Glossario
Testo del libretto



Ercole sul Termodonte, RV 710

Dramma musicale in tre atti

Musica: Antonio Vivaldi
Libretto: Antonio Salvi (erroneamente attribuito a Giacomo Francesco Bussani)

Ruoli:

Organico: strumenti sconosciuti, archi, basso continuo
Composizione: 1723
Prima rappresentazione: Roma, Teatro Capranica, 23 gennaio 1723
Edizione: inedito
Perduto

Sinossi

ATTO PRIMO
Folta selva, in riva al Termodonte.

L’azione si svolge in Cappadocia, dove vivono le Amazzoni. Antiope, regina di questa popolazione esclusivamente femminile, la cui capitale è Temiscira, esorta le sue guerriere a non languire nell’ozio e a continuare nell’esercizio delle armi. Martesia, sua giovane figlia, sopporta a fatica la vita domestica: anch’ella vorrebbe guerreggiare contro gli uomini, mortali nemici delle Amazzoni. La madre cerca di dissuaderla.

Nel frattempo giunge un gruppo di eroi greci, tra cui Teseo, Telamone ed Alceste, capeggiati da Ercole. Essi devono conquistare le armi della regina delle Amazzoni, per conto del re Euristeo. Ma, soprattutto, l’eroe vuole sbaragliare le acerrime nemiche del «sesso viril».

Nel bosco, Teseo salva Ippolita, sua nemica nonché sorella di Antiope, da un orso: tra i due nasce una viva simpatia che non tarda a trasformarsi in amore. Trepidante e innamorato, Teseo la lascia tuttavia andare.

Intanto Antiope si accorda per affrontare l’attacco greco con l’impavida Orizia: la prima rimarrà a custodire la città mentre la seconda andrà a bruciare le navi nemiche. Giunge intanto la notizia della cattura di Martesia da parte dei Greci: Ippolita, tra sé, considera che vorrebbe essere al suo posto.

Al campo greco, mentre Telamone e Alceste si contendono invano la prigioniera Martesia, interviene Ercole, che destina la fanciulla al più valoroso. Intanto le Amazzoni riescono a catturare alcuni nemici e a bruciare le navi greche: il conflitto si fa incandescente.

ATTO SECONDO
Logge che introducono al Parco Reale.

Ippolita pensa di continuo all’amato Teseo. La regina Antiope vorrebbe vendicarsi sui prigionieri greci, tra cui Teseo, ma la sorella Ippolita cerca di impedirglielo facendo valere i suoi uguali diritti regali. Ella propone a Teseo di fuggire, ma questi rifiuta temendo di non poterla più rivedere.

Nel campo greco, presso Temiscira, Ercole è disperato per la perdita dell’amico Teseo. Dapprima si prende in considerazione uno scambio di prigionieri tra Teseo e Martesia. Poi, Alceste annuncia di aver catturato Orizia, altra sorella della regina: Telamone la lascia libera, in cambio di Teseo.

I greci innamorati continuano ad istruire l’ingenua Martesia: Telamone e Alceste cercano di insegnarle gli oscuri principi dell’amore coniugale e la vorrebbero in sposa. La fanciulla non comprende queste complicate offerte e spiegazioni, pur provando un’ignota attrazione verso Alceste. A Temiscira, nel tempio di Diana, Teseo sta per essere giustiziato, ma, col suo intervento tempestivo, Ippolita lo salva. Giunge Orizia, che deve però tener fede al patto stretto con Telamone: a malincuore Teseo ritorna, libero, tra i Greci.

ATTO TERZO
Sobborghi di Temiscira.

Ercole è infuriato con Telamone perché ha liberato Orizia, ma quando Teseo si presenta, Telamone è scagionato; Teseo implora pietà per Ippolita, che lo ha salvato da morte certa, mentre la giovane Martesia si rammarica scoprendo che anche Alceste sta per partecipare all’attacco alla sua città.

Assedio. Ippolita cerca di convincere Antiope a consegnare le sue armi, che Ercole vuole conquistare. Orizia giunge ad avvertire le sorelle della caduta di Temiscira. Martesia sorprende la madre, nella reggia, mentre sta tentando di uccidersi. Intanto Orizia è uscita da uno scontro con la spada frantumata, ma fortunatamente trova l’arma della sorella intatta: Ercole la sfida affermando tuttavia di voler solo la spada e la cintura di Antiope, non la vita della donna che ha saputo fronteggiarlo. Antiope allora riconosce la sconfitta, ma dichiara di aver già donato le sue armi a Diana, pertanto egli dovrebbe rapirle alla dea.

Orizia, riconoscendo invece l’origine sovrumana di Ercole, vorrebbe donargli la spada di Antiope che aveva solo trovato presso l’altare della dea e prelevato per necessità. Appare infine Diana, la quale sancisce definitivamente il possesso delle armi ad Ercole, stabilisce la fine delle ostilità tra i sessi e istituisce due nuove coppie, Teseo e Ippolita, Alceste e Martesia.

Guida all'ascolto (nota 1)

Nella parabola artistica di Antonio Vivaldi (Venezia, 1678 – Vienna, 1741) l’interesse per l’opera in musica fu relativamente tardivo. Noto come eccellente virtuoso, didatta e prolifico compositore di musica strumentale, egli volle cimentarsi anche con l’opera verso i trentacinque anni, alla ricerca non solo di riconoscimenti economici più sostanziosi, ma anche di traguardi artistici diversificati, capaci di qualificarlo come compositore ‘universale’ (solo la musica per strumenti a tastiera solisti esulò sempre dalle sue competenze).

È difficile quantificare la consistenza effettiva della produzione di Antonio Vivaldi per il teatro, vista la quantità di problemi filologici che si oppongono a un’esatta valutazione. Tutti i suoi lavori obbediscono allo schema tipico dell’opera seria settecentesca in tre atti, costituita principalmente dal recitativo secco (sporadicamente accompagnato dagli archi, nei punti di maggior intensità espressiva) e da arie col da capo, con l’aggiunta occasionale di qualche duetto o terzetto: la conclusione è sempre affidata a un breve intervento corale dei personaggi.

La partitura di Ercole sul Termodonte, smarrita nella sua interezza, è stata ripristinata solo di recente, grazie ad approfondite ricerche archivistiche e accurati interventi ricostruttivi: è infatti conservato il libretto della prima rappresentazione al Teatro Capranica di Roma nel 1723 e sono preservate quasi tutte le arie, distribuite in differenti fonti presso varie biblioteche europee. Quest’opera appartiene alla maturità del compositore, allora all’apice della fama e conteso anche da istituzioni teatrali non veneziane. Con il ritiro contemporaneo di tre o quattro dei maggiori operisti ‘romani’, Alessandro Scarlatti, Giovanni Bononcini (recatosi a Londra) e Francesco Gasparini, come pure con la fine della carriera attiva di Carlo Francesco Pollarolo, Roma abbondava allora di compositori provenienti da Napoli e dal nord Italia, propugnatori di uno stile più simmetrico nel fraseggio, meno denso in senso contrappuntistico, ma anche spiccatamente virtuosistico nella parte vocale. Era la volta di Predieri, Orlandini, Porpora e, dal 1724, Leonardo Vinci: con loro Vivaldi dovette misurarsi.

Come spesso avveniva per le rappresentazioni di sue opere nuove in teatri lontani dalla Serenissima, il compositore veneziano riutilizzò alcuni propri pezzi particolarmente apprezzati, composti ed eseguiti tempo addietro. Nel caso di Ercole, Vivaldi trasse almeno otto arie da suoi lavori precedenti e ne fece in parte adattare il testo poetico. Inoltre, quest’opera fu prodotta in corrispondenza al primo apparire sulle scene italiane di Pietro Metastasio (1723-1724), dunque riflette gusti ancora non ‘normalizzati’, per alcuni versi eccentrici rispetto agli orientamenti successivi. Ad esempio, nella Roma del tempo non erano ammesse cantanti in scena, per cui il cast fu interamente maschile. Trattandosi di un soggetto che affronta il problema del conflitto tra i sessi (le amazzoni erano una sorta di femministe ante litteram…), questo fatto doveva risultare particolarmente ‘stuzzicante’ per il pubblico, in termini di marketing, nonché in linea con l’eredità culturale barocca. Altro elemento che colpisce, sintomo invece di impellente modernità, è l’abbondanza di ‘musica in scena’ indicata nel libretto, ovvero di gesti musicali che, si può ritenere, sono compiuti dagli stessi cantanti e che il musicista doveva realizzare secondo criteri di verosimiglianza: l’opera è aperta da un coro formato da una «schiera di Amazzoni cacciatrici con corni e cani da caccia» e l’atto primo si conclude con un «abbattimento sul ponte a suono di trombe, timpani e di tamburi».

Il titolo, Ercole sul Termodonte, fa riferimento alla nona delle dodici fatiche di Ercole, compiute per ordine del re di Micene Euristeo, cioè la conquista delle armi della regina delle Amazzoni. Ercole con gli eroi Teseo, Telamone e Alceste, giunti in spedizione presso il fiume Termodonte ove risiedono le Amazzoni, si scontrano con la regina Antiope, le sue sorelle Ippolita e Orizia e la figlia Martesia. I fronti avversi tendono però presto a confondersi: il greco Teseo e Ippolita, sorella della regina, si innamorano perdutamente l’uno dell’altra; la giovane e ingenua Martesia, figlia della regina, è corteggiata da Telamone e Alceste, che vorrebbero sposarla. Continuano invece a guerreggiare ostinatamente la regina Antiope, che presidia la città amazzone di Temiscira, e la sorella Orizia, che col suo valore contrasta gli invasori e incendia le navi greche. Al termine delle drammatiche scene finali d’assedio, vengono consegnate le armi di Antiope a Ercole, questi riunisce due nuove coppie (Teseo-Ippolita, Alceste-Martesia), e decretando la fine delle ostilità.

Il soggetto, già trattato a Venezia circa un cinquantennio prima dal librettista Giacomo Francesco Bussani (Teatro di San Salvador, 1678), fu intonato per l’occasione sulla base di un libretto di Antonio Salvi. Nel complesso l’opera dovette avere buon successo se Pier Leone Ghezzi, famoso ritrattista, volle disegnare non solo Vivaldi, ma anche uno dei cantanti, il castrato Farfallino, con l’annotazione «Farfallino […] che cantò nell’opera del prete rosso», a dimostrazione che il compositore era noto con questo soprannome anche a Roma. Inoltre, i proprietari del Capranica dovettero apprezzare il prodotto fornito da Vivaldi, dato che, per l’anno successivo, gli commissionarono l’atto secondo della prima opera, Il Tigrane, e un’intera opera nuova, Il Giustino.

Maria Giovanna Miggiani


(1) Testo tratto dal programma di sala della Fondazione Teatro La Fenice,
Venezia, Teatro Malibran, 4 ottobre 2007

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Ultimo aggiornamento 5 settembre 2014
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