Glossario



Concerto in mi bemolle maggiore (Dumbarton Oaks)

Musica: Igor Stravinskij
  1. Tempo giusto
  2. Allegretto
  3. Con moto
Organico: clarinetto, fagotto, 2 corni, 3 violini, 3 viole, 2 violoncelli, 2 contrabbassi
Composizione: Château de Montoux, primavera 1937 - Parigi, 29 marzo 1938
Prima esecuzione: Dumbarton Oaks, tenuta di Robert Woods, 8 maggio 1938
Edizione: Schott, Magonza, 1938

Guida all'ascolto 1 (nota 1)

Il programma di stasera si conclude con un lavoro appartenente alla stagione neoclassica di Igor Stravinsky, il Concerto in mi bemolle maggiore per orchestra da camera, detto Dumbarton Oaks, dal nome di una tenuta nel distretto americano di Columbia, il cui proprietario Robert Woods Bliss, aveva commissionato al compositore tale musica, eseguita per la prima volta nella stessa località l'8 maggio 1938. Il brano fu scritto in origine per orchestra da camera, così come viene eseguito stasera, ma l'autore si preoccupò di trascriverlo nella versione per due pianoforti, raccontando poi di aver composto su commissione tale partitura, allo scopo di pagare le cure mediche cui dovette sottoporsi in quel periodo insieme alla moglie Caterina Nosenko e alle due figlie, Ludmila e Milena (una di queste ultime, insieme alla prima moglie, sarebbero morte a breve distanza l'una dall'altra nel 1939). Confessa ancora il musicista che, mentre scriveva il suo Concerto, studiava e suonava regolarmente Bach e l'attraevano i Concerti brandeburghesi, specialmente il terzo, alla cui struttura strumentale si richiama, utilizzando tre violini e tre viole. Di questa scelta si avverte la presenza nel Dumbarton Oaks, anche se, specifica Stravinsky, «non credo che Bach mi avrebbe lesinato il prestito di queste idee e di questi materiali, dal momento che imprestare in tal modo era qualcosa che anche a lui stesso piaceva fare». Naturalmente Stravinsky utilizza i temi bachiani in modo personale e in un gioco contrappuntistico di sonorità asciutte e taglienti, in cui riaffiorano le cadenze ritmiche del Sacre e delle Noces. Il primo movimento (Tempo giusto) è punteggiato da una spigliata e fresca serenità di accenti strumentali, dove non mancano momenti di pensosa riflessione. Particolarmente piacevole e spiritoso è l'Allegretto centrale, intonato ad un fosforescente divertimento, qua e là increspato di leggera malinconia. Secondo Casella il tema di questo movimento fa pensare al Falstaff di Verdi e precisamente alla frase del primo atto corrispondente alle parole «Se Falstaff s'assottiglia». Il finale (Con moto) è psicologicamente ambivalente, cioè gaio e triste, con rimembranze di sapore ciaikovskiano, ma comunque sorretto da un battito cardiaco ritmicamente pulsante e di indubbia sigla stravinskiana. Il brano, della durata di 12 minuti, prevede il seguente organico strumentale: clarinetto in si bemolle, fagotto, due corni, tre violini, tre viole, due violoncelli e due contrabbassi.

Guida all'ascolto 2 (nota 2)

Il corpo generoso del Concerto grosso, antico ma palpitante ancora nell'Europa dei Trenta, è il calco al quale, con dichiarata evidenza, si ispira il Concerto in mi bemolle maggiore di Stravinskij, noto col nome della proprietà - Dumbarton Oaks, nel distretto di Washington - dei coniugi statunitensi Bliss, che per festeggiare il loro trentesimo anniversario chiedono al maestro una nuova opera, creata nella loro dimora nel maggio del 1938 (sessant'anni fa, esattamente), per la direzione di Nadia Boulanger.

Un flauto, un clarinetto, un fagotto, due corni, tre violini, tre viole, due violoncelli, due contrabbassi: a questo organico il maestro chiede di riprodurre i bachiani Concerti brandeburghesi, nell'alternanza tra il tutti dell'orchestra, un concertino di solisti affidato ai dieci strumenti ad arco, l'emersiome frequente di alcuni passaggi dove unico è il protagonista. Un gioco, naturalmente; quel genere di passatempi nei quali il grande prestigiatore sapeva far eccellere le proprie arti imitative, fregolesche.

Il periodo neo-classico dura ormai da tempo, ma l'invenzione lieve e divertita sa ancora nascondere l'usura del meccanismo. Citazioni contrappuntistiche, economia di mezzi orchestrali: l'imitazione bachiana rispetta questi parametri, e questi soltanto. Se ne stacca nella varietà timbrica, e soprattutto nella mobilità del ritmo, vero motore del concerto, anima inconfondibile del maestro anche nei travestimenti più ricercati.

Se l'armonia resta ferma, il tempo del racconto pulsa, invece e sempre, a la Stravinskij. Ma Bach serve come una scialuppa al naufrago, come orizzonte di simmetria, rigore e numero in una cultura che queste certezze aveva perduto. Nella sua età di mezzo, il principe Igor, padrone del mondo dei suoni, ha bisogno di credere a un ordo: Johann Sebastian è la benedizione invocata, la retta via che conviene seguire.

Altre decadi dovranno passare e l'appiglio neo-classico sfrangiarsi, prima che, nella lunghissima sua esistenza creatrice, Stravinskij scopra un ordine diverso, quello dei dodici suoni e della serie. Allora, si poserà lì lo sguardo bulimico e il suo metabolismo invidiabile potrà assimilare anche questo corpo nuovo, senza perdersi.

Nei tre movimenti delle Oaks - Tempo giusto, Allegretto, Con moto - si riaffacciano le ombre, più o meno corpose, di tutti i pergolesini, da Pulcinella in avanti; e anche il passo strascicato di un tango, l'impettito procedere di una marcia scandita dai corni, il ghiribizzo clownesco del finale.

Pierre Boulez è persuaso che il grande problema di Stravinskij sia stato «non rifare il Sacre», la bomba atomica della musica scoppiata quando l'artificiere aveva soltanto trentun anni. Poi, per non restare imprigionato dall'onda d'urto di quella eruzione sconvolgente, il suo problema è diventato cercare vie di fuga, veri o falsi o tutti e due che siano quei fogli settecenteschi dissepolti nelle generose e misteriose (tuttora) biblioteche di musica napoletane e poi portati a lungo con sé. Ma, e questo è il pregio mirabile, il creatore è sempre riconoscibile, anche all'ombra di queste amichevoli querce americane.

Sandro Cappelletto


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di via della Conciliazione, 15 febbraio 1985
(2) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia Filarmonica Romana,
Roma, Teatro Olimpico, 14 maggio 1998

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Ultimo aggiornamento 15 marzo 2013
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