Glossario



L'oiseau de feu

Seconda Suite (versione del 1919)

Musica:
Igor Stravinskij
  1. Introduzione
  2. L’Uccello di fuoco e la sua danza
  3. Variazioni dell’Uccello di fuoco
  4. Ronda delle Principesse
  5. Danza infernale del re Kascej
  6. Berceuse e Finale
Organico: ottavino, 2 flauti, 2 oboi, corno inglese, 2 clarinetti, 2 fagotti, 4 corni, 2 trombe, 3 tromboni, basso tuba, timpani, xilofono, pianoforte, arpa, archi
Composizione: Morges, 1919
Edizione: J. W. Chester, Londra, s. a.

Guida all'ascolto (nota 1)

L'oiseau de feu rappresenta un'opera cardine nell'esperienza creativa di Igor Stravinkij, l'opera che trasformò il compositore ventottenne da semisconosciuto discepolo di Rimskij-Korsakov a grande autore internazionale. Non a caso si tratta anche dell'opera che segnò l'inizio della lunga collaborazione fra Stravinskij e la compagnia dei Ballets Russes di Sergej Djagilev. Djagilev aveva conosciuto Stravinskij nel gennaio 1909 a Pietroburgo e, colpito dalla musica della fantasia orchestrale Feu d'artifice, aveva immediatamente pensato di aggregare il compositore al gruppo dei suoi collaboratori - composto da personaggi prestigiosi come il coreografo e danzatore Michail Fokin, i pittori Leon Bakst e Alexandre Benois - in vista del trasferimento a Parigi della sua compagnia.

Così Stravinskij in un primo momento venne incaricato dall'impresario di orchestrare alcune pagine di Chopin per il balletto Les Sylphides, ma ben presto la defezione di un altro compositore, Ljadov, si tradusse nel coinvolgimento in un altro e ben più ambizioso progetto: un intero nuovo balletto, basato sulla fiaba popolare russa dell'Uccello di fuoco. Stravinskij abbandonò la stesura dell'opera Le rossignol, e si dedicò alla nuova partitura, che venne stesa fra il novembre 1909 e il maggio 1910. A fine maggio raggiunse i Ballets Russes a Parigi - dove si recava per la prima volta - e potè così assistere, il 25 giugno, alla prima del balletto - che si avvaleva della coreografia di Fokin - accolto con grande successo. Sembra che nel corso delle prove Djagilev avesse detto, riferendosi al giovane maestro: "Guardatelo bene, è un uomo prossimo alla celebrità"; e furono parole profetiche.

L'oiseau de feu doveva rimanere una delle partiture più popolari del compositore, tanto che ben tre furono le suites pubblicate, con la revisione dell'autore, nell'arco di oltre trent'anni. La prima vide la luce immediatamente, nel 1911, e consiste nell'estrapolazione di cinque momenti musicali; la seconda suite, del 1919 - la più diffusa, prescelta anche per la presente esecuzione - è basata su una orchestrazione ritoccata e su una selezione di pagine quasi interamente differente; mentre la terza suite, del 1945, si basa su dieci numeri complessivi, cinque dei quali sono quelli della suite del 1919.

Non stupisce che, in questa partitura rivelatrice, come anche in tutti i suoi lavori scritti prima del 1910, Stravinskij mostrasse il suo debito verso l'insegnamento di Rimskij-Korsakov. Lo stesso soggetto del balletto affondava le sue radici in quella favolistica russa che era stata l'humus fertilissimo della maggior parte dei lavori teatrali del vecchio compositore, scomparso nel giugno 1909, pochi mesi prima che Stravinskij cominciasse ad applicarsi al suo balletto. L'argomento sfrutta una variante della fiaba sulla fine del genio malefico Katschej - lo stesso Rimskij aveva scritto nel 1902 l'opera Katschej l'immortale - la cui morte è impossibile in quanto la sua anima è serrata in un luogo inaccessibile - uno scrigno a forma di uovo, nel balletto di Stravinskij, le lagrime della perfida figlia, nell'opera di Rimskij - che viene però raggiunto da un principe straniero grazie a un sortilegio - la penna dell'uccello di fuoco, creatura fantastica, nel balletto, l'innamoramento della figlia del genio, nell'opera - consentendogli così di liberare una amata principessa, prigioniera del genio malvagio, oltre ad altri prigionieri.

Nel mettere in musica questa vicenda archetipica Stravinskij guardò direttamente al modello rimskiano, e soprattutto all'ultima opera del maestro, Il gallo d'oro, che, nelle sue scelte musicali, contrapponeva il mondo degli uomini - realizzato in musica attraverso melodie diatoniche di impronta popolare - a quello degli esseri fantastici, restituito con materiale cromatico e con arabeschi di tipo orientaleggiante. E tuttavia, al di là di questi rapporti con il passato, L'oiseau de feu è indubbiamente l'opera che dischiude a Stravinskij le porte della sua poetica. Nonostante le infinite sfumature espressive indicate in partitura, e taluni momenti debitori a Cajkovskij, infatti, nessun vero sentimentalismo fa breccia nella musica, nessun descrittivismo, ma piuttosto un uso oggettivo del materiale musicale, in cui gli elementi di base vengono usati con ferrea coerenza, e il ritmo diviene a tratti il vero veicolo del discorso musicale.

Già all'inizio della Suite troviamo, nel motivo insinuante degli strumenti gravi, quell'intervallo di quarta aumentata che è strutturale nella partitura; i colori lividi e i cromatismi dei fiati restituiscono l'ambiente "magico" dell'Uccello di fuoco, e magico è anche il glissando sugli armonici degli archi, che lasciò ammirato Richard Strauss; questa Introduzione lascia il passo alla Danza dell'Uccello di fuoco, giocata sui ritmi irregolari degli archi e sulle volate dei fiati. Un motivo popolare esposto da strumenti solisti apre e pervade la Danza delle principesse, che rappresenta uno dei momenti più legati al passato della partitura. Forte è il contrasto con la Danza infernale del re Katschej, che è invece il momento forse più avveniristico, dove troviamo quei contrasti dinamici, quell'impulso ritmico e quel gioco di intarsio di schemi ritmici che prefigurano il Sacre du printernps. Segue la Berceuse - il momento in cui l'uccello di fuoco addormenta tutti gli sgherri malvagi e spiega al principe il segreto dell'immortalità del principe Katschej - basata sull'inquieto tappeto sonoro degli archi e sulle cantilene incantatorie dei fiati; e lo stesso motivo di base, trasformato ma riconoscibilissimo, è alla base del grandioso Finale, una pagina che muove dal suono del corno solista per costruire un climax, in cui gli strumenti si aggregano progressivamente in una conclusione liberatoria, che deve qualcosa ai Quadri di una esposizione di Musorgskij. Non è solo la realizzazione musicale del lieto fine coreografico: posto sul discrimine fra l'uso esotico ed estetizzante del materiale popolare e la riflessione critica e distaccata su questo materiale, il finale di L'oiseau de feu pende a favore della seconda, rivelando le strategie tecniche ed estetiche che, attraverso le più impensate capriole stilistiche, non verranno mai rinnegate dal compositore.

Arrigo Quattrocchi


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorium Parco della Musica, 26 aprile 2003

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Ultimo aggiornamento 24 agosto 2013
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