Laodice
Dramma per musica in tre atti
Testo del libretto
ATTO PRIMO
Scena prima
Collinetta inabitata à motivo di superstitiosa Religione, Bosco foltissìmo
da una parte, con veduta di lago borascoso, Capanna dalla quale uscirà Ariarate
per andarsene alla Caccia tratenuto da Dorisbe sua Sposa, sarà la Scena poco
lucida, mentre è l'Alba del giorno.
Ariarate Dorisbe.
Dorisbe
Oh' Dio tù vuoi partir, caro mio Sposo!
Vedi, che spunta à pena,
Di Venere la stella.
E ne silenzi suoi, riposa il Mondo:
Gl'Augelletti canori,
Tacciono anch'essi, in dolce oblio sepolti,
E nel Covile lor dormon le Fiere.
E tù (quasi ti spiacia,
Goder sonni tranquilli,
Che in povera Capanna,
Un fido Amor ti porge)
Sorgi, prima, ch'il Sol esca dal Gange;
De la Sposa t'involi,
A li teneri amplessi
E l'orme d'una Belva,
Più di seguir ti piace,
Ch'in questo seno, haver diletto, e pace.
Ariararte
E' forse mia Dorisbe,
Questo il primiero giorno,
Che prima sorga de la luce il Nume,
Lascio le Piume, e ch' à la selva io torno!
Dorisbe
Non è questi il dì primo;
Mà sogno assai molesto,
Che ne la scorsa notte
Funeftò i miei riposi,
Non lascia, ch'io ti vegga,
Senza bagnar, d'amaro pianto il volto,
Partire, e restar sola.
Ariararte
Sempre l'hore del dì co tuoi sospetti,
Che dentro, questa ignota,
Selva non siam sicuri,
Da l'empio Mitridate,
Rendi infelici; e nel riposo poi
La Fantasia ripiena,
Di queste idee moleste,
Rappresenta ne sogni, orrida scena.
Dorisbe
Se non ti move, ò sposo,
Il mio timor, perche da mè non parta,
Quello t'arresti il piè, del piciol figlio,
Che sognando compiansi,
Dal mio seno rapito, e tratto à Morte.
Ariararte
Non più Dorisbe mia,
Ch'un preludio funesto anco sognato,
Tal volta pure, ha qualch'Idea di vero;
Ecco ralento l'Arco
Depongo la Faretra, e à la coltura,
Del vicin orto io riedo;
Rasserena il bel ciglio,
Rasciuga il pianto, e custodisci il Figlio.
Dolce Amor mio non piangere,
Lungi non vò da te.
Bastano poche stille,
Ch'hanno quelle pupille,
Tutto il poter con mè.
Dolce ecc.
Scena seconda
Dorisbe.
Dorisbe
Par che riceva alquanto
Di respiro il mio cor; mentre vicino
Resta lo sposo mio; Mà così vive,
Quelle funeste Imagini conservo,
Ne la mente agitata,
Che nel dubbio tormenta anco il pensiero,
Se un sogno ciò sia stato, ò pur sia vero.
Zefiretti, che qui intorno,
Sussurando, v'agirate,
Serenate
Con vostr'Aure il mio timor.
Ogni torbida procella
Che minaccia irata stella
Tranquillate,
E sia vano il suo rigor.
Zefiretti ecc.
Scena terza
Entrata Dorisbe nel recinto della Capanna, chiude la porta in questo
mentre scende dall'alto della Collina Gordio lasciando alla custodia de
passi alcuni soldati s'incamina alla volta della Capanna.
Gordio.
Gordio
A' l'isola fatale ecco siam giunti,
Guerrieri miei; voi custodite i passi;
Onde sia il varco chiuso,
D'Ariarate à la fuga:
Ne l'angusta capanna,
Forse è nascoso, il penetrare in essa
Dificile non sia; la mal sicura
Porta, che chiude il povero recinto,
Resti atterrata, e in tanto,
Sia menzogna, ò sia ver, ceda l'incanto.
Gettata Gordìo la porta, entra nel Recinto colla spada ignuda; onde al rumore,
e alla di lui comparsa sorpresa Dorisbe procura nascondere il Figlio; ed esce dalla
Capanna.
Scena quarta
Dorisbe, Gordio.
Dorisbe
Aita, Aita, ò Numi!
Gordio
Ascondi il figlio!
Io non arrecco ò Donna,
Bench'armato mi vedi
Oltraggio à la tua Pace, e qui non venni,
Avido nò di preda,
E la tua povertà, te n'assicura.
Dorisbe
Ostilità non chiami,
Violar la sicurtà di quest'Albergo,
Reccar con torvo ciglio,
A la Madre terror spavento al Figlio?
Gordio
(a parte.)
A' la voce, al sembiante,
Che pur ritien la sua reale Imago;
Benché in povero arnese,
Riconosco Dorisbe, e pur ravviso,
L'imagine del Padre, in volto al Figlio.
(Al rumore accorre Ariarate che viene da Dorisbe incontrato.)
Scena quinta
Ariarate, Dorisbe, Gordio.
Dorisbe
Sposo à tempo tù giungi,
A reprimer l'ardir di chi cotanto,
Osò; Mira . . .
Ariarate
Che veggo!
(Fissando nel volto di Gordio.)
E' Gordio il traditor. Tù solo audace
Tentasti penetrar di Ferro armato,
Questa selva fatal, che vuoi; che cerchi?
Gordio
E' d'esso.
Ariarate
(a parte.)
Se la sorte
Qui ti guidò, giungesti
In un mal punto: accelerando i passi
Fuggi da questo suolo,
O' se tardi momenti,
Sovra l'ale de venti,
Ti porteranno i neri spirti à volo.
Gordio
Che sogni; che chimere?
Per atterrirmi inutilmente esprimi,
Mè riconoscer devi,
Mentre te pur conosco.
Ariarate
E quando mai,
Noto Silvano à tè, nè pur da questo
Caro Asilo di Pace ancora uscito,
E tù l'huomo primiero
Stranier, ch'ardito à questa selva è giunto.
Gordio
Odi menzogne, prigionier tu sei,
Qualunque pur ti finga, e Mitridate,
Il sovrano de l'Asia, entro Nicea;
Al Carcere ti chiama.
Dorisbe
(a parte.)
Ecco avverato,
In parte il sogno mio.
Ariadate
Perfido credi,
Che sia facile impresa,
Trarmi captivo di Nicea à la Reggia!
Gordio
Cinto vedi d'intorno,
D'Armati il colle, ogn'adito è guardato
Per impedir la fuga.
Da un numero si grande, e qual diffesa
Haver potrà già mai, l'ardir d'un solo?
Ariarate
Sarai tù dunque il primo,
Chi segnerà la via col sangue tuo,
Per dove à libertà m'aprirò il varco.
Nè tempo havrai, se questa mano serba,
L'antico suo vigore;
D'attendere soccorsi, ò traditore.
(Qui con una marra lo incalza obligandolo à retrocedere nel folto del Bosco vicino.)
Scena sesta
Dorisbe.
Dorisbe
Assistitelo ò Dei, pietà vi mova,
Di mè, de l'innocente,
Parto di questo sen; povero figlio,
Se pere il Genitor, noi siam perduti;
Condotti prigionieri,
In poter d'un Tiranno, e conosciuti,
Miseri, quale scampo
Potremo ritrovar; converrà oh Dio!
Ch'io ti vegga à morir; sarà gran sorte,
S'usando meco, l'Empio Mitridate,
Un'insolita in lui pietà; permetta
Ch'il tuo morir preceda,
E tè mio dolce Amor svenar, non veda.
Mà d'angoscia assalita,
Sento mancar lo spirto,
E caligine densa,
Offuscar le pupille;
Ogni pianta mi sembra,
Ch'in giro si rivolga,
Che vacilli il Terreno,
Oh' Dio figlio adorato, io vengo meno.
(Qui cade svenuta sopra un di quei sassi.)
Scena settima
Si vederà approdare alla Spiaggia legno armato dal quale uscirà Clistene Generale dell'Armi di Mitridate.
Clistene, Dorisbe svenuta.
Clistene
Finalmente ò miei fidi,
Habbiam mercè de Numi,
Superati del Mar li scogli, e l'onde,
E qui siam giunti ad afferrare il Porto;
Prendan breve respiro i Rematori,
Lungi non è Nicea dove mi chiama
Co palpiti del core,
A riveder colei, ch'adoro, Amore.
Mà qual vago sembiante
(nell'avvanzarsi.)
Vegg'io, non sò, se deggia,
Crederla donna, ò Diva;
Ne pallori del volto,
Ne l'oppresso respiro,
Par d'ambascia assalita;
(guardandola da vicino.)
Chi mai, crudele tanto,
Quivi lasciolla esposta,
A gl'eventi del caso, ed à le Fiere?
Dorisbe
(tornando in se, in bassa voce.)
Figlio, Sposo; ove siete!
Clistene
Respira, e par si lagni,
Del Consorte, e del Figlio;
Che forse ella perdè, dal Mare assorto,
E vide à naufragar; non si trascuri
A ritenerla in vita: Il figlio ò bella,
(movendola un poco.)
E teco, e con ciò prendi
Conforto in questa parte, è forse salvo,
Anco lo sposo . . . nuovamente oppressa,
Dal Deliquio ella tace; Entro l'Abete
(è da soldati levata e condotta al Naviglio.)
Condotta immantinente,
Si richiamino i spirti
Co balsami vitali,
Ai naturali uffici, il piciol figlio
Segua la Madre; Andiamo,
Che già cessati i venti,
Serenò il Cielo, è il Mar riddotto in calma.
Ogni breve dimora,
Di riveder Laodice,
E' un secolo d'affanni,
Un Mal di mille pene,
A' chi stassi lontan, dal caro bene.
Su quelle vezzosette
Si belle pupillette
Ben mille Baci, e mille
Il labro imprimerà.
Perche giunga spedito
Il legno al caro lito
I vanni suoi veloci
Amor, vi presterà.
Su ecc.
Scena ottava
Ariarate, ch'esce dal Bosco in fretta.
Ariarate
Dorisbe à te ritorno,
Fugato il traditor; mà qui non siamo,
Sicuri più; son cinti,
D'Armate genti i Colli, e ad ogni passo
Chiudon le vie. Col figlio
Esci da nascondigli, e per ignoto
Sentiero andrem, dove saprà condurci,
A miglior sicurezza un Nume amico.
Dorisbe non temer, esci Dorisbe,
(la cerca per la Scena.)
A che tanto ritardo! oh Dio che veggo;
(rivolto al Mar.)
Mentre sottrarvi io cerco,
A dura servitù, ecco ne lacci,
Infelici cadeste, e ben conosco,
Le note Insegne, e il Legno,
Che verso di Nicea, vola per l'onde.
Verrò ben tosto anch'io,
A unirmi à vostri ceppi,
O' à darvi libertà, è questi il voto,
Che su l'ara d'Amor giura il mio core,
Stimolo non poss'io haver più forte,
De l'affetto di Padre, e di Consorte.
Hò perduto, e scetro, e Trono,
Hora perdo, e Sposa, e figlio:
Fati iniqui, vi perdono,
Se potete far di più.
Mentre in petto il cor mi resta,
Grande perdita è già questa;
Mà l'estrema, pur non fù.
Hò perduto ecc.
Scena nona
Gabinetto, che forma, come piciola Rotonda da molti collonnati, sostenuta, aperta, e deliziosa.
Mìtridate, Laodice, Gordio.
Mitridate
Laodice à noi sen riede,
Il fido Duce, e arreca,
De l'Isola deserta, ove soggiorna,
Ariarate, novelle assai confuse.
Gordio
Reina io non sapreì,
Che di vero ridir, de la fatale
Selva, la dove penetrar osai.
Vidi, o parve veder, fioriti Colli,
Ameni Prati, e Valli,
Campagne apriche; ove non tronca ancora,
Biondeggiava nel Solco
La gran Messe d'Ariste,
Trovai piciol Capanna, e alcun non vidi,
Per que vasti e solinghi, andar errando
Coltivati Terreni; al suol gettai,
La frale Porta; apparve,
Donna, ch'un piciol figlio
Nascose al giunger mio, parea Dorisbe.
Giunse Ariarate, il figurai per esso,
M'incalza; Io mi difrendo;
Mà nel folto del Bosco,
Ove raggio di Sol, mai vi riluce,
Ridotto fra di Noi l'arduo cimento,
Squarciatasi una nubbe,
Che di grandine avea, gravido il Seno,
Sparve da gl'occhi miei, come baleno.
Laodice
Quanto Gordìo raporta,
Nuovo non giunge.
Mitridate
Un panico timore,
Arrestò de l'Impresa il fin bramato.
Io stesso (e saran vani,
Que sognati timori; onde desista)
Assallirò quella novella Dite;
Se in essa Sarà ascoso,
Ariarate col Figlio,
Non fuggiranno, nò da le mie mani.
Gordio
Signor que' l'ardua Impresa,
Ben degna sia de la tua destra invitta;
Ma scorgerai, che quanto,
V'è di vago apparente è tutto Incanto.
Di Fantasmi, e Spetri orribili
Que la Selva, è nido sol.
Non vi son, che piante squilide,
Erbe aduste, e sempre pallide
Che non veggon, ch'in fuggendo
Per momenti, i rai del sol.
Di Fantasmi ecc.
Scena decima
Mitridate, Laodice.
Mitridate
Mà lasciam, che l'Iniquo,
Esule viva, in quell'orror innato,
E assicuriamo al nostro Creso in fronte
Il Diadema Real; Saggia tu fosti
Con affidarlo al principe Christene:
Poco puote tardar, che qui non giunga;
Onde in seno alla Madre
Ritorni il Figlio, credemi à la nuova,
Ch'improvisa mi giunse, in mezzo à l'Armi,
Del nato Figlio, mè lontano; applause,
Un Essercito Intero;
E pressaggì felice,
Al regio Prence un fortunato Impero.
Leodice
Vedrai nel Pargoletto,
Un'Imagine viva,
Del volto tuo; ti sarà caro udirlo,
Doppo così lungh'anni,
Che Sospiro un Erede
Sovente à repplicar, il dolce nome,
Di Padre, e sovra il labro,
L'imprimerai (lo sò) teneri baci.
E nel riflesso al Figlio,
Con occhio più amoroso;
Meglio mi guarderai, non più geloso.
Mitridate
(a parte.)
Come sà ben mentir.
(blandendola.)
La gelosia
Nasce d'amor, fino, che questa hà Loco
In Un petto, ch'è Amante,
Ama davero il cor;
Leodice
Ma quando eccede
Importunando amore,
Col gelo, ch'ella hà in sè, spegne l'Ardore.
Non giova io ben lo sò,
Nè basta esser fedel;
Convien l'arte saper,
Di farsi amar.
Non ami a' nostri dì,
Chi non sà far così.
Che quella è cara più,
Che sà, più lusingar.
Non giova, ecc.
Scena undicesima
Mitridate.
Mitridate
con insidie de vezzi,
Cerca l'Infida adormentarmi in petto,
Il ben giusto rigor; mà Sin, che giunga
Al segno già prefisso,
La vendetta dovuta,
A la mia fè tradita,
Saggio consiglio à simular m'invita.
Se tardo à punire,
Honore tradito,
Più fiera vendetta,
Quest'alma farà.
Non sono crudele,
à un core Infedele,
Non uso pietà.
Se tardo ecc.
Scena dodicesima
Lido della Città, che conduce al Mare si vederà à uscire dal Legno Armato
Dorisbe tenendo per mano il figlio, servita da Clistene.
Clistene, Dorisbe.
Clistene
Fissa ne tuoi dolori,
Senza punto avvederti ecco siam giunti,
Varcato il piciol seno, entro Nicea.
Quivi meglio, che dove,
Svenuta ti raccolsi, esser potrai,
Con il Figlio sicura.
Dorisbe
Clistene in questo Cielo,
Anz'al maggior periglio
Esposta è Osmira, e il figlio.
Clistene
Perche?
Doribe
(a parte.)
(Finger mi giovi
Per occultar il grado
La cagion del timor)
(a Clistene.)
Sappi, che giunse
Hoggi volge il sest'anno
Giovinetto straniero à questo Cielo:
Gettò sovra il mio volto, i primi sguardi,
Ed'io mirando lui, fummo ad un tempo,
Di conoscersi prima,
Ne la rete d'amor, resi captivi;
Crebbe la fiamma, e ricusando il Padre,
Di concedermi sposa, à lui, che tanto
Mè riamava amato,
(Odi d'un cieco Amor strano consiglio)
Seco fuggir risolsi, e non curai,
Lasciar il Genitor, lasciar Nicea.
Clistene
Sono Osmira frequenti,
Questi casi amorosi, e quasi in uso,
Così che ne l'udirli,
Niente giunge di nuovo.
Dorisbe
Noi cercando,
Sottrarsi à sdegni suoi, vivemmo ascosi,
Ne la Selva fatal; dove già Sposa
Diedi à la luce il Pargoletto, astretti
A' procacciarci il vitto,
Tessendo io Reti, ei coltivando il Campo.
Clistene
Tra l'Ancelle Reali,
Farò, che la Reina, anco t'accolga,
Converrà il Genitor, tutto, che fiero,
Si plachi.
Dorisbe
Prence, s'à la mia salvezza
Altro mezzo non trovi,
Questa à Osmira non giova, egl'è d'ogn'uno,
Il più periglioso,
Non sai, chi Osmira sia, chi fu mio sposo.
Clistene
Pensai come celarti, e sarà forse,
Il ripiego miglior; spoglie virili,
Ti copran dunque, e si mentisca il Sesso,
Serba pure d'Osmiro
Il nome, e ne la Reggia,
T'introdurrò; supposto
Il Principe di Lesbo.
Dorisbe
Il tutto approvo;
Mà il Figlio?
Clistene
Sarà questi,
Custodito da mè, s'e un mio dissegno
Protetto, è da la sorte,
L'avrà condotto un Astro amico in Corte.
Sù quel vezzoso labro
Spero vedervi ancor,
Il Riso à palpitar.
Mertano quelle stelle
Così dolenti, e belle
Altro, che lagrimar
Sù ecc.
Scena tredicesima
Dorisbe.
Dorisbe
Confida amato Figlio,
Che si cangi il destin; perche possiamo,
Salvo lo Sposo amato,
Doppo tante vicende
Sofferte ricalcar l'augusto Trono,
E rammentando, il duro essiglio, e i gravi
Perigli; qual Nocchiero
Doppo d'haver varcato il Mar Infido,
Temere ancor, benché sicuri al Lido.
Disciolto l'augelletto,
Da lacci, ove inciampò,
O' come lieto torna al Nido amato,
Tesa, mai sempre crede,
Occulta Rete, al piede,
E teme il Cacciator, che l'ha ingannato.
Disciolto ecc.
Fìne dell'Atto Primo.
ATTO SECONDO
Scena prima
Appartamenti Terreni con Bagni, da quali esce Laodice incontrata da Clistene.
Clistene, Laodice.
Laodice
Lo sà il Cielo ò Clistene
Quanto attesi con pena il tuo ritorno,
Finalmente t'accolgo, e ti riveggo;
Ma non con quel sereno,
Che merta il gran piacere,
Di scorgertì di nuovo, à mè vicino.
Clistene
E qual nubbe importuna,
Può al sol de gl'occhi tuoi, reccar oltraggio?
Laodice
Mi chiede il Rè del Figlio,
Brama vederlo, e finge,
De la vita di lui esser geloso.
Clistene
Che dicesti?
Laodice
Che salvo,
Viveva tua mercè.
Clistene
E vivo il creda.
Vedi tu, che piangesti à lor, ch'in Culla,
Cesse al destin; se ti lagnavi à torto.
Egli solo tel chiede,
Chi sà con qual pensier, sarà mia cura,
Ch'altro d'etade eguale,
Subentri, à le sue veci.
Laodice
Eh! mio Clistene,
Non sarà il Figlio solo,
L'ultima di sue mire, anco la Madre,
Vorrà, che pera; in questi estremi mali,
Il rimedio violento è il più sicuro;
Col veleno, ò col ferro, il Re crudele
Si tolga da viventi.
Clistene
A' quali mai
Mezzi ricorri, più del Male assai
Disperati, e peggiori,
Medico in fin de gravi mali è il tempo.
Laodice
(Risoluta e grave.)
Senti Prence, ò tù devi
Uccidere il Tiranno, ò dal mio core,
Per sempre aver essiglio;
La mercede d'un Regno, à te già offerto,
Fà lecita ogni colpa, e te ne assolvi;
La scielta vien da tè, pensa . . . è risolvi:
Clistene
Tù m'inviti à una vendetta,
E minacci se ricuso,
Di privarmi del tuo Amor.
Penserò; ch'è un grande impegno,
La mercede haver d'un Regno,
E il possesso, del tuo cor.
Tù ecc.
Scena seconda
Mitridate, Laodice, Dorisbe in abito virile.
Mitridate
Ritornato Clistene,
Da Cipro, ove Messaggio
Vide in mio nome il Rè, seco condusse
Il Prence Osmiro, è questi
(Lo addita, ed egli inchina Laodice.)
Se bene Giovinetto, asai versato
Negl'usi delle Corti; onde pensai
Destinarlo à la Cura
Del Figlio, e à te, che le sei Madre, espono
Laodice il mio voler.
Laodice
Havrò piacere,
Vederlo collocato,
Sotto de la tutela
Di Prence saggio. Io lo serbai fin hora,
(rivolta à Dorisbe.)
Dà mille rischi, e n'ha Clistene il merto;
Tù in avvenir lo guarda,
Come l'unico erede, e come il solo,
Pegno del Regio amor; già mai si scosti,
Dal fianco tuo, e da te sol dipenda,
E massime ben degne,
D'ottimo Prence, dal tuo essempio apprenda.
Mitridate
(a parte.)
Come finger ben sà.
Dorisbe
Il regio honore,
Studierò meritar, piacia far degni,
Al Nume i voti miei.
Mitridate
Mà l'astio del mio cor, v'è noto ò Dei.
(parte.)
Laodice
Promette, quel viso,
Un alma gentile,
Che vago sembiante,
Non puole ingannar.
S' è bello è il tuo core,
Conforme il tuo volto,
Col nume d'Amore,
Tù puoi gareggiar.
Promette ecc.
Scena terza
Dorisbe, Ariarate, che viene da lontano.
Dorisbe
Assicurato il Figlio, altro non resta,
Che de lo Sposo mio saper il fine;
Mà sè il guardo non erra,
Egli ver mè và incaminando i passi.
Ariarate
Finalmente ritorno à rivedervi,
Del mio usurpato Regno Amiche Arene,
Tenero amor, mi guida . . . oh Dio, che veggio,
(nell'avvicinarsi.)
Tutto nel Giovinetto,
Di Dorisbe il sembiante . . .
Dorisbe
E d'esso . . Amato Sposo,
(le corre incontro.)
Sospirato ardor mio, unica speme,
E in tante rie sventure. Asilo, e porto;
Ariarate
Vivo Cara. Dorisbe,
Perche tù vivi . . . Il Figlio
Teco pur venne? e dove
Dimmi dov'è; pria, che ti chiegga come
In quelle spoglie.
Dorisbe
Nella Reggia accolto,
Per real Figlio; A' la tutella io pone
Di lui, creduta in questi Arnesi Osmiro
Prence di Lesbo.
Ariarate
Sciogli,
Quest'enigma, ch'in vero
A me reca stupor.
Dorisbe
Al Rè lo fece
Suppor tale Laodice.
Ariarate
Oh Dio, che sento,
(Con atto di dolore.)
Tutto è perduto . . .
Dorice
Forse salvo non è?
Ariarate
Dorisbe mia tù devi
Saper, che la Reina,
Supposto estinto Mitridate in Campo,
Fece del Regio letto,
A' parte Arimedonte, indi con esso
Un Figlio n'hebbe poi, e Creso è questi.
Hora, che ritornato
Mitridate à la Reggia, il Figlio chiede.
Timida lo nasconde,
E il nostro in dubbia sorte;
Innocente Fanciullo, espone à morte.
Dorisbe
Mi si gela in pensarvi,
Il sangue ne le vene,
Che dovrem far?
Ariarate
Oh Dio:
Perderti novamente
Convien Dorisbe, e à costo
De la mia vita stessa,
Il Figlio riaver. S'è già prescritto
Di più non rivederci, ama nel figlio,
Lo Sposo, e questo basti à mio conforto.
Serbalo fin, che adulto
Vendichi la mia morte, ò coraggiosa
Tù la previeni . . . prendi
(le da uno stiletto.)
E mentre è à tè l'accesso
Facile, ne la Reggia, entro del petto,
Lo immergi del Tiranno. Indi svenato,
Scopri il tuo grado, e à Popoli, à Vassalli
L'equivoco del Figlio anco palesa.
Troveranno ben essi, (e non difido,
D'un totale abbandono)
Sicure vie, per ricondurlo al Trono.
a due
Sposa / Consorte addio.
Ariarate
Questo amplesso tù ricevi,
Dorisbe
Che ti porgo Idolo mio,
a due
E in partendo il cor ti dà.
Ariarate
Se pur l'ultimo egli sia,
a due
Che ti porgo Anima mia.
Né il tuo / mio cor lo sà
Sposa ecc.
Scena quarta
Lochi deliziosi in vicinanza della Reggia, strade coperte, Boschetto, Ramo del Fiume,
che attraversa il Giardino, Ponte sotto del quale passa il Fiume stesso.
Mitridate, e Gordio.
Mitridate
(Tenendo per mano il fanciulletto.)
Questi Gordio, che vedi,
Non è mio Figlio nò, come ben sai,
Pochi supposta mio, ei non usurpa,
Quel diritto, ch'è dovuto al Regio sangue
Toglier si dee dal Mondo:
Dove corre veloce,
Ne suoi vortici il Fiume,
Tù lo sommergi; Mora,
Del fallo Iniquo, il testimonio ancora.
Gordio
Il tuo commando ad eseguir m'accingo.
(Prende fra le braccia il figliolino e s'incamina veloce.)
Scena quinta
Ariarate nello scendere del Ponte incontra in Gordio e lo trattiene, facendo forza per levargli di mano il Figlio, e li sudetti.
Ariarate
E dove col Fanciullo,
Così veloce! Scelerato intendo
Qual sia il disegno; Il Cielo
Mè qui trasse opportuno; arresta i passi.
Gordio
Rapirmi il regio Figlio?
Ariarate
Cederai
A la forza crudel, se non t'arrendi.
Gordio
Sire . . .
Mitridate
Straniero audace,
Quali contese.
Ariarate
L'empio
Per sommerger nel Fiume
Il mio Figlio rapì.
Mitridate
Tuo Figlio Creso?
Ariarate
Egli mio Rè si noma
Niso di Teramene
Nato in Riva à l'Oronte, ov'io pur nacqui.
Gordio
Eccoti doppiamente,
Signor deluso, Laodice attenta,
A serbar di tuoi sdegni illeso il Parto
Altro suppose . . .
Mitridate
Mà in colui non vedi
(Mentre Ariarate accarezza il Figlio, a Gordio.)
Gordio ciò, che vegg'io, egli é Ariarate.
Gordio
Non v'è che dubitar, entro la Rete,
Pose il piede da sè.
Mitridate
Soldati al cenno
Pronti del voltro Rè, tosto accorrete.
(Vengono Guardie.)
Ariarate
Mi conobbe l'iniquo, e qui conviene
Tentar l'ultima sorte,
(Si ritira un poco come in difesa.)
Mitridate
Al Regio piede,
Straniero audace, oltre il dover, deponi
Il ferro, render devi,
Di questo, ch'à te figlio esser ostenti,
Raggion.
Ariarate
Non è costume,
Ch'esca il brando, ch'io cingo
Fuori de la mia mano
Se non tinto di sangue, e che paventi!
(Lo incatenano e lui getta la spada.)
Mitridate
Hò un gran nemico a me vicino, e devo,
Non lasciarlo fuggir.
Ariarate
Ben lo conosci,
E vedi il tuo periglio.
Mitridate
Aspre catene,
Cingan l'iniquo.
Ariarate
Cedo,
Al destin, non à tè . . . Sì che doveva,
Quel ferro nel tuo core,
Far le vendette mie; Mà la Fortuna,
Mè tradì, te protesse:
Sappi però, che sono,
Gl'humani casi giornalieri: Sordo,
A le giuste querele in Ciel non dorme
Giove; e i fulmini in vano,
Per gi'empii Incenerir, non tiene in mano.
Spero Tiranno un dì,
Ch'il Ciel vendicherà,
Li torti miei:
Queste, che porto al piè,
Catene, anco per té,
Le serbano, lo Sò,
Li Giusti Dei.
Spera, ecc.
Scena sesta
Mitridate, Gordio.
Mitridate
Và Gordio, e custodito,
Sino ad altro mio cenno
Resti il Figlio da te.
Gordio
Legge è ìl comando.
Mitridate
S'occultino à Laodice
Tutti i disegni miei; ella già viene.
Di vezzi armata à lusingarmi; fuggi
Tu, per altro sentiero,
L'incontro, e Sia mia cura
Deluder l'arte Sua . . .
(Gordio col fanciullo va per altra parte.)
Scena settima
Mitridate, Laodice.
Laodice
E fatta ormai,
La Reggia di Nicea Tragica scena,
Di funesti successi; è quando questi
Adorato mio Sposo haveran fine?
Sino, che sarai vago,
Di procurar nuovi motivi, e atroci,
Di sfogar le vendette,
Contro Ariarate, e il Figlio,
Che per celarlo à sdegni tuoi , . .
Mitridate
(L'interrompe.)
Laodice,
Di tutt'altro ragiona,
Ne irritar maggiormente, i già Sopiti
Incentivi di Sdegno; Un mio Nemico,
Di cui devo temer, insidie, e morte,
Ben stà fra ceppi; onde sicuro io viva.
Laodice
Mormora, sollevata,
Quale procella in Mar, tutta Nicea,
Temo . . .
Mitridate
Recisi à Terra,
Caderan de Rubelli,
I teschi infami; vincerà il rigore,
Quando altro alfin non giovi.
Laodice
E l'odio non paventi, maggior mostro,
Ch'assalisca un regnante, e che sovente,
Seppe ridurlo à una miseria estrema.
Mitridate
M'odii tutta Nicea, pur che mi tema.
Laodice
Mà se poi da l'amore,
Esigere à tua voglia, ossequio, e fede,
Perche poner à rischio,
Con forzato rigor, ciò, ch'è sicuro!
Libero sia Ariarate, e con quest'Atto,
Obbliga un forte core,
E la clemenza tua, compri il suo Amore.
Mitridate
Nel terso Cristallo,
Consigliati pure,
A far te più bella,
E lascia il pensiero,
Del Regno, al suo Rè.
Se torto in anella,
Stia meglio il tuo crine,
O' pure disciolto
Dia vezzo, al tuo volto,
Son queste le cure,
Che spettano à tè.
Nel terso, ecc.
Scena ottava
Laodicea.
Laodicea
Studia con tutta l'arte,
Celar contra di mè li sdegni suoi,
Mà l'interno livor, da sè traspira.
Scoppierà finalmente,
Questo turbine il sò, tutto à miei danni,
Già à l'offese imminenti, io mi preparo;
Mà colpo preveduto à il suo riparo.
Felice è più di mè
Perche contenta è più -- la Pastorella.
Non cangeria il suo Prato,
In Regio Tetto aurato,
Ne il corteggio reale -- con le sue Agnella.
Felice, ecc.
Scena nona
Castello Fortissimo nel vicino Recinto della Reggia tutto circondato d'alte Torri all'uso antico,
vie segrete, che entrano in esso, con scala à bovolo, dalla quale scenderà Gordio.
Ariarate come cogitabondo si scuote all'arrivo di Gordio.
Ariarate
Qui Gordio il scelerato
Autor di mie sventure. A che ne viene
De la Regìa di Ponto
L'Iniquo Consiglier.
Gordio
Vengo a Recarti,
O' Morte, ò libertà.
Ariarate
Questa non curo,
S'è dono, d'un Tiranno,
E col tuo mezzo, à me si rende; l'altra
Non seppe mai temerla il cor del forte.
Gordio
Il messagger, ch'espone,
I sensi del sovrano,
Colpa non hà, se ciò che Spiace apporta.
Ariarate
Parla; mà cauto parla, al fin non toglie
Il Carcere in cui sono,
Da un Empio Rè sepolto,
O' pregio al sangue, ò maestade, al volto.
Gordio
Contiene questo Foglio, i Regii Sensi
(Spiega una Carta e la da ad Ariarate, che
la prende con disprezzo.)
A quali se tù assenti,
Soscriver dei.
Ariarate
Si Legga.
(legge.)
Cede Ariarate, Capadocia, e quanto
Dal meriggio à la sera
Bagna l'Eufrate, e Calcide, e Nicea
Al Re di Ponto . . . . Misero vuol dunque,
Farmi l'Iniquo! Io nacqui
Rè, nè profugo devo
Mercarmi il vitto, ed ubbidir Vassallo.
(legge.)
Havrà quand'egli assenta,
E Figlio, e libertade . . . . A questo prezzo,
(Rivolto à Gordio sdegnato.)
Non compro i doni suoi, mal mi conosce,
Concita il foglio ingiusto,
A l'ire, e più non degno,
Di prosseguire, prendi,
Troppo pretende, e al Rè superbo il rendi.
(Gordio non la riceve.)
Gordio
Restano poche ancora,
Linee Segnate.
Ariarate
(legge.)
O in questa
Notte, ambidue vi lascieran la Testa.
Si: divelto dal Busto,
Prima, che farsi miseri, e Infelici,
Sia al Padre, e al Figlio il capo,
Chiuderemo ambidue,
Con intrepido spirto al Sole i Rai,
E quanto hora tù vedi,
Al Tiranno in risposta arreccherai.
(Lacera il Foglio è lo calpesta.)
Gordio
Riffletti . . .
Ariarate
Dal mio aspetto,
Togliti immantinente; già che sei,
L'oggetto più abborrito agl'occhi miei.
(Le voglie le spalle, e s'allontana alquanto.)
Gordio
Con occhio sdegnoso;
Mi guardi adirato;
Perche de tuoi mali,
Mi credi l'autor.
Lagnarti sol dei,
Di tè, che pur sei,
Il Fabro fatale
Di tanto rigor.
Con occhio ecc.
Scena decima
Ariarate, Clistene.
Clistene
Signor, perche tu viva,
Certo de la mia fede, e de Vassalli,
Che sono pronti, à prender l'Armi, e il sangue
A versare per tè, quivi ne venni
A giurarne l'impegno à nome loro.
Ariarate
Del lor Amor sicuro;
Mà più del tuo bel cor, Duce ripongo
In te la mia salute; A perturbarmi,
Venne qui Gordio, messaggiero iniquo
E à tentar di viltà la mia costanza.
CFlistene
Già le pretese celate
M'erano note.
Ariarate
Una rinontia intera
Voleva de miei Regni, ed arsi ò Prence,
Di giusto sdegno. In mille parti, e mille,
Il Foglio lacerato,
Scacciai dagl'occhi miei quel sclerato.
Clistene
Opra degna di Rè.
Ariarate
A te mio Fido,
Consegno Ciro, il piciol Prence: Osmiro
Serbami pure, che Dorisbe occulta.
Clistene
E perche mai celarmi
Tanto Arcano! . . .
Ariarate
Clistene,
(abbracciandolo.)
Hora il tuo cor depositario è fatto,
del gran secreto; impiega,
(Poiché il tempo lo chiede)
Con tutto il tuo valor, tutta la fede.
Clistene
Signor sicuro vivi,
De la fè di Clistene;
Toglierò al Regio pie, queste catene.
Al hora che l'Armelino
Sen fugge da la Rete
Lieto di Balza in Balza
Correndo se ne và
Passa dal piano al Monte,
Visita il Prato il Fonte;
Così, che crede à pena,
D'essere in libertà.
Al hora ecc.
Scena undicesima
Dorisbe, Ariarate.
Dorisbe
(Entrando per una via segreta.)
Eccomi amato Sposo,
A' morire con tè.
Ariarate
Meno funesti
Vò che senti tù esprima; a viver meco.
Dorisbe
Del lacerato Foglio in cui . . .
Ariarate
Dorisbe
Se qui tù vieni, e cerchi,
D'avvilire con lagrime il mio core,
Non mi giungi gradita;
Parti che non t'ascolto,
Pria di cedere i Regni,
Hò di morir risolto.
Dorisbe
E il Figlio!
Ariarate
Deredato
Non dee serbarsi à povertà servile.
Doriscbe
La tua Sposa.
Ariarate
Se resta
Priva del Trono, converrà, ch'ancella
Serva dove imperò.
Dorisbe
Mà in questa notte
Mitridate restringe
L'ultimo de tuoi dì!
Ariarate
Rimane ancora,
Prima, ch'il sol tramonti,
Qualche spazio non breve:
Minaccia il Rè nemico . . .
Dorisbe
E se comanda!
Ariarate
Con intrepido cor s'incontri il colpo.
Dorisbe
E senza te, che dovrà far Dorisbe?
Ariarate
Quanto t'imposi, e vendicar mia morte;
Dorisbe
Eh mio sposo adorato . . . .
(Volendolo accarezzare e lui s'allontana.)
Ariarate
Vanne, che questo loco è inoportuno,
A' si teneri affetti, e sarà in breve,
Campo di infausta scena, è non d'Amore;
A' l'empio Rè raporta,
Che Segnerò quel foglio,
Col Sangue, ch'à momenti,
Trarò da le sue vene;
Così à un Tiranno, favellar conviene.
Con questo sospiro,
Ch'è un Aura del core,
Ti parla il mio Amore,
E basti così.
Se meco più resti,
Scemar mi potresti,
Quel forte vigore,
Che l'alma mi dà.
Con questo, ecc.
Scena dodicesima
Dorisbe.
Dorisbe
Custodite il mio Sposo,
Teneri affetti miei, già ch'io non posso,
Trattenermi più à lungo in questi orrori;
Parte però migliore,
Lascio con voi di me, se resta il core.
Torna pur mesta, al Bosco,
La Tortorella à l'hor,
Che tra ceppi lasciò,
Là sua Compagna.
Sempre dolente, e sola,
Cercandola sen vola;
Gemendo, par la chiami,
E ogn'hor si lagna.
Torna ecc.
Fine dell'Atto Secondo.
ATTO TERZO
Scena prima
Stanze interiori della Reggia con Porte, ch'introducono in essa.
Mitridate, Gordio.
Mitridate
Anco in ceppi ristretto,
Tanto Ariarate osò.
Gordio
Giovine ardito,
Nulla Signor paventa, e nulla teme;
Ma generoso, e forte,
Ride di tue minaccie, e insulta à morte.
Mitridate
Vedrò, s'eguale ardire,
Presente me, saprà ostentar superbo:
Condotto, ecco sen viene;
Gordio quivi, mi guida,
Il di lui figlio, ed il mio cenno attendi.
Gordio
Co l'honor del comando
Parto mio Rè . . .
(parte.)
Scena seconda
Entrato Ariarate mentre esce Gordio, assistito da Guardie, e con Catena al Piede,
si chiude la Gran Porta del Recinto, si pone Mitridate à sedere con maestà vicino ad
un Tavolino sopra del quale v'è preparato da scrivere.
Mitridate, Ariarate.
Mitridate
Le vicende del Mondo,
Ariarate son scritte,
Negl'annali del fato, e à l'huom conviene,
Soggiacere al destin, regnasti in Trono,
Hora catene al pie.
Ariarate
Questo dovrebbe,
Farti più saggio, e meno
Ne la prospera sorte,
Insolente, e superbo.
Mitridate
Non è però indissolubil tanto,
La catena, che porti,
Che franger non la possi, à tuo piacere:
Del lacerato Foglio,
(Di cui condono à gl'empiti primieri
De l'ire il gran trasporto)
E' questi un esemplar; soscrivi dunque.
E vita, e libertade, hora ti dono.
Ariarate
Sono deboli, e vili
Oggetti al core di Ariarate, e vani
Quelli, che contraponi
A un atto di viltà. Tù m'usurpasti:
Con frode i Regni Aviti, e ancor pretendi,
Che le rapine tue,
Taccia col rinunziar, lo scettro, e il Trono
Onorate conquiste, eh Mitridate,
Voglio, che cruda sorte,
Povero sì mi renda,
Con un mezzo inumano,
Quale sei tù, ma non già mai la mano.
Mitridate
Ariarate soscrivi, eccoti il foglio,
E vita, e libertà compra.
Ariarate
Non voglio.
Mitridate
Non vuoi! così risponde;
Un prigioniero à un Rè.
Ariarate
Così raggiona
Il legittimo Rè ad un Tiranno.
Mitridate
Morrai.
Ariarate
Comune è il fato,
Deve morir, chi è nato.
Mitrdate
Perirà teco il Figlio.
Ariarate
In cio de la sua sorte,
Ne l'Alba de suoi giorni,
Meglio ch'in mano a un empio,
Pace havrà nel sepolcro, in braccio à morte.
Mitridate
Entri Gordio.
Scena terza
Gordio col fanciullo entra nel Recinto, e li suddetti.
Ariarate
(a parte.)
Sen vive il figlio mio, prende vigore,
A la sua vista il core.
Mitridate
Conosci il pargoletto?
Ariarate
E perche ciò mi chiedi!
Non vuoi conosca, il Genitore il Figlio?
Mitridate
Dunque se lo conosci,
Saprà meglio di mè forse condurti,
A quanto io ti ricerco, e tù ricusi.
Miralo, e Amor di Padre
Nel tuo cor pertinace,
V'introduca pietà; se non soscrivi,
Svenato in questo punto,
Sotto degl'occhi tuoi, caderà esangue;
E griderà vendetta,
De la protervia tua, d'un figlio il Sangue.
Ariarate
Spietato. In questa guisa,
Si fere un Padre, nel vital de l'Alma!
Figlio, innocente figlio,
(s'avvicina al figlio.)
Perdona, se crudele,
Sono verso di tè, tù mi sei caro,
Più, che l'anima stessa, e pur conviene,
Ch'io ti lasci perir, e t'abbandoni.
Svenisi pure, (già ch'à tanto arriva,
(s'avanza verso Mitridate con risoluzione.)
La barbarie tiranna)
Sotto de le paterne,
Pupille un Figlio; è meglio,
(verso il figlio.)
Che tù ceda al destino,
Col nome, che t'adorna,
Di Regia prole, che vivendo oscuri,
Deredato dal Trono, i pregi Aviti;
Teco porta fra l'ombre,
(Già, ch'al Ciel così piace),
Questi titoli Augusti, e mori in pace.
(lo bacia, e s'allontana.)
Mitridate
Gordio nel cor del figlio, il ferro immergi.
Già, ch'un Padre inumano,
Vuole così . . . Ariarate
Mira del tuo ostinato,
Voler la mesta Scena, e già vicino,
Il ferro al sen . . .
Ariarate
Oh Dio,
(a parte.)
In che duro cimento è posta l'alma;
Ferma Barbaro, e dona,
Anche un breve momento
A' miei teneri affetti; onde con essi
Consigli! Il caro Figlio,
(a parte.)
Dunque sarà svenato,
Per mia cagion: avidità d'Impero,
Prevalerà à l'affetto, e di natura,
Le leggi tradirà, nò . . . non sia vero.
Il Figlio mio sen viva,
Porgimi il Foglio, hai vinto, e si soscriva.
(pensa, e poi getta la penna.)
Dove precipitaste
Deboli affetti miei!
E questa la costanza, il petto forte,
Ch'ostento. Cada pure,
A' miei piedi svenato, il caro Figlio,
Mora; ma non ceduto, à te Tiranno,
Il dritto sovra i Regni miei si vegga;
Terminate con questo i sdegni vostri
Fati crudeli, e infidi:
(risoluto a Mitridate.)
Passami questo core, . . . e il Figlio uccidi.
Mitridate
Dunque Gordio . . . .
Scena quarta
Mentre il Re vuol far uccidere il Figlio, si vederà spalancar la Gran porta,
ed entrare con armati Clistene onde resta ineseguito il comando.
Clistene, e li suddetti.
Clistene
Sire la Reggia tutta,
Di tumulti, è ripiena,
Ad assalir vicine,
Sono schiere di popolo già armato,
L'Augusto ingresso. Al soglio,
Richiamano Ariarate, e seco il Figlio.
Ariarate
In fine i Dei placati,
Voglion pace con mè.
Mitridate
Conosco à pieno,
Dà qual fonte deriva,
La congiura presente: à me s'arecchi,
L'usbergo, e l'Arco, à rintuzzar, men vado,
L'orgoglio de Rubelli.
Gordio
Esponi, e arischi
A' un periglio evidente,
Contro un popolo fiero, e suscitato,
Signor la vita.
Mitridate
Aspetteremo dunque
Che destra congiurata,
Immerga, in queste viscere una Spada?
Soldati immantinente,
Uccidasi Ariarate, e sovra l'aste
Esposto il di lui Teschio, al commun guardo,
L'impeto immoderato, hora raffreni;
E il Popolo avvilito,
Deponga l'Armi, che impugnò si ardito.
Ariarate
Chi di voi fidi Amici,
(scuotendo la catena.)
Una spada mi porge, e mi scatena.
Ne la sua Reggia stessa,
Chi sia, ch'ardito tenti,
Svenare il proprio Re!
Clistene
Odi che cresce,
Sire il Rumor di Congiurate spade!
(S'ode dentro la scena strepito d'Armi.)
Gordio
Inoportuno, vedi, e periglioso,
Qualunque tuo comando, e inesequito.
Mitridate
Torni al Carcere suo dunque Ariarate,
E tù vanne Clistene,
I tumulti à sedar: dirai à l'audace,
Plebe di novità, mai sempre Amica,
Che fin, ch'io vivo, e che concede il Cielo,
Vigore al cor, e à questa man guerriera,
Che solo Mitridate, a l'Asia impera.
Clistene
Signor in me confida,
(Clistene piano ad Ariarate nel partire.)
Al Regio Trono, io ti farò di guida.
Ariarate
Se bene mi vedi
Tra ceppi ristretto,
L'Invitto mio core
Timore non hà.
Saprò ben la morte
Soffrire da forte.
Mà un atto già mai
Usar di viltà.
Se bene ecc.
Scena quinta
Mitridate, Gordio.
Mitridate
L'Immorar ne consigli,
Gordio ne l'opre grandi, e perigliose,
Talvolta è il peggior mal. In questa notte;
Quando nel sonno immerso
Ariarate sarà tù sol con pochi,
Al carcere ne andrai, ivi lo svena.
Taci ne alcun risappia il mio comando.
Quello dovrà esequirsi,
Del figlio, pria, ch'il sol giunga à l'occaso,
A' momenti saprai, già il sol s'asconde,
E la notte sen viene,
A' cuoprir col suo velo,
Ciò che deve occultarsi à rai del Cielo.
Gordio
Sarà da la mia fede
Eseguito il tuo cenno.
Mitridate
Io di mia mano
Trarò l'alma à Laodice, e perche Osmiro,
Non publichi al ritorno à la gran Corte
Di Cipro il disonore,
Da più d'una ferita, egli colpito,
Senza punto saper, che sia morire,
Perirà in braccio al sonno, ed io contento,
Giungerò, senza tema,
D'esser tradito, à la Canizie estrema.
Con il sangue de rubelli
La Gran fiamma, che s'accese
Ne la Reggia estinguerò.
Farò stragi di quell'empio,
De l'Infida farò scempio,
E poi lieto regnerò.
Con ecc.
Scena sesta
Favorita amena di vari opachi Viali adorna con letti, e seggi di Verdura.
Laodìce, Dorisbe.
Laodice
Erano questi Osmiro,
I Retiri Felici; ove già un tempo,
Godei l'hore beate; ed hor non sono,
Che del piacer passato,
Infauste rimembranze.
Per temprar quell'affanno,
Ch'il core, oh Dio amaramente opprime,
Qui vicino t'assidi, e in dolci accenti
Sciogli al canto la voce,
É da tregua per poco à miei tormenti.
(Siedono vicini.)
Dorisbe
Tra le fronde ov'è nascoso
L'Usignol d'Amor ferito,
Và spiegando il suo dolor.
Nol consola, e nol ristora,
Chiara notte, ò amica Aurora,
Tanto è il foco, ch'hà nel cor.
Laodice
Ripiglia amato Osmiro,
La soave armonia, che mi ricrea.
Dorisbe
Tra le fronde ecc.
(Prima ch Dorisbe termini l'aria s'adormenta in braccio à Dorisbe stessa.)
Dorme, ma oh Dio qui il Rè . . . .
Scena settima
Mitridate, e li sudetti.
Mitridate
Dove mi conducete Astri tiranni
(Dorisbe si leva, e procura destare Laodice.)
A veder con quest'occhi i torti miei.
Dorisbe
Laodice ormai ti sveglia . . .
Mitridate
Iniqua Donna,
(avvicinatosegli.)
Le Coniugali Tede,
Sin ne Regii Ritiri,
Si tradiscon' cosi.
Laodice
Chi mi richiama
Dà si tranquilla chete! Mitridate!
(in atto d'ammirazione.)
Siam morti Osmiro . . . .
Mitridate
Infida,
A' l'adultero in seno
Sonni godesti il so, sonni tranquilli
Ma pagherai, con un perpetuo sonno
Perfida i scorni miei . . . . .
(snuda la spada per ucciderla.)
Laodice
Assistetemi ò Dei . . .
Scena ottava
Ariarate accompagnato da soldati, e li suddetti.
Ariarate
Che tenti iniquo Rè, svenar Laodice!
(esce da un Boschetto, ed al di luì arrivo Mitridate depone il ferro.)
Mitridate
Ariarate ma come
Sciolto da ceppi.
Ariarate
Apriro,
Al lor sovrano, i fidi miei Vassalli,
Il Carcere fatal; onde scorgessi,
De l'opre tue inumane anco il crudele,
Attentato, e opportuno, io qui giungessi.
Mitridate
Un'adultera donna,
Che in bracccìo di costui, trovai giacente,
Il togliere di vita
E debito d'onor non crudeltade.
Ariarate
E questi forse il Reo, quello, ch'ardito
Cotanto osò, t'accieca
La tua perfidia iniquo . . .
Dorisbe
A me conviene
Render de l'esser mio ragion. Laodice
Mitridate non rese abbenche accolta,
Ingiuria al regio honor fra queste braccia.
Confondi il tuo villano,
Supposto, e meglio impara,
Prima, ch'à condannar, cosi à la cieca
A' conoscer la colpa
Da questo sen, da questo Crin disciolto,
Riconoscimi ormai, mirami in volto.
(Si lascia cader le treccie, e mostra il seno.)
Mitridate
Dorisbe?
Dorisbe
Si Dorisbe.
Ariarate
La cara Sposa mia.
Laodice
Il cor respira.
E che forse credevi,
Cogliermi con l'amante!
Mitridate
I sdegni miei,
Non placansi perciò, tù col favore
Di pochi a rubelli
Sgombra da questa Reggia.
Ariarate
Hora, che tù conosci,
Innocente Laodice, e come rea,
Volevi condannarla, il Rè non deve
Impunito lasciar un cor malvaggio.
Vedi que stessi ceppi,
Che ponesti al mio piè, ecco ti rendo
Priggioniero tu sei.
Mitridate
A Mitridate
Catene al piè! sono tradito.
Ariarate
Il fato
Già lo dicesti à l'huom prescrive, i suoi
Destini, io torno al Trono.
Tù n'anderai à la dovuta pena;
(Parte con isprezzo presa per mano Dorisbe.)
Cosi cangiossi, ò traditor la Scena.
Mitridate
Morirò, mà spettro errante,
Il seren di vostra pace,
Traditori io turberò.
E da regni di sotterra
Meco unite à farvi guerra
L'ombre stigie condurrò.
Morirò ecc.
Scena nona
Laodice.
Laodice
Scenda pure fra l'ombre,
L'Anima iniqua à popolar Cocito,
E se le sia permesso,
Il ripassar di Stigie il guado estremo,
Venga, che già sicura, io più non temo.
A l'hor, che giunge in porto
Nocchier, che si trovò
Vicino à naufragar,
Depone ogni timor, e bacia il Lido.
Frema più irato il Mar,
Non cura di procelle,
S'oscurino le stelle
Non teme al sibilar di Borea infido.
A l'hor ecc.
Scena ultima
Gran Sala illuminata con Trono sopra il quale saranno assisi Ariarate e Dorisbe in
abito Reale, sedia preparata per Laodice.
Mitridate incatenato coperto di lungo manto, Clistene, Gordio più lontano pure incatenato.
Ariarate
Giungesti Mitridate
A pagar finalmente
Di tanto sangue, ingiustamente sparso
La pena meritata;
L'ombra Paterna, quelle
De Fratelli svenati
L'Insidie à la mia vita, il duro esiglio
E la morte crudel del Figlio mio;
La strage che doveva in quella notte
Eseguirsi, e ch'il Cielo ha divertita
L'Asia per te deserta,
Impaziente aspetta,
Dalla giustizia mia, la sua vendetta.
Questa sovra il tuo capo,
Reciso dalla scure
Ben tosto scenderà, sarà eseguito
A l'apparir del giorno il mio Decreto,
Che già ne Fati eterni il Cielo scrisse;
More cosi, chi da Tiran sen visse.
Laodice
In questo dì, ch'al Trono
(Laodice si leva dalla sedia.)
Novamente giungesti,
Dopo tante vicende,
La clemenza sia quella,
Che trionfi, e ti renda,
Amabile, e temuto: I tuoi rigori
Ben giusti, ei merta sì ed io dovrei,
Non divertirne il fato,
Ma in fin mio sposo egl'è.
Ariarate
Sarà un ingrato.
Dorisbe
Prostrati Mitridate al Regio Trono,
Ch' una Madre infelice,
A cui svenasti il Figlio,
Intercede per tè.
Ariarate
Vedi il superbo,
(Mitridate sta anzi più elevato.)
Come freme, ed inalza,
Altier la fronte, e nulla
Cura del suo periglio
Ama il German; ma ti sovenga il Figlio.
Clistene
Per quell'antica fede,
(s'inginocchia à gradini del Trono.)
Che sempre verso te Signor Serbai;
Per l'opera recente, humil imploro,
Che verso Mitridate usi pietade;
Questo in faccia del Mondo
Sia testimonio vero,
Che se giusto Consiglio armò la mano,
Contro di lui, non fui rubello, ò infido,
Ma Vassallo, difesi il mio sovrano.
Ariarate
Clistene io ti confesso, anco dal soglio,
Quanto ti devo; soffri,
Questa mia renitenza à tue preghiere,
E lascia, ch'egli pera.
Toglie un gran mostro al Mondo,
Un Tiranno spietato, à l'hor, che more.
Sen vada al suo destino.
Mitridate
Se di tanti à le Preci
Inflessibile sei, saprò ben Io,
Trovar intercessore,
Ch'impetri da Ariarate, il mio perdono;
Questi, che preservato, e non ucciso,
Se ne corre al tuo piede;
Grazia per mè, al Genitor, richiede.
(allarga il Manto sotto del quale era coperto il Figlio, che va à piedi del Trono Paterno.
Scendono dal Trono, e vanno ad abbracciarlo.)
Dorisbe
Dolcissimo Amor mio,
Ariarate
Figlio adorato,
Nulla si neghi à tè. Sciolto da Ceppi,
Sia Mitridate, e viva.
Mitridate
I miei delitti . . .
Ariarate
Le cose andate, ne l'oblio sepolte,
(s'abbracciano.)
Restino, e in avvenir placido Regna,
E giusto, è tuo di Nicomedia il Trono,
Quello di Ponto; ed in mercè sol chiedo
Ch'ami Laodice.
Mitridate
Cara mi sarai . . . .
(porgendole la mano.)
Laodice
Altro amor, che per tè non havrò mai.
Gordio
Se per mè di pietade
Raggio alcuno vi resta, humil l'imploro.
Ariarate
Non merti, ch'un Monarca,
Con occhio di pietà riguardi, un empio
De fatti enormi esecutor crudele,
Del carattere tuo devono i Prenci
Gente simile haver, mà con orrore;
Sempre s'odia, e si guarda un Traditore.
Dorisbe
Di quanto oprasti Prencipe Clistene,
L'opra stessa è mercè, mà però attendi,
Segni del nostro affetto, assai maggiori.
Clistene
Tutto è Regia bontade.
Ariarate
Siano à Numi immortali;
Fidi Vassalli miei nel dì venturo,
Rese le grazie, per si fausto evento,
Ch' à noi prepara fortunato à pieno,
Dopo si tetra notte un dì sereno!
Coro
Dopo torbide procelle;
Torna al fine in calma il Mar.
Che non sempre, irate stelle,
Hanno il Mondo ad agitar.
Il Fine del Dramma.
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Ultimo aggiornamento 28 gennaio 2024