Di sette anni più anziano di Vivaldi, Tomaso Albinoni lo precedette di tredici nella pubblicazione della sua prima raccolta di Sinfonie e Concerti a cinque op. 2, uscita in Venezia dai torchi dello stampatore Sala nel 1700 (come è noto, i dodici Concerti dell'Estro Armonico vivaldiano videro la luce ad Amsterdam nel 1713). La fondamentale opera albinoniana precedette altresì, e di ben quattordici anni, la famosa opera Vi di Corelli, anche se è accertato da numerose testimonianze che l'Europa musicale non dovette attendere la pubblicazione postuma (1714) di quei capolavori per ammirarne e assumerne a modelli le terse architetture, giacché copie manoscritte dei Concerti grossi corelliani circolavano nelle sale di musica e negli archivi patrizi fin dall'ultimo decennio del secolo XVII. Traguardi cronologici a parte, ad Albinoni spetta il merito (ovviamente, non esclusivo) di avere definito, nell'ambito della civiltà musicale veneta, le strutture del Concerto barocco nei due «generi» da chiesa e da camera: al primo di questi appartiene la bellissima Sinfonia in la maggiore, che, quantunque conservi il vecchio nome caro alla strumentalità padana del tardo Seicento, si deve in realtà considerare come un vero Concerto grosso, articolato nei quattro tipici movimenti, con episodici stacchi dei soli contro la massa dei «tutti». La composizione si apre con un Grave caratterizzato da figurazioni, in ritmo puntato, strettamente imitate tra i due violini, sullo sfondò delle due viole e del basso. Segue un Allegro fugato a due soggetti che svolgono una scenografica polifonia a cinque voci, dalla quale primo e secondo vìolino emergono con brevi interventi solistici. UnAdagio al relativo minore, improntato a fervida cantabilità, introduce l'Allegro finale in tempo di giga, con vivace esposizione fugata.