Se la produzione sinfonica di Carl Philipp Emanuel Bach si distribuisce piuttosto simmetricamente nelle due fasi principali della sua attività creativa, quella concertistica si concentra prevalentemente nel periodo berlinese. Su un totale di 52 composizioni solo tre, scritte a Lipsia e a Francoforte, sono cronologicamente antecedenti e sono fortemente influenzate dai modelli concertistici paterni; undici, invece, tra cui i Sei Concerti per il Cembalo Concertato pubblicati "alle spese dell'autore" nel 1772, si collocano successivamente al trasferimento del musicista ad Amburgo nel 1768 e sono caratterizzate da sorprendenti esperienze sul piano formale. Eccezion fatta per un doppio concerto per due clavicembali (W 46) e uno per clavicembalo e fortepiano (W 47), sono tutti concerti per clavicembalo solo, sebbene alcuni di essi - secondo una pratica ancora tipicamente barocca - esistano anche in versioni per altri strumenti (organo, violoncello, oboe, flauto) curate dallo stesso compositore. Per completare il quadro, si possono citare, infine, una quindicina di Sonatine per cembalo e orchestra (W 96-110), più aperte ad influssi meridionali, e un Concerto in do maggiore per clavicembalo solo senza accompagnamento, alla maniera del Concerto italiano di Johann Sebastian Bach.
Carl Philipp muove i primi passi nel campo di questo genere strumentale nell'ambito strettamente familiare, come esecutore prima ancora che come compositore. È molto probabile, infatti, che i primi interpreti dei concerti cembalistici che Bach padre scrisse o trascrisse in seno all'attività musicale del Collegium musicum di Lipsia siano stati proprio i suoi figli maggiori, in particolare Wilhelm Friedemann e Carl Philipp Emanuel. In seguito quest'ultimo coltivò il genere del Concerto per tutto il resto della sua vita con una continuità pari unicamente a quella delle opere per clavicembalo solo. Mentre però i concerti, destinati ad esecuzioni pubbliche da tenersi a corte, o in quei circoli musicali privati che si erano sviluppati a Berlino dopo l'ascesa al trono di Federico II, rappresentano il lato per così dire ufficiale della sua produzione tastieristica, i brani per clavicembalo solo, lungi dall'esaurirsi nel prodotto finale di semplici compiti professionali, costituiscono il campo privilegiato di appassionate e tenaci ricerche artistiche personali, attraverso le quali Carl Philipp si afferma come il più autentico interprete dello stile empfindsamer.
Principale punto di riferimento formale dei suoi concerti è la struttura a ritornelli del Concerto solistico vivaldiano, che, reso più fluido nei suoi meccanismi interni e modernizzato nel linguaggio da un gruppo di giovani compositori italiani (tra cui Tartini), si era rapidamente affermato fra i musicisti tedeschi attivi alla corte prussiana alla metà del XVIII secolo, quali i fratelli Benda, i fratelli Graun e Quantz, il maestro di flauto di Federico II. Lo schema a ritornelli ricorre solitamente in tutti e tre i movimenti nei quali si suddivide il Concerto solistico nord tedesco di quel periodo, secondo la consueta tripartizione allegro - adagio - allegro. I due tempi veloci sono di consueto costituiti da quattro, più raramente da tre o cinque, sezioni orchestrali che ripropongono l'idea musicale principale nelle nuove tonalità (di solito la dominante, la mediante o il relativo) introdotte da tre o quattro interventi solistici, di pari ampiezza e di carattere modulante.
Il Tutti iniziale si articola in più sottosezioni ed è la parte più estesa e di maggior peso tematico dell'intero movimento: esso afferma il clima espressivo generale del pezzo e fornisce il proprio materiale motivico sia ai ritornelli successivi, che lo ripetono liberamente variato, sia agli episodi solistici, che si differenziano tra loro per funzione e carattere. Il primo a solo di norma riprende il motivo di testa del ritornello d'apertura, sviluppandolo con figurazioni prettamente cembalistiche al tono della dominante; il secondo, nel quale spesso sono presentate nuove idee musicali, ha un andamento più rapsodico, più modulante, mentre brevi interventi dell'orchestra si sovrappongono capricciosamente al solista. Questa sezione, che abbraccia anche il solo successivo nel caso in cui ve ne siano quattro anziché tre, è stata curata da Carl Philipp come nessun altro maestro berlinese contemporaneo; e se da una parte si richiama al modello del Concerto solistico di Bach padre, in cui è spesso assai difficile separare nettamente soli e Tutti, dall'altro sembra anticipare per la sua natura decisamente elaborativa i caratteri di Sviluppo di una forma-sonata. L'ultimo intervento solistico, nel quale si combinano spunti tratti da quelli precedenti, inizia nella tonalità d'impianto e termina solitamente con una cadenza prima del Tutti conclusivo. Nella serie degli episodi a solo è possibile così individuare le tre sezioni principali di una forma-sonata, la quale si sovrappone all'assetto del concerto a ritornelli in una particolarissima sintesi stilistico-formale di tardo Barocco e primo Classicismo. Il desiderio di modernizzare un vecchio principio strutturale conduce dunque Carl Philipp a creare in molti dei suoi concerti movimenti molto vicini a tempi di sonata, incorniciati all'inizio e alla fine da due ampi ritornelli orchestrali.
Il Concerto in do maggiore per clavicembalo e archi W20 fu composto a Berlino nel 1746, a pochi anni di distanza da due delle maggiori raccolte tastieristiche di Carl Philipp Emanuel, cioè le Sonate Prussiane (1742) e quelle Würtemberghesi (1744). Il brano appartiene alla piena maturità artistica del compositore, quando sembrano del tutto risolte le sue preoccupazioni di ordine formale e la tipologia dei suoi concerti assume una fisionomia definitiva. Dopo un primo tempo (Allegro) ampiamente articolato e concepito nel più autentico spirito concertante nella contrapposizione tra solo e orchestra, segue un Adagio la cui cantabilità espressiva - tipica dei movimenti centrali delle composizioni bachiane - è accentuata dalla tonalità di do minore e dalla piena "visibilità" del solista sull'accompagnamento continuo ma discreto degli archi. Il Concerto si conclude quindi con un Allegro finale in ritmo ternario che, riprendendo i caratteri tecnico-formali del primo tempo, li volge - come di consueto - in un clima di spiccata vitalità.
Marco Carnevali