Negli anni di Amburgo (1768-88), dopo aver composto le Sei Sinfonie per archi Wq 182 / H 657-662 (1773) per il barone Gottfried van Swieten, all'epoca ambasciatore imperiale a Berlino, Carl Philipp Emanuel darà il suo ultimo, straordinario contributo al genere della sinfonia tra il 1775 e il 1776 con le quattro Orchester-Sinfonien mit zwölf obligaten Stimmen dedicate al principe ereditario Federico Guglielmo di Prussia (da 1786 re Federico Guglielmo II). «È ciò di più grande che abbia fatto in questo genere. Per dirne qualcosa di più, la mia modestia non soffre», scriveva con orgoglio Carl Philipp Emanuel il 30 novembre 1778 all'editore Breitkopf. Pubblicate nel 1780, le quattro sinfonie per grande organico riaffermano lo stampo personalissimo di un linguaggio che, per la sua sostanziale estraneità rispetto all'orizzonte del cosiddetto classicismo di Haydn e di Mozart, appare sempre di più appartato e inattuale. Oltre al disinteresse per le più aggiornate tendenze stilistiche e alla fedeltà di Carl Philipp Emanuel al proprio demone interiore, i contemporanei non mancarono di rilevare, ancora una volta, le difficoltà esecutive poste dalle partiture.
Nella Sinfonia in sol maggiore Wq 183/4 - H 666 caratteristico di Carl Philipp Emanuel è anzitutto il modo con cui i movimenti s'incatenano l'uno all'altro senza soluzione di continuità. L'Allegro assai non è di fatto riducibile ad alcun preciso schema costruttivo, se non quello - ma ripensato con estrema libertà - dell'antica forma binaria in cui la seconda parte contiene una ripresa della prima. Del resto anche la struttura tematica, quanto meno intesa in senso sonatistico, appare profilata in termini molto vaghi. Nella prima parte al motto e ai motivi principali segue un'interpolazione con interventi concertanti di oboi e flauti, punteggiata da una guizzante figura degli archi; la prosecuzione dei motivi principali conduce all'area dei motivi secondari. Che questi siano desunti dal motto - ricompare inoltre la figura guizzante, ora al flauto - è un segno tanto della persistenza del principio costruttivo del ritornello quanto dell'assenza di una reale dialettica sonatistica. La stessa parte centrale, di natura diversiva, trae spunto dal motto e, dopo una drammatica interruzione, dai motivi principali, dall'interpolazione e quindi dai motivi secondari in un percorso modulante che attraversa varie tonalità, soprattutto minori. Una nuova, brusca interruzione e una ritransizione con i legni soli, ispirata da elementi dell'interpolazione, introducono la ripresa. Questa "ripercorre il motto e i motivi principali, poi i motivi secondari, ma il movimento finisce senza concludersi, con una frase declamatoria scandita all'unisono in ritmo puntato che resta sospesa per risolvere soltanto sull'attacco del movimento successivo.
Un tematismo più pronunciato connota il Poco andante dove tacciono oboi, corni e fagotto. La prima parte, poi replicata, coincide infatti con un tema il cui conio patetico è accentuato da ritmi puntati e contrasti di dinamiche. Gli elementi tematici pervadono la seconda parte, dove alla sezione centrale divagante succede la ripresa, mentre, dopo la replica, nella coda cromatismi e finezze prolungano la tensione armonica; anche qui il movimento finisce, senza concludersi, con una sospensione. Con lo stacco del Presto finale, che declina il topos del movimento di caccia, il patetismo si risolve in un'apertura luminosa. La forma binaria s'articola nella prima parte, con replica, e nella seconda, che comprende una sezione modulante e una ripresa, ed è conclusa, dopo la replica, da una breve coda.
Cesare Fertonani