L'opinione più diffusa su Béla Bartók, quella, diciamo, ufficiale, suole fare di lui, sempre e comunque, un compositore di grande statura morale, ideologicamente e politicamente impegnato, un ascetico e instancabile ricercatore e studioso del patrimonio musicale della sua terra, un innamorato dei contadini e della natura. Tutto questo, ovviamente, è presente in Bartók: ma è opportuno ricordare che tale «scelta di campo» è l'approdo di un cammino umano e stilistico, punteggiato di esperienze che si chiamano tardo-romanticismo, debussismo, politonalità, cromatismo: e che l'avvicinamento di Bartók alla cultura musicale più «à la page» del suo tempo produsse capolavori assoluti, prima ancora della sua conversione al culto del popolare.
Le «Due immagini» op. 10, come, fra le altre opere, i «Due ritratti» o «Il Castello di Barbablù» testimoniano i vari momenti di tale acquisizione linguistico-culturale, essendo state scritte nel 1910, quando Bartók, attraverso la mediazione di Zoltan Kodaly, aveva approfondito la sua conoscenza di Debussy. Il primo brano, «Poco adagio», porta chiaramente i segni del linguaggio armonico debussiano, soprattutto nell'uso della scala per toni interi e per l'adozione di melodie pentatoniche. Particolare significato assume questo fenomeno se si considera che, al contrario di Debussy il quale per «scoprire» tali scale aveva dovuto guardare all'Estremo Oriente, Bartók le ritrovava nei modi del canto popolare della sua terra: la presenza del raffinato linguaggio impressionistico si intreccia così al recupero di una cultura di tutt'altre matrici, «subalterna», per usare un termine sintetico. La pagina porta per titolo «In pieno fiore», ma l'impressione complessiva che essa suscita è di un misterioso paesaggio, attraversato dalle pungenti voci dei legni e, nella parte centrale, del corno: un mormorio notturno è suggerito dallo scorrevole movimento degli archi e dagli interventi franti dei vari timbri strumentali, impiegati con straordinario gusto coloristico. Una suggestione di natura notturna, animata da oscure presenze, per la quale non è difficile pensare al grande esempio del «Pelléas et Mélisande» di Debussy e, al tempo stesso, ai grandi, angosciosi «notturni», che Bartók scriverà: si ricordi il movimento centrale della Sonata per due pianoforti, o il quarto brano della suite "All'aria aperta" e lo stesso "Barbablù".
Assai diverso, sul piano della struttura formale e del clima espressivo, è l'altro brano, che pure impiega ancora scale di cinque e sei suoni e, nella parte centrale, fa risuonare il misterioso tema della prima Immagine. Ma si tratta di una parentesi: la vivace Danza campagnola si sviluppa come un Rondò (e qui sottolineiamo la fedeltà che Bartók sempre manterrà per le forme classiche) in ritmo popolaresco, massiccio, fortemente scandito, anche per l'alternarsi di legni ed archi: una pagina che ha tutte le caratteristiche del Bartók maturo.
Le «Due immagini» — che raramente si ascoltano nelle sale da concerto — ebbero la loro prima esecuzione il 25 febbraio 1913: Istvàn Kerner dirigeva l'Orchestra Filarmonica di Budapest.
Cesare Orselli