Ritter, buon violinista e modesto compositore di trent'anni più vecchio, aveva costituito per il giovanissimo Strauss l'incontro con una sorta di guida spirituale, in grado di trasformare il lungo apprendistato artigianale sulla composizione e sulla materia musicale, in riflessione sulla teoria dell'arte, e, in maniera particolare, sul pensiero di Schopenhauer e di Wagner, che Strauss guardava con sospetto e ostilità per una tradizione familiare di cui meglio si dirà oltre. Di qui, l'arruolamento di Strauss nelle file del movimento neotedesco; cresciuto nel culto delle teorie di Hanslick su una musica "pura" e autoreferenziata, delle partiture sinfoniche di Brahms, Strauss si convertì al fronte opposto, al culto neotedesco - che postulava come una composizione dovesse appoggiarsi invece a un programma narrativo filosofico o letterario - mostrandosi pronto a raccogliere e a tenere alta e viva la fiamma che era stata di Wagner e di Liszt.

Dopo Aus Italien, la fantasia sinfonica a programma che era stata la traduzione musicale di questa transizione, Macbeth fu dunque il primo vero e proprio poema sinfonico del compositore; e quindi la sua genesi tormentata, come anche le sue arditezze e il risultato complessivamente sofferto e non del tutto maturo - che si è tradotto anche in una scarsa fortuna della partitura - sono dovuti alla ricerca del nuovo, e alla difficoltà di approdare a una riva solida e amica. Terminato all'inizio del 1888, il poema sinfonico venne accantonato dall'editore Spitzweg, nonché giudicato severamente da Hans von Bülow, il grande pianista e direttore che tre anni prima aveva voluto Strauss come suo assistente a Meiningen. «Bülow - scrisse Strauss nelle sue "Betrachtungen und Erinnerungen" ("Considerazioni e ricordi") - già a priori reagì con raccapriccio alle dissonanze presenti in Macbeth, ma ebbe perfettamente ragione quando notò, a proposito della conclusione prevista dalla prima stesura di quel poema sinfonico, che la marcia trionfale di Macduff (in re maggiore!) era un'assurdità. Un'ouverture per Egmont, egli osservò giustamente, può benissimo finire con una marcia trionfale di Egmont, ma un poema sinfonico ispirato alla figura di Macbeth non può concludersi con il trionfo di Macduff».

Di qui la decisione del compositore di rielaborare la partitura; ma nuove idee lo spinsero a rimandare il progetto: la creazione del primo capolavoro, Don Juan, poi quella di Also sprach Zarathustra e di altri lavori ancora. Lungo doveva essere il tragitto delle revisioni: a una nuova versione diretta dall'autore a Mannheim nel gennaio 1889, seguì pochi mesi più tardi una prova tenuta a Meiningen da Fritz Steinbach, e poi - in una definitiva versione ultimata nel novembre 1891 - la prima vera esecuzione a Berlino il 29 febbraio 1892, con l'autore sul podio dei Filarmonici, e un esito entusiastico. Ma le esecuzioni, negli anni successivi, erano destinate a diradarsi.

Poema sinfonico, dunque; nel riallacciarsi all'assunto che aveva ispirato a Liszt i suoi capolavori orchestrali, Strauss mantiene la consapevolezza che l'idea poetica che deve sottendere alla partitura non può per questo prendere il sopravvento sulla logica del contenuto musicale. Ecco quindi che Macbeth mantiene liberamente, nella sua organizzazione, la forma del primo movimento di sonata, e fa a meno di un programma vero e proprio; piuttosto intende offrire, attraverso il contrasto fra gruppi tematici, la contrapposizione fra il personaggio shakespeariano, posseduto dall'anelito del potere ma nel contempo preda di dubbi e incertezze, e quello della sua sposa, che lo incalza insaziabilmente verso nuovi delitti. Questo progetto, sperimentale per Strauss, si realizza anche tramite un impiego duttilissimo dell'orchestra sinfonica, che si arricchisce di strumenti rari, come la tromba bassa, e li usa sopratutto secondo accurate selezioni. Non mancano le aggregazioni pletoriche e retoriche, e non manca quell'ansia tipicamente giovanile di dire tutto e subito, accalcando gli spunti e inserendo nella conduzione del discorso diversivi e momenti episodici che incrinano a tratti la scorrevolezza della costruzione.

Una breve introduzione di poche battute appare quasi come una citazione dell'incipit della Nona Sinfonia di Beethoven; segue il primo gruppo tematico, sopra il quale l'autore scrive sobriamente: Macbeth; vi troviamo una idea aggressiva in minore, e una seconda più dubbiosa e ripiegata. Su un tremolo degli archi, sono i legni ad esporre il secondo gruppo tematico, che si avvale di una didascalia più lunga: all'indicazione Lady Macbeth viene fatta seguire, in tedesco, la citazione "Affrettati qui, così ch'io possa versare i miei spiriti nelle tue orecchie...", le parole con cui, nel dramma di Shakespeare, la protagonista immagina di spronare il consorte al primo delitto. Non solo l'esposizione si nutre essenzialmente del conflitto fra questi due caratteri, ma anche la sezione dello sviluppo, estremamente lunga ed elaborata, riprende questi due temi per trascinarli in un percorso aspro e complesso, che costituisce un vero e proprio climax; alcuni altri elementi possono essere interpretati come l'arrivo dell'esercito di Macduff, o i battiti della porta dopo il delitto di Duncan; mentre nella riesposizione, libera e succinta, il secondo tema viene ripreso in pianissimo, con la valenza dell'allucinazione e della follia della protagonista. Ma nessun descrittivismo innerva questa partitura, che si basa piuttosto su associazioni simboliche. All'affermazione degli squilli di ottoni, segue, per conclusione, la riproposta del tema "dubbioso" di Macbeth, come epigrafe riflessiva.

Arrigo Quattrocchi


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di via della Conciliazione, 20 marzo 1999

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Ultimo aggiornamento 29 novembre 2012
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