Conosciuto come il figlio di maggior talento del grande Johann Sebastian, Carl Philipp Emanuel Bach trovò nella sua famiglia, come è facilmente immaginabile, l'humus ideale per una eccellente formazione musicale. Terminata la scuola, pur essendo già un ottimo clavicembalista, Carl Philipp Emanuel decise di continuare gli studi extramusicali iscrivendosi alla facoltà di giurisprudenza. Tuttavia dopo diversi anni di frequentazione universitaria, durante i quali non mancò di dedicarsi con frutto alla composizione, nel 1738 egli optò definitivamente per la carriera di musicista. Proprio in quel periodo ricevette un'offerta che avrebbe segnato tutta la sua vita: il principe ereditario di Prussia, che solo due anni dopo verrà incoronato come Federico II, offrì a Carl Philipp Emanuel la possibilità di entrare a far parte del suo entourage musicale. Mosso da una forte passione per la musica, che egli coltivava soprattutto come abile flautista amatoriale, il futuro sovrano desiderava infatti godersi la libertà, dopo gli anni di rigidissima educazione a cui era stato sottoposto, formando un'orchestra di diciassette elementi al suo servizio.
Per circa trent'anni l'esistenza e la carriera di Carl Philipp Emanuel Bach furono legate indissolubilmente alla vita di corte; se da un lato ciò gli offrì straordinarie opportunità di lavoro e di contatto con la vita culturale e intellettuale dell'epoca, al tempo stesso egli dovette patire il peso di una scarsa considerazione da parte dei suoi committenti, da cui conseguiva anche una modesta remunerazione economica, aspetto altrettanto frustrante. Solo nel 1678, quando sostituì Telemann nell'incarico di Generalmusikdirector nella colta e seducente città di Amburgo, egli divenne finalmente un compositore richiesto, per così dire «alla moda», ottenendo le soddisfazioni e il riconoscimento che gli erano in parte mancati negli anni precedenti; fu questo inoltre il periodo in cui egli potè dedicarsi al recupero e alla conservazione del patrimonio artistico di suo padre, oltre a trasmettere ai biografi importanti annotazioni sulla sua vita.
Carl Philipp Emanuel fu particolarmente abile nell'arte di riadattare ruoli solistici a strumenti diversi e, sebbene non vi siano notizie sicure e dettagliate in proposito, trasse i tre Concerti per flauto e orchestra d'archi dalla sua vasta produzione di concerti per clavicembalo, trascrivendoli molto probabilmente per lo stesso Federico II, che si presume abbia dovuto faticare non poco per padroneggiarne le non indifferenti difficoltà tecniche. Scritti nei tradizionali tre movimenti con due tempi veloci e uno lento centrale, i tre concerti presentano un'architettura formale piuttosto semplice e regolare. All'inizio di ogni movimento l'orchestra propone un tema più o meno articolato, trasportato nella parte centrale in differenti tonalità (vicine) e riproposto in conclusione nel tono iniziale. Tutti questi ritornelli costituiscono i pilastri della composizione tra i quali si inseriscono gli interventi del solista; il primo di questi interventi inizia con una riesposizione del tema effettuata a volte in maniera letterale, più spesso appena tratteggiata nelle linee essenziali, per poi lasciare maggiormente spazio alla fantasia negli episodi centrali, con fraseggi virtuosistici o rielaborazioni tematiche.
Vissuto in un periodo in cui la composizione musicale sta abbandonando la complessità della scrittura contrappuntistica per un linguaggio più immediato di carattere melodico-omofonico, Carl Philipp Emanuel Bach non scade mai nella leziosità di un certo manierismo da musica di corte. Appare chiaro come per lui l'eredità paterna non costituisca il peso di un ingombrante fardello, bensì la ricchezza di un retaggio e di una tradizione destinata a modificarsi nel tempo, ma che arricchisce il presente. Sebbene ancora lontano da quella straordinaria struttura musicale che sarà la forma-sonata, non tanto dal punto di vista archittettonico, ma soprattutto per la mancanza di veri e propri conflitti e di un punto espressivo culminante al centro della composizione, Carl Philipp Emanuel Bach mostra di credere comunque nel carattere comunicativo della musica come mezzo di partecipazione emotiva e di manifestazione degli affetti, tanto da essere considerato, per certi aspetti, una sorta di romantico ante litteram.
Il primo movimento del Concerto in sol maggiore per flauto, orchestra d'archi e basso continuo H 445 (Wq 169) - Allegro di molto - si apre con un tema elegante e dal taglio ben definito: l'andamento è infatti sostanzialmente omoritmico e si articola in idee musicali chiare e lineari, come lo stacco all'unisono dell'orchestra o il successivo spunto in piano. La risposta del solista segue l'architettura del tema iniziale, ma se ne discosta spesso dal punto di vista melodico: si noterà ad esempio come la cellula ritmica «galoppante», che caratterizza il tema orchestrale, venga evocata dal flauto solo al termine di una lunga successione di rapidi arpeggi, Nella sezione centrale il tema orchestrale viene trasportato in due diverse tonalità, di cui una minore, e si alterna ad altrettanti interventi del solista fatti di rielaborazioni del tema principale e lunghi fraseggi virtuosistici. In conclusione il tema viene riportato nella tonalità principale dall'orchestra; su di essa va a sovrapporsi il flauto con un ulteriore spunto che porta alla cadenza solistica, mentre un ultimo ritornello orchestrale completa il movimento.
Il secondo tempo - Largo - è scritto in modo minore, secondo un'alternanza tra maggiore e minore (o viceversa) nei vari movimenti che è propria di tutti e tre i concerti. Il tema si snoda tra un raffinato gioco di melanconiche dissonanze che si formano e si risolvono nel mesto intrecciarsi delle linee melodiche. L'intervento del solista va a innestarsi senza soluzione di continuità sul flusso orchestrale, per poi ripercorrere liberamente il tragitto del tema principale. Al ritornello del tema orchestrale, trasportato in una diversa tonalità, si sovrappone, dopo poche battute, il solista, che ne continua la linea melodica. Un ulteriore ritornello del tema orchestrale, in una terza tonalità, si dipana più compiutamente, mentre il flauto ripropone parzialmente il suo primo intervento per poi seguire un differente tragitto. In conclusione - e si tratta di una caratteristica di tutti i tempi lenti di questi concerti - il tema viene ripreso da un punto intermedio, evitando la riproposizione del soggetto iniziale che probabilmente appesantirebbe troppo la struttura del brano.
Nel terzo tempo - Presto - ritroviamo il radioso ottimismo del primo movimento, con un motivo che non ha il frastagliato dinamismo del tema di apertura del concerto, ma un profilo più solido e compatto, che passa agilmente dalla tessitura dei violini a quella dei bassi. Il primo intervento del solista parte dal tema per poi darsi a libere evoluzioni melodiche che portano a un primo ritornello del tema in una diversa tonalità. Il successivo ingresso del solista presenta un virtuosistico dipanarsi di arpeggi punteggiati dall'orchestra, seguiti da un incedere più variegato con frammenti tematici che porta a un ritornello del tema in forma ridotta e in modo minore. Il successivo intervento del solista offre una sequenza di progressioni che si libera in un fitto disegno di semicrome, per poi arrestarsi e dare spazio alla sezione conclusiva. Qui troviamo il tema riportato nella tonalità principale, un ulteriore spunto del solista e la coda orchestrale di chiusura, costituita dal tema privo della parte iniziale.
Carlo Franceschi De Marchi