Madonna Imperia
Commedia commedia musicale in un atto
Testo del libretto
Una grande sala. A destra un alto camino a cappa;
più in là, tra la parete e il fondo, una porta, ornata da
due belle colonne, tra le quali appariranno i primi gradini
di una scala che scenderà al piano terreno. Nella
parete del fondo — affrescata da pitture — un lungo
finestrone a vetri guarderà nella via. A sinistra, facendo
gomito con la parete del fondo, una porta a vetri colorati
alla quale si accederà per mezzo di alcuni gradini
e che metterà nella alcova. Sulla parete di sinistra un’altra
porta a colonne. È sera tarda. Un bel fuoco arde sotto
la cappa, illuminando di rosso le panchine e uno zendado
di seta a fiorami disteso lì per riscaldare. Di fronte al
camino spicca una tavola già apparecchiate per la cena.
Intorno la tavola scranne e poltrone. Sulle cassapanche
candelabri; alla parete di sinistra, sotto a un alto specchio,
un tavolinetto e la bisogna per iscrivere. Fra le colonne
della porta a destra arde una lampada che illumina
fiocamente i primi gradini della scala. Un altro
doppiere è sul tavolinetto, ma la sala sarà un po’ buia.
Soltanto la vetrata dell’alcova è illuminata da una luce
interna e si vedrà l’ombra di una donna a braccia nude
che le fanti stanno abbigliando.
Quasi a corsa un giovane, ornatamente vestito di nero,
coperto d'un mantelluccio, appare fra le colonne della
porta di destra e sosta, ansando, quasi spaurito, sotto la
lampada che lo rischiara. Rumori di voci nella strada:
una luce di fiaccole illumina il finestrone come se una
brigata passasse lì sotto. Nevica.
FILIPPO
(sulla porta)
Ah! l'ho scampata bella da quei fanti arrabbiati
che guardano la porta . . .
VOCI
(dalla strada, passando)
« . . . tecum principium in die
virtuti tuae in splendoribus Sanctorum . . . »
FILIPPO
(accostandosi rattamente alla finestra e guardando)
I Vescovi e i Legati
che tornan dal Concilio . . .
Le voci si affiocano. Filippo va verso il focolare, ma in
quella vede l'ombra della donna discinta cui le fanti
stanno mettendo la gonna. Straluna gli occhi e rimane
intontito.
FILIPPO
Oimè, tapino, oimè!
Che braccia! Che ritondi! Che monticelli . . . Che . . .
Gesticola ispiritato. La visione sparisce. Filippo va verso
il focolare, mette le mani sullo zendado, lo toglie e
ne respira ghiottamente il profumo.
IMPERIA
(dall’alcova)
E lo zendado?
FIORELLA
(come sopra)
È sulla caminata
a riscaldare...
IMPERIA
(come sopra)
Toglilo! . . .
FIORELLA
(come sopra)
Ben sì.
Reggendo un candelabro acceso Fiorella esce dall’alcova.
La sala s'illumina. Ma nel veder Filippo, in piedi sul
focolare, la donnicciuola fa un moto di spavento e
posa il candelabro sulla tavola della cena.
FIORELLA
Gesù! Chi sei?
FILIPPO
Sono Filippo Mala
il chierico d’un Vescovo dabbene
ch'è qui in Costanza per il gran Concilio . . .
FIORELLA
(rinfrancata)
E che fai?
FILIPPO
(come un bimbo in fallo)
Non lo so.
FIORELLA
Veh! ladroncello
ch’ài nelle mani lo zendado . . .
FILIPPO
(come se lo vedesse allora)
Quale?
FIORELLA
Quel di madonna . . .
FILIPPO
(con ardore puerile)
Giuro a Dio che no.
Non l’ò tocco per toglierlo, sì bene
per questa profumata onda leggera
che mi si spande tutta nelle vene
come un fresco mattin di primavera . . .
FIORELLA
(ironica)
Ah! galiotto! Come rubi bene . . .
BALDA
(dall’alcova, chiamando)
Fiorella!
FIORELLA
(rispondendo e volgendosi)
Sono qui . . .
BALDA
(come sopra)
E lo zendado? . . .
Esce, portando un altro candelabro. La sala è in bella
luce. Filippo è sempre sul focolare, collo zendado in
mano. Balda lo guarda stupita.
BALDA
Chi è?
FIORELLA
(ridendo)
Lo vedi. Un chiericotto in succhio.
BALDA
(ridendo anche lei)
Per Madonna?
FIORELLA
E per chi, Balda? Ed è qua
per torle i baci e gli zendadi a mucchio.
BALDA
(allegrissima)
Ok! il fantolino imbertucciato . . .
FILIPPO
(scendendo dal focolare)
Giuro
ch'io non venni fin qui, giuro, madonne
per zendadi, ma trassemi la voglia
di vedere colei che ò già veduto
là . . . senza impaccio di cappuccio e gonne . . .
(stralunando gli occhi da ghiottone)
Oimè, tapino! Oiméè
Che braccia! Che ritondi!
Che monticelli . . . Che . . .
FIORELLA
L’ami dassenno? . . .
FILIPPO
(gravemente)
D’averlo perduto . . .
BALDA
Che dici?
FILIPPO
(toccandosi la fronte)
Il senno.
BALDA
Tu ne avevi là?
FILIPPO
Da diventare cardinale e peggio.
Le fanti scoppiano in una gran risata e corrono alla porta
dell’alcova, spalancandola. Filippo, spaurito e sempre
collo zendado nella mano, cerca di farle tacere.
BALDA
O Madonna!
FILIPPO
(supplicandole)
Fanticelle!
FIORELLA
Deh! venite! Deh! guardate!
IMPERIA
(di dentro)
Che c’è, egli?
BALDA e FIORELLA
Una colomba dalle penne rabbuffate . . .
È calata dal camino . . . Si abballotta sulla panca . . .
Tuba ghiotta . . . ! Tuba ghiotta . . . ! Tutta bianca! Tutta bianca!
Sulla porta appare madonna Imperia, meravigliosamente
vestita. Guarda appena le fanti e si pone subito davanti
allo specchio volgendo così le spalle al focolare. Si
ritocca vezzosamente l’acconciatura, mentre Filippo la
guarda con gli occhi imbambolati.
IMPERIA
Vi morde la tarantola? Su, ch’egli è tardi e agghiado . . .
Stringete la cintura! Dov'è questo zendado?
BALDA
(stringendo la cintura)
L’à il fantolino.
IMPERIA
(assorta nello specchio)
Muoviti . . . Che fantolino?
FIORELLA
(acconciandole la gonna)
Quello.
IMPERIA
(volgendosi, guardando Filippo e ritornando a vezzeggiarsi allo specchio)
Da dove egli è piovuto? . . .
FIORELLA
È la colomba.
(ridendo e continuando la bisogna)
Geme affannata in fastidiosa pena.
IMPERIA
Grulle! È tempo di ciance? E la mia cena?
(movendo un passo e fermandosi)
Ecco! La gonna s'è ancora impigliata.
(a Fiorella che fa)
Sciogli. Così.
Ora vedi se giunge la brigata.
(a Balda)
Tu levami il rubino
dal cofano ed accendi le lumiere.
Balda esegue. Imperia si rassetta, per l’ultima volta. Le
fanti escono in fretta ridendo. Fuori non nevica più.
IMPERIA
Ora son pronta . . . e bella.
(a Filippo, facendo cenno di avvicinarsi e togliendo lo zendado)
Ah! Sei costà, fanciullo?
(mettendo lo scialle con grazia indifferente)
Spacciati! Fra un istante qui ci sarà un trastullo
che tu non puoi vedere . . .
(guardandosi nello specchio)
O'? a cena un Cancelliere, un Principe e un Messere
di Francia
(volgendosi e guardandolo stupita nel vederlo lì in ammirazione)
O, o! Che guardi con quei grandi occhi? Via!
Che vuoi?
FILIPPO
(timido, ingenuo)
Madonna, offrirvi tutta l’anima mia!
IMPERIA
(dopo averlo fissato un momento. Fredda)
Tu ci puoi ripassare domani. Ella c'è ancora
quest’anima domani?
FILIPPO
(con ardore)
Certo che sì . . .
IMPERIA
Ed allora . . . ? . . .
FILIPPO
(rassegnato dolcemente)
E allor, madonna, la riporterò
domani, e bella come un santo cero
che sia rimasto tutta notte acceso
davanti ad un altare abbandonato.
Oh! se l’aveste senza indugio presa
prima ch’ella si fosse consumata
in tanta veglia e in tanto ardor suo fiero!
IMPERIA
Ah! come le sai dire
bene codeste favole! Ma sai
pure chi sono?
FILIPPO
Si. Siete Imperia . . .
IMPERIA
(fra sè ammirata)
Il furfantello!
FILIPPO
Quella
che i gran Signori i Principi ed i Re
ricopron d’oro per la meraviglia
di vederla sì bella! . . .
. . . Che monticelli! Che ritondi . . . Che . . .
IMPERIA
(con finto isdegno)
Eh là! ghiotton! Tu non le mandi a dire,
FILIPPO
(ingenuo con ardore)
Io no, madonna. Sono qui per questo . . .
IMPERIA
Dassenno? . . .
FILIPPO
Sì! Da maledetto senno.
(Imperia scoppia a ridere)
Scarnito e tribolato erro ogni notte
intorno a questa casa e da laggiù
nel vicoletto
ascolto il romorìo dei rubicondi messeri
che bevon fieri e cantano giocondi
al vostro desco.
Ed immagino i grifi pavonazzi
distesi verso voi come li becchi
degli uccellacci
quando aspettano ingordi un vermicciuolo:
sbattendo l’ali
e ritto ognun così come un piuolo.
IMPERIA
(divertendosi)
Ah! Ah! il galioffo!
FILIPPO
(mutando la caricatura in tenerezza)
Ed io dicevo allora:
« Filippo Mala, ò una grande paura
che tu non avrai mai nella tua vita
una carezza ed una buona cena
da sì gran dama,
Possiedi un’abbazia? Ricca? Mai no!
Dell’oro? No! Mitria o zucchetto? No!
Se’ un chierichetto
umile e tristo
venuto al gran Concilio con il Vescovo
di Bordò; miserello egli pur anco
e vecchio, e stanco.
Filippo Mala, và, piangi a tua voglia! »
(commosso ma più per far commuovere)
Ed io piangevo, madonna. Piangevo!
IMPERIA
O meschinello! E allora?
FILIPPO
(mutando in furbesco)
Ed allora un bel dì, senza isgomento,
deliberato ormai d’ingualdrapparmi
come i messeri
e di restar con voi, fosse. un momento,
prèsimi dei lavori di scrittura
per salmi, motti, antifone e messali.
(esagerando, vivace, appassionato)
E soffiavo . . . ed ansavo
sui motti, sulle musiche e le antiche
bolle dei Papi . . . Oimè! Scrivono male
i Papi. Male! E si guadagna poco!
IMPERIA
(sempre più divertendosi)
Vero?
FILIPPO
Vero!
Ma pensando di voi, dolce guadagno,
mi pareva d’aver mille e più mani
prodigiose . . .
Ed alla notte, mentre al lume pio
della lampada stanca,
vagheggiavo quest’attimo . . . da un « Sanctus »
che ricopiavo faticosamente
ecco sfioccare e poi sfuggire lieve
e ritornare un vostro riccio d’oro . . .
Tra una « gratia » e un’« ave »
ecco la vostra bocca
sorridere soave . . .
e poi su tutte le buie parole
ecco tremare una bellezza nova
come nel sole
trema in un fresco ridere la piova . . .
IMPERIA
(assorta)
Ah! cianci bene! Chissà dove e quando
t'ò sentito così dentro di me . . .
E allora?
FILIPPO
(risoluto, delicato)
E allora
. . . questa sera ammucchiai tutto il tesoro . . .
(leva un cartoccetto di monete)
. . . eccolo qui in grossette . . .
(le mette in fila sul tavolo)
. . . una . . . due . . . tre . . .
(con un sospiro)
il mio lavoro . . .
. . . e quattro e cinque . . . e sei . . .
(preoccupato, cercando nelle tasche, trovando)
. . . eccola . . . e sette . . .
Dissi al mio vecchio Vescovo: « Madonna
m'à richiesto un mottetto trionfale
che devo consegnare io di mia mano.
Ritornerò. Non datevi pensiero »
E son venuto qui,
a offrirvi il mio tesoro e questa mia
anima disperata che vi sogna
come v’à visto là . . . sulla vetrata.
Non cacciatemi via! Deh! siate buona!
(a mani giunte, indicando le monete)
Sono vostre . . .
IMPERIA
(triste)
Riprendile . . .
FILIPPO
(disperato)
Perchè?
Ah! madonna! Non bastano?
IMPERIA
Riprendile!
FILIPPO
(menandosi un gran pugno)
Ah! tapinello!
E sono proprio il frutto dell’editto
di Costantino: « In hoc signo vinces »
Ed io vi perdo! Ah! sciagurato me!
IMPERIA
(sdegnata)
Eh! non belar così . . .
(più dolce)
Non ti crucciare . . .
FILIPPO
Le grossette, Madonna, le grossette!
Fiorella e Balda entrano a corsa dalla porta di sinistra.
FIORELLA - BALDA
— Madonna!
— Eccoli!
— Giungono!
IMPERIA
(riprendendosi di botto)
Togliti, fantolino.
BALDA
(guardando dalla finestra)
Tre mule! Ori abbaglianti!
IMPERIA
(come sopra)
La bella cavalcata!
FIORELLA
(come sopra)
Fiaccole! Gente ornata!
IMPERIA
(togliendosi)
Chiamate presto i fanti!
(indicando i posti a tavola)
Qui messer di Ragusa! Qui vicino
quel messere di Francia . . .
(come se ricordasse d'improvviso)
Ah! I fiori! . . .
(trovandosi, nel volgersi, di fronte a Filippo)
Deh! ritogliti, puttino!
Le fanti entreranno ed usciranno in gran fretta. Imperia
accenna e fa muovere movendosi anch'ella e ritornando
alla tavola apparecchiata badando se tutto
è in bel modo. Alcuni fanti acconciano il focolare
portando scranne; altri accendono le rimanenti lumiere.
I vetri della finestra schiariscono come se fossero
stati accesi i lumi di sotto e anche le scale splendono
di viva luce. Filippo, dimenticato da tutti, segue
ora l'una, ora l’altra donna incespicando, impacciandosi,
facendosi urtare, rifugiandosi infine sotto la
cappa. Un Famiglio, in livrea, è intanto sulla porta
ed annunzia. Altri due sono vicini a lui e tolgono i
mantelli e i cappelli di chi entra.
FAMIGLIO
(annunciando)
Messere, il Cancelliere di Ragusa!
Seguito da tre fanti, che rimangono in ornato atto accosto
la parete entra il Cancelliere. È un fiero e negro uomo,
in vesti ricchissime. I fanti gli tolgono il mantello.
Imperia gli move incontro, dignitosa e leggiadra.
IMPERIA
Ben ritornato alla fedele ancella.
RAGUSA
Siete leggiadra . . . siete dolce e bella . . .
IMPERIA
(vezzosa e sorridente)
Chi mi accusa di ciò ?
RAGUSA
(cortese ma fiero sempre)
Tutto, vi accusa.
FAMIGLIO
(annunciando)
Il Principe di Coira . . .
Entra, seguito da alcuni valletti, il Principe: un grasso
e pavonazzo uomo, dal giocondo volto di beone.
PRINCIPE
(baciando la mano a Imperia)
Madonna!
Mi illuminate il cuor! . . .
IMPERIA
Sempre in baldezza?
PRINCIPE
(giocondamente)
Un motto, un guardo e un romorio di gonna
risbaldiscon nell’uom la giovinezza . . .
FAMIGLIO
(annunciando)
Messere il Conte dell’Ambascerìa
di Francia.
Entra, co’ suoi, un magro e ornatissimo uomo. Si toglie
il mantello, e corre a baciare la mano di Madonna.
Fiorella e Balda son già accosto alla tavola apparecchiata
pronte a servire. Filippo guarda spaurito i
gravi personaggi. Ragusa, fieramente raccolto in sè
come chi medita, s'è tratto da una parte. Il Principe,
vicino a Fiorella, guarda i diversi boccali imbanditi
sulla tavola.
IMPERIA
(inchinandosi)
Gran mercè
di tanta cortesia . . .
CONTE
(inginocchiandosi nel baciarle la mano)
Vostra, non mia.
La Francia è altera di cadervi al piè!
RAGUSA
(tra sè, pensoso in disparte)
Come fare restar solo dopo cena? Come fare?
IMPERIA
(invitando alla tavola)
Questa cena poveretta possa ognuno rallegrare.
RAGUSA
(sempre tra sè, cercando nella mente)
Una trappola che scocchi . . .
PRINCIPE
(additando un alto boccale e sedendo)
Veramente è un gran boccale!
IMPERIA
Sempre il vostro . . .
PRINCIPE
(compiaciuto)
Vedo bene . . .
CONTE
(guardando il boccale)
Però è vuoto . . .
PRINCIPE
(osservando comicamente)
Ahi! Vedo male!
IMPERIA
(indicando al Conte il capotavola di fronte al focolare)
Voi, messere, qui vicino . . .
CONTE
Siete amabile dassenno,
RAGUSA
(indicando il conte, fra sè)
Così sia. Questo lo spaccio . . .
IMPERIA
(avvicinandosi a lui)
Che pensate così fiero?
RAGUSA
(scotendosi)
Permettetemi, Madonna.
IMPERIA
È il Concilio che vi affanna?
RAGUSA
Dico un motto a quel mio fante . . .
IMPERIA
Breve?
RAGUSA
Un attimo. Un istante.
Fa un cenno. Un fante si avvicina. Ragusa lo prende per
il braccio e gli parla rapido sotto voce. Il Fante accenna
col capo di capire. Gli uomini del seguito si
sono ritirati. Fiorella e Balda ritornano. I donzelli di
casa entrano con le vivande e servono. Il Principe
comincia a bere.
CONTE
(accorgendosi allora di Filippo)
Oh! Chi è quel putto?
IMPERIA
(che non ricordava più, giustificando)
Egli è . . .
COIRA
Sembrami un chierico . . .
IMPERIA
Mai no! . . . È un parente . . . Un mio parente . . .
CONTE
E allora
che fa lì rannicchiato?
IMPERIA
(disinvolta facendo il gioco)
Su, Giovanni . . .
FILIPPO
(scendendo, correggendo)
No! Filippo . . .
RAGUSA
(al fante sottovoce)
. . . Va' e con voce alta, affannata
poi ritorna ed a quel Conte reca in furia l’ambasciata.
Il Fante esce. Ragusa va a prender posto a tavola. Vede
Filippo che si avvicina timido. Lo squadra, sospettoso.
Filippo si ferma.
IMPERIA
(incoraggiandolo)
E siedi, dunque. Non sei mio parente?
RAGUSA
(sedendo, colpito, in sospetto)
Parente?
IMPERIA
(cercando di convincere)
È il figlio d’una sorella che ò lontano.
RAGUSA
(sempre in sospetto)
Giovane assai . . .
CONTE
Ma timido . . .
FILIPPO
(in piedi, vicino a Imperia, confuso)
Sì, timiduzzo . . .
RAGUSA
(non convinto, tra sè)
Strano!
IMPERIA
(per isviare, chiamando)
Fiorella!
PRINCIPE
(tendendo il boccale alla Fante che versa)
Si: arrubina . . .
RAGUSA
(a Filippo)
E che fai qui a Costanza?
FILIPPO
Ci venni . . .
RAGUSA
(pronto, duro)
. . . per andartene . . .
FILIPPO
Mai no. Per rimanere.
IMPERIA
(trovando finalmente la ragione convincente; a Ragusa)
Lo tenni per cantare. Canta come un troviere.
FILIPPO
(sorpreso)
Io?
IMPERIA
(per fargli capire: vivace)
Nol dicevi or ora?
FILIPPO
(intuendo, ma confuso)
Sì . . . Lo dicevo . . .
RAGUSA
(fra sè, convintissimo)
Mente!
FILIPPO
Ma adesso ò gran vergogna . . .
RAGUSA
(irritato, fra sè)
Suo ganzo. Non parente.
PRINCIPE
(che ha già bevuto, tendendo il boccale a Fiorella)
Fiorella mia, arrubina!
I donzelli ritirano i vasellami, e mettono in tavola altro
in silenzio, ordinati. Balda e Fiorella aiutano.
RAGUSA
Canti ai conviti?
FILIPPO
Appunto!
In chiesa e nei conviti.
RAGUSA
(felice di coglierlo)
E in tuo buon pro’ sei giunto.
Provati!
(fra sè)
L’ò nel laccio . . .
FILIPPO
(spaventato)
Provar? così? Di botto?
RAGUSA
Così! Non sei un troviere?
(fra sè)
Spaura il galiotto.
IMPERIA
(ormai in gioco)
Su, canta . . .
FiLIPPO
Veramente . . .
IMPERIA
Su, onora il parentado . . .
FILIPPO
Ebbene . . . ebbene . . .
RAGUSA
(sorridente)
Forzati . . .
COIRA e CONTE
Deh! Forzati!
FILIPPO
(deciso)
E sia . . . E sia . . . Farò del meglio . . .
(tra sè)
Agghiado.
Il Conte si rimette a mangiare. Il Principe, già alticcio,
mangia e tracanna. Filippo, leva la testa, audace. Fissa
negli occhi Imperia che man mano ch'egli canta dà
segni di compiacenza. Ragusa, fiero, assorto, ascolta.
FILIPPO
(cantando)
«Dama, se tanto
siete pietosa e ornata
non discacciate il pellegrino oscuro
venuto ad implorare.
Da voi non parte senza un sorso puro
chi di sete si muore.
Da voi non parte per terra lontana
senza ristoro,
chi di fame si muore.
Dama! Non discacciate
il pellegrino che per più fiate
a voi dimanda carità d’amore».
IMPERIA
(felice)
Ah! veramente sei leggiadro . . .
CONTE
Ah! Bello!
PRINCIPE
(completamente ebro)
Io di gran pena lagrimo.
(a Fiorella che mesce)
Arrubina!
RAGUSA
(fra sè)
Ladro!
(a denti stretti, forte)
Cortese e scaltro il menestrello . . .
IMPERIA
Mi piaci. Bravo. Siedo a te vicina . . .
(Entra con istudiato affanno il Fante. Tutti si volgono,
sopresi).
FANTE
Messere il conte dell’Ambasceria
di Francia . . .
CONTE
(levandosi subito in piedi)
Ebbene?
FANTE
Chiedo perdonanza . . .
Là, presso il monistero,
la vostra donna, trattenuta a stento,
s’azzuffa con i fanti e vuol salire
per pagarvi non so qual fellonia.
CONTE
(smarrito)
Davvero?
FANTE
Sì. Vi chiama a nome . . .
CONTE
A nome?
FANTE
«Ribaldo! Ladro!»
CONTE
(spaurito)
E lei!
FANTE
Ei vi conviene
di subito
nascondervi o fuggire . . .
CONTE
(confuso, togliendosi di tavola)
Ecco . . . sarebbe
meglio fuggire . . .
(ad Imperia quasi implorandone il permesso)
Deh! Madonna . . .
IMPERIA
(sdegnosa)
Andate . . .
FANTE
Io vi accompagnerò
per un altro sentier bene nascosto . . . .
CONTE
(riprendendo un po’ di dignità)
Sì, ma pian piano . . .
FANTE
(convinto)
Ella v'ammazzerà
ad ogni costo . . .
Il Conte, che si moveva piano, esce allora rapidamente
seguito dal Fante. Silenzio. Il Principe, ebro, gesticola
da solo, ciondolando, bevendo ancora. Imperia
fissa severa e isdegnosa Ragusa. Ragusa che si è levato,
à un lieve sorriso di compiacenza.
RAGUSA
(fra sè)
Uno. Costui è già ebro . . . In quanto al putto . . . Via!
IMPERIA
(levandosi, dignitosa andando verso Ragusa)
Messere! Siete ardito.
RAGUSA
Che dite mai? . . .
IMPERIA
Quel fante mentisce ed ha mentito.
RAGUSA
Madonna Imperia . . .
IMPERIA
. . . ò detto. Qui sono in casa mia.
E in casa mia messere, comando io. Sol io.
(a Balda e Fiorella)
Accompagnate fuori costui che non si regge . . .
E voi messer Ragusa . . . andatevi con Dio.
Isdegnosa e bella move verso l’alcova. Filippo le tiene
dietro timido e spaurito. Ella entra e chiude la porta.
Il giovine rimane là, intontito. Fiorella e Balda traggono
in piedi il Principe accompagnandolo fuori,
Ragusa immoto sta in piedi, senza batter ciglio.
FIORELLA e BALDA
(al Principe)
Messere, camminate . . .
PRINCIPE
(canticchiando, da ebro)
C'era una volta un Re,
una Regina e un Fante . . . Tre! Maledetto Tre.
Esce con gli altri. La sala rimane deserta. Non c'è che
Filippo che si ranicchia contro l’uscio dell’alcova.
RAGUSA
(prima lo fissa, minaccioso poi, gli move addosso)
Sorcio villano! Stupida bertuccia!
Chierico ladro! Ed ora a noi . . .
FILIPPO
(gemendo)
Gesù!
RAGUSA
(prendendolo per un’orecchia)
Se ti pigliassi per codeste robe
che puzzano di stalla e di selvatico
e ti traessi per le terre . . . tu
che diresti gaglioffo?
FILIPPO
Ahi! Non lo so.
RAGUSA
(più minaccioso)
E se volessi appenderti a una soga
per farti scampanare a mattutino
contro un palo od un albero, torcendoti
l’ossa del collo
che diresti? . . .
FILIPPO
(gemendo)
Direi: sono impiccato.
RAGUSA
E se volessi
ora chiamare
i miei famigli, metterti legato
dentro ad un sacco e rimandarti a Dio
così vestito come in penitenza
dopo d’averti calato nel lago
per iscrostare questo bel grugnetto
dall’untume del chierico in bravura
che diresti?
FILIPPO
Direi . . .
RAGUSA
(di botto, risoluto)
Sei suo parente?
FILIPPO
(pronto)
No.
RAGUSA
Allora ascolta e aguzza il mal talento.
(levando il dito minaccioso)
O andartene e pigliarti un’abbazia
ch’or metterò nelle tue ladre mani
o restare con lei, qui, questa sera
ed essere sepolto all’indomani.
Che scegli?
FILIPPO
(prontissimo)
L’abbazia.
RAGUSA
E sia. Ma poi ch'io non ti veda più.
Va al tavolinetto e comincia a scrivere sopra a un grande
foglio. Filippo grattandosi le orecchie, gira alle spalle
e sbircia la scrittura gemendo ipocritamente di tanto in tanto.
FILIPPO
Vasta, messere?
RAGUSA
(scrivendo)
Da campare intera
la vita . . .
FILIPPO
Si?
(grattandosi le orecchie)
Ahi! Ahi! . . . C’è una casetta?
RAGUSA
(senza levare il capo)
C’è castello, molino, orto, campagne
e una fantesca . . .
FILIPPO
Bella?
RAGUSA
(senza mai levare il capo)
Sessant’anni.
FILIPPO
Ahi! Ahi!
(a lui che si volge fosco)
È l’orecchia . . .
RAGUSA
(tornando a scrivere)
Passerà . . .
FILIPPO
(timido)
Ed un’altra
sui venti?
RAGUSA
(scrivendo)
Il nome?
FILIPPO
Quello non importa.
Mi basta che sia bella . . .
RAGUSA
(duro)
Chi? il tuo nome!
FILIPPO
(precipitoso, spaurito)
Filippo Mala.
RAGUSA
(scrivendo)
. . . Per Filippo Mala . . .
Firma. Sigilla con l'anello. Si leva. Consegna la carta ed
una borsa che si toglie di tasca.
RAGUSA
Ecco. E di più cinquanta scudi . . .
FILIPPO
O cento?
RAGUSA
(dando un’altra borsa)
E sia! Ma vattene!
FILIPPO
(sgambettando verso la porta)
In sul momento . . .
RAGUSA
(guardandolo uscire)
Il canchero ti pigli!
Rimane un istante immobile, poi va alla porta dell’alcova
e chiama. Imperia esce. Indossa una bella e leggera veste
da camera che le dà freschezza e grazia.
RAGUSA
Madonna Imperia. Su! Non fate attender più.
IMPERIA
(sull’uscio)
Ancora voi? O dov'è quel fantolino?
RAGUSA
Se n'è andato col diavolo, madonna
e un'abbazia da re.
«O pigli questa — dissigli — per te,
e mi lasci restar qui questa sera,
o resta tu
e che buon pro? ti sia . . .
IMPERIA
Ed egli?
RAGUSA
Un motto solo. « L’abbazia! »
IMPERIA
(dominandosi)
Mio bel signore! Voi non siete accorto
quanto basti per trar nella tagliuola
me pure . . . ah! no!
(pensando a Filippo)
Fosse egli preso e morto!
(a Ragusa)
E voi foste impiccato per la gola!
Tutti due . . . Tutti due . . .
RAGUSA
Non vi crucciate . . .
IMPERIA
Era così leggiadro!
E per una abbazia! . . .
RAGUSA
Non vi crucciate!
Ora siamo noi due soli . . .
IMPERIA
(contro a Filippo)
Ribaldo . . .
(risoluta a Ragusa)
Ebbene no! Toglietevi di qua
subitamente.
RAGUSA
(risoluto anche lui)
Ah! No. Mai no!
IMPERIA
(chiamando, dignitosa)
Fiorella!
Il suo mantello. Subito!
(Fiorella s’inchina, poi riappare sulla porta col mantello)
Scusate.
RAGUSA
(andando)
A Ritornerò domani. Posso tornare? . . .
IMPERIA
Fate.
RAGUSA
Buona notte.
IMPERIA
Mercè . . .
(a Fiorella, triste e stanca)
Lasciami e spegni.
«Rimane un attimo pensosa. Siede sulla panchina del focolare.
Fissa coi grandi occhi lontano. Poi a poco a
poco piega il volto sulle mani. Silenziosamente, Fiorella
avrà spento le lampade. Non arderà che quella
del desco e quella lontana del tavolino. Fuori nevica.
forte. La fante esce. Sotto il camino, illuminata dal
fuoco rimane stanca e dolce la figura della creatura
triste. Dopo un istante Filippo fa capolino dalla porta,
si avanza e chiama sotto voce.
FILIPPO
Madonna!
IMPERIA
(balzando isdegnosa)
Ah! tristanzuolo! Ah! serpe malaccorto!
Torni in buon punto, torni. Confessati. Sei morto.
FILIPPO
(cadendole ai piedi)
Che dite, me tapino . . . ?
IMPERIA
Sull’anima ch’è mia
ti levo ora dal capo i grilli e l'abbazia.
FILIPPO
(implorando, appassionato)
Me misero! Che ò fatto? Datemi le coltella
nel cuor, ma perdonatemi. Ahi! Siete tanto bella.
IMPERIA
M’acconci ancora favole?
FILIPPO
Lo giuro a Dio. Son puro . . .
IMPERIA
Provalo!
FILIPPO
(balzando in piedi)
Lo volete? Quest’abbazia codarda
ecco . . . la scaglio al fuoco . . .
(getta la carta sul fuoco)
Ed or mi uccido. Guarda.
IMPERIA
(vedendolo afferrare un coltello)
No! No. Che fai?
FILIPPO
Lasciatemi morire
se non credete e morirò beato.
«Che mai potevo fare, io, meschinello,
contro colui? . . . Nè son fuggito. No.
Son rimasto laggiù nel corridoro
ad aspettare. E mi dicevo: « può
ella tenerlo? Ah! se non scende io moro! . . . »
Ed appena lo vidi, umile e lento
passarmi accanto, scendere ed uscire,
mi feci il segno della santa croce,
e mormorai devotamente in cuore:
« Muori affogato dentro. un sacco. Suona
a mattutino appeso ad una soga! »
e risalii le scale, piano, piano,
pensando: « Zitto. Ella è l’amata. Zitto.
Ella pena d’amore, Ella è già tua ».
IMPERIA
(sorridendo, già vinta)
Fanciullo!
FILIPPO
Sì. Sono un fanciullo, eppure
sono pronto ad uccidermi . . . Volete? . . .
IMPERIA
(carezzandolo sui capelli)
No. No. Chissà perchè, dolce ribaldo,
mi prendi l’anima
con questo fresco cinguettio d’augello
e mi ricordi i dì tanto lontani
quando la vita mi parea un giardino
ed io credea l’amore
il fior più bello
. . . Anch'io tendevo allor le bianche mani
come in preghiera
e pensavo alla sera
di giacermi così sul fido petto
dell’amore che canta e che perdona.
. . . Ma non ebbi mai nulla!
Forse non vissi! Non fui mai fanciulla,
nè amata mai!
Tu sol, tu solo mio piccino or vieni
a risvegliare l’anima smarrita . . .
Ebbene . . . Ebbene . . .
Vedi? Sorrido.
Sorrido e piango di dolcezza, come
una stolta fanciulla
che à sognato carezze
e si sveglia in dolore . . .
(come in un soffio)
Chissà perchè o mio dolce ribaldo . . .
(poi, come riprendendosi, ma sempre dolcemente)
Ma . . . Ciancia ancor . . . sai dire
tante cose leggiadre e picciolette
che mi toccano il cuore . . .
FILIPPO
(serio)
Una ne dico . . .
Ma non farete
gli occhi così . . .
IMPERIA
Dimmela, bimbo . . .
FILIPPO
O' fame.
IMPERIA
(ridendo)
Fame?
FILIPPO
Giuro.
IMPERIA
(materna, graziosa, felice)
Ed allora vieni. Siedi
ov’eri prima e dì che vuoi . . .
FILIPPO
Un bacio . . .
IMPERIA
(seria, apparecchiando, servendo)
Adesso, no. Aspetta. Aspetta . . . Tu
sarai un bambino
ch’è ritornato dopo un lungo tempo
nella casa deserta e addormentata
ed è salito rattenendo il fiato
per non destare il padre incollerito.
FILIPPO
(sedendo, contento)
Ecco. Così . . .
IMPERIA
(togliendo da un vaso delle ciliegie e ponendole nel
piatto).
Ciliege.
FILIPPO
(mangiando)
E come buone!
IMPERIA
(versando vino, andando e tornando semplice, vezzosa,
amorosa).
Ma nella stanza, presso il focolare,
col volto triste, chiuso fra le mani
aspetta, aspetta tacita la madre.
FILIPPO
(mangiando e correggendo)
No. La sorella. Meglio la sorella . . .
IMPERIA
. . . la quale dice udendo il passo: « Sei tu? »
FILIPPO
(accettando il gioco)
« Sì, son io » risponde lui, Filippo.
IMPERIA
(mangiando delle ciliege con lui)
« Dove sei stato? gli domanderà
la sorellina melanconiosa.
FILIPPO
« Dove son stato? — dirà lui — Chissà
Ma se sapessi com'è bello il mondo!
Ho veduto, una sera, dei rosai
che parevano lampade di fuoco;
una mattina mi son risvegliato
molle di piova in mezzo ad un gran bosco,
come se nella notte, una fanciulla
avesse pianto lagrime d’amore
sopra di me. Tutte le creature
quando passi ti guardano e ti chiedono:
« Dove vai? — Chi lo sa! Vado. — Chi cerchi?
— Nulla. Cammino. È così bello andare
senza sapere e senza chieder nulla,
Amo perchè son giovine . . . Sorrido
perchè credo, e non voglio aliro che questa
divina libertà
di andare e di sognare.
Il mondo è mio
perchè lo guardo con i sorridenti
occhi del bimbo. Dove sono stato? . . .
Chi lo sa, sorellina.
(correggendo)
. . . anzi! facciamo
cugina . . .
(riprendendo)
Chi lo sa, dolce cugina!
Tu mi aspettavi?
IMPERIA
Sì ti aspettavo. Ed ero tanto in pena
Ed allora aspettandoti, sognavo.
Ma ad uno ad uno, nell’attesa oscura,
sono caduti i sogni vagabondi
come cadono i petali d’un fiore
nato anzi tempo e come fui così
sola, sperduta senza più un sorriso
senza più pace, mi chinai su me
e chiusi gli occhi, come ‘a notte, stanca.
Ritornerà la giovinezza ancora?
Ritornerà col cinguettio dell’alba
l’amore mio lontano e smemorato
che s'è fuggito per chissà qual via?
FILIPPO
(intenerito, respingendo le vivande)
Non ò più fame!
IMPERIA
(vicino a lui, dolce, appassionata)
E aspetta, aspetta, aspetta!
E sei tornato dolce e buono. Ed ora
siamo qui . . .
FILIPPO
Soli! . . . Vieni!
IMPERIA
No! Indugiamo
ancor . . .
FILIPPO
Perchè?
IMPERIA
È tanto bello attendere
sognando come bimbi, angeli d’or . . .
(prendendogli una mano e attrrandolo a sé)
Dammi la mano . . . resta qui . . . così . . .
Sopra il mio cuore riposa . . .
Chiudi i begli occhi sereni . . .
sulle tue labbra voli il mio respiro . . .
FILIPPO
(come sognando)
Angiola bella! . . . Regina! Rosa sbocciata pur ora . . .
Son come un ebbro smarrito . . . Son come un folle abbagliato . . .
Oh! Adorarti . . . oh! baciarti . . . Oh! Viver morendo . . . con te . . .
IMPERIA
Ah! Dolce incanto di sogno . . .
FILIPPO
Stringimi . . . struggimi il cuore . . .
Vieni . . .
IMPERIA
(levandosi, dolce, serena)
No . . . lasciami . . .
FILIPPO
(levandosi)
Come? lasciarti? . . .
IMPERIA
Nulla, nè in cielo nè in terra
val questa ebbrezza di gioia!
Và! . . .
Pianamente ella si avvia verso l’alcova; vinto e
rassegnato anch'egli si avvia verso la porta. Ma dopo un
passo si volgono. Si guardano. Tutti e due si corrono
incontro a braccia aperte. Così abbracciati rimangono
sulla soglia dell’alcova. Poi entrano. Dalla porta della
scala, entra allora Fiorella.
FIORELLA
Madonna! Egli c’è qui . . .
(vede i due abbracciati che scompaiono dietro l’uscio)
Bene!
(volgendosi verso la porta)
Venite
messere di Bordò.
Entra un vecchietto. Ammantellato. Stanco. Si guarda
intorno timido.
BORDO'
Chiedo perdono . . .
Dov'è Filippo?
FIORELLA
Egli e madonna sono
a intonare un mottetto trionfale
di là, messere . . .
BORDO'
Quello che à portato?
FIORELLA
Credo che sì . . .
BORDO'
Posso aspettare qui?
FIORELLA
V’assonnerete . . .
BORDO'
No, reciterò
le mie preghiere . . .
La fante dopo avere attizzato il fuoco esce. Il vecchietto
siede sulla panca del camino. Leva un libricciuolo.
Si fa il segno della santa croce. Fuori riprende a nevicare.
IMPERIA
(di dentro)
Oh! dolce incanto di sogno . . .
FILIPPO
Stringimi . . . Struggimi il cuore . . .
BORDO'
(levando gli occhi dal libro ed ascoltando)
Quel buon Filippo! Santo egli è! Signore
guardalo e aiuta quanto fa per te . . .
Riprende la lettura. Una campana lontana suona le ore.
Dietro le vetrate la neve cade lenta, lenta, lenta.
FINE DELLA COMMEDIA.
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Ultimo aggiornamento 19 novembre 2025