Glossario



Le chant du rossignol

Poema sinfonico in tre parti

Musica:
Igor Stravinskij
  1. Introduzione: Festa nel palazzo dell’imperatore della Cina - Presto
  2. Canto dell’usignolo: I due usignoli
  3. L'usignolo meccanico: Malattia e guarigione dell’imperatore della Cina
Organico: 2 flauti, 2 oboi (2 anche corno inglese), 2 clarinetti, 2 fagotti, 4 corni, 3 trombe, 3 tromboni, basso tuba, timpani, triangolo, tamburo basco, tamburo militare, grancassa, piatti, tam-tam, celesta, pianoforte, 2 arpe, archi
Composizione: Morges, 4 aprile 1917
Prima esecuzione: Ginevra, 6 dicembre 1919
Edizione: Edition Russe de Musique, Parigi, 1921

Utilizza parti dell’opera "Le rossignol"

Guida all'ascolto (nota 1)

Nel 1908 Stravinsky cominciò a comporre la sua prima opera, Le Rossignol, tratta dalla celebre novella sull'usignolo e l'imperatore della Cina di Hans Andersen e verseggiata in tre atti da S.N. Mitusov. Nel 1909 era pronto il primo atto, ma il lavoro si interruppe perché Diaghilew commissionò al musicista di scrivere L'uccello di fuoco per la stagione parigina dei Balletti Russi (25 giugno 1910). Seguirono poi Petruska (13 giugno 1911) e Le Sacre du printemps (29 maggio 1913), che impedirono al compositore di occuparsi del progetto del Rossignol, la cui partitura venne ripresa e completata del secondo e terzo atto tra il 1913 e il 1914. In questa versione Le Rossignol, dopo il fallimento del Teatro Libero di Mosca, al quale inizialmente era destinato, venne presentato all'Opera di Parigi il 26 maggio 1914 sotto la direzione d'orchestra di Pierre Monteux e con la scenografia di Alexandre Benois, che tentò di evocare il paesaggio sontuosamente coloristico di una Cina leggendaria. L'autore non mancò di rendersi conto della diversità stilistica esistente fra il primo e gli altri atti: questi ultimi più vicini alla tecnica orchestrale già adottata nel Sacre. Allora egli pensò bene di ricavarne nel 1917 un poema sinfonico in tre parti, Le chant du rossignol, e successivamente, su consiglio di Diaghilew, un balletto, che andò in scena il 2 febbraio 1920 all'Opera di Parigi con la coreografia di Massine, i costumi di Matisse e la direzione d'orchestra di Ansermet. Pure in questo caso ci fu un freddo successo di stima, che non si modificò poco dopo, nell'estate dello stesso anno, al Covent Garden di Londra.

Anche se la struttura dell'opera lirica Le Rossignol viene considerata più riuscita e attraente rispetto alla successiva trasposizione sul piano puramente strumentale, va detto che il poema sinfonico, realizzato utilizzando specialmente temi e invenzioni strumentali del secondo e del terzo atto, pone in evidenza i pregi della variopinta scrittura orchestrale stravinskiana, improntata ad un clima ricco di taglienti effetti sonori e dagli accenti di delicata féerie, con toni e impasti timbrici di sapore più slavo che cinese. Nel primo quadro (Marche chinoìse) è descritto il fastoso ambiente della corte imperiale cinese, dove ci si prepara a ricevere degnamente l'usignolo vero, in carne e ossa. Un ritmo di marcia cinese sottolinea l'arrivo del vecchio imperatore. Nel secondo quadro (Chant du rossignol) l'usignolo canta stupendamente tanto da conquistare il cuore dell'imperatore, al quale però viene portato in dono dal Giappone uno stupefacente usignolo meccanico, che si slancia in una serie di trilli eleganti e virtuosi. L'imperatore mostra di preferire il cinguettante automa e licenzia il vero usignolo. Nel terzo quadro (Jeu du rossignol mécanique) è raffigurato l'imperatore agonizzante sul suo letto: ogni cura è inutile. Forse il canto dell'usignolo può compiere il miracolo, laddove non arriva la scienza: l'usignolo meccanico però resta muto, mentre quello vero con la sua melodiosa voce allontana la morte e rianima l'imperatore. Questi accoglie ironicamente con il saluto di «Buongiorno!» i cortigiani frastornati e già preparati al peggio.

Per gustare meglio il simbolismo magico di questa favola orientale, resa più preziosa e suggestiva dalla musica stravinskiana con i suoi ammiccamenti alla tessitura ritmica del Sacre, ci sembra opportuno riportare il testo della novella di Andersen, che dice così: «Dovete sapere che nella Cina l'imperatore è cinese e che i cinesi sono tutti quelli che gli stanno d'intorno. Il palazzo dell'imperatore era il più splendido palazzo del mondo; era fatto tutto di porcellana preziosissima, ma così delicata, così fragile, che bisognava badar bene a quel che si faceva, anche soltanto nell'accostarvisi. Il giardino era pieno di magnifici fiori, e ai più preziosi il giardiniere aveva attaccato certi campanellini d'argento, per modo che nessuno potesse passare senza osservarli. Sì, nel giardino dell'imperatore tutto era mirabilmente combinato; ed era un giardino immenso: nemmeno il giardiniere sapeva dove terminasse. Cammina, cammina, cammina, si arrivava ad una superba foresta, con alberi alti alti, e limpidi laghi; e la foresta si stendeva avanti avanti sino al mare, azzurro e profondo, sì che i bastimenti, costeggiando, potevano passare sotto ai rami dei grandi alberi, che sporgevano sull'acqua. Tra quegli alberi, viveva un usignolo, il quale cantava così meravigliosamente, che persino il povero pescatore, con tante altre cose che aveva per il capo, quando usciva la notte a gettar le reti, non poteva fare a meno di fermarsi, immobile ad ascoltarlo.

L'imperatore però non sapeva di questo prodigio che viveva nel suo giardino; lo apprese da un libro che parlava della sua reggia.

Fu ordinato al Cavaliere d'Onore di cercare l'usignolo, ma dopo tante inutili ricerche ci si affidò ad una giovane sguattera che lo aveva ascoltato.

Guidati da lei, i cortigiani si recarono in pomposo corteo all'albero dell'usignolo. Per via udirono muggire una mucca.

"Oh - gridarono i paggi di corte. - Eccolo finalmente! E spiega una potenza meravigliosa davvero in così piccolo animale. Certo debbo averlo sentito un'altra volta".

Chiarito l'equivoco il cammino riprese. Ma ecco che si udirono le rane.

"Magnifico! - esclamò il Predicatore della Corte cinese. - Ora che lo sento, somiglia ad un campanellino di chiesa".

Ma finalmente l'usignolo incominciò a cantare tra la meraviglia dei dignitari che lo invitarono immediatamente a corte.

L'esibizione dell'uccellino ottenne il più grande successo e fu scritturato stabilmente. Ma un giorno l'Imperatore ricevette un pacco con la scritta "Usignuolo". Era un usignuolo meccanico dono dell'Imperatore del Giappone. La nuova meraviglia fece dimenticare l'uccello vivo che tornò alla sua foresta. Ma il meccanismo si guastò e non fu possibile ripararlo completamente. Dopo cinque anni l'Imperatore si ammalò gravemente, la Morte stava già seduta sul suo petto e oscuri fantasmi, simboli delle sue azioni buone e cattive, apparvero tra le cortine dell'alcova. Ma dalla finestra aperta l'usignuolo vivo incominciò a cantare. La Morte, che si era impossessata della corona, della spada e della bandiera dell'Imperatore, pur di far proseguire il canto dell'usignuolo, restituì uno alla volta tutti gli oggetti e scomparve.

"Devi rimanere sempre con me! - disse l'Imperatore. - Canterai come ti piace ed io farò a pezzi l'uccello meccanico".

"No davvero! - rispose l'usignuolo. - Esso ha fatto del suo meglio sin che ha potuto; conservalo come solevi fino ad ora. Io non posso fare il mio nido nel palazzo, per viverci sempre; lascia che ci venga quando ne sento desiderio: allora, la sera, mi poserò sul ramo accanto alla tua finestra e ti canterò qualche cosa, che ti farà lieto e pensoso insieme. Ti canterò di quelli che sono felici e di quelli che soffrono: ti canterò del bene e del male, ch'è intorno a te e ti rimane celato.

Il piccolo cantore vola per ogni dove, presso la capanna del povero pescatore e sul tetto del contadino, e conosce tutti coloro che vivono lontani da te e dalla Corte... ma mi devi promettere una cosa".

"Tutto quello che vuoi!" disse l'imperatore.

"Di una cosa ti prego: non dire ad alcuno che hai un uccellino, il quale ti tiene informato di tutto: e a questo modo le cose andranno molto meglio".

E l'usignuolo volò via.

I valletti entrarono per dare un'occhiata all'Imperatore morto, e sì... altro che morto! L'Imperatore era là tranquillo, che li saluta: "Buongiorno, ragazzi!"».


(1) Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,
Roma, Auditorio di via della Conciliazione, 25 aprile 1982

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Ultimo aggiornamento 9 marzo 2014
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