Composto nel mese di novembre 1801 e dedicato al conte Moritz von Fries, il Quintetto è segnalato da tutti gli studiosi per la sua importanza «psicologica» e «strategica», nonostante sia considerato da molti come opera non rilevante sotto il profilo musicale. Importante innanzitutto perché nasce, a metà strada, tra due fondamentali cicli di Quartetti, l'Op. 18 e l'Op. 59; in secondo luogo perché rappresenta l'unico quintetto originale nella letteratura beethoveniana (non dimentichiamo infatti che l'Op. 4 è la trascrizione dell'Ottetto per fiati Op. 103, mentre l'Op. 104 è un arrangiamento del Trio Op. 1 n. 3). Occorre tenere presente che nel Settecento il quintetto era considerato un genere «secondario», vale a dire meno puro e impegnato del quartetto d'archi che rimane, in definitiva, la formula più aristocratica nell'ambito della musica da camera. Solamente Mozart era riuscito - anche nei Quintetti - a redimere tale genere di composizione, considerato «frivolo e concertante», e a dar vita (basti pensare al K 515 e al K 516) a capolavori assoluti. Beethoven era rimasto sicuramente abbagliato dai modelli mozartiani ma ciononostante non riuscì a liberarsi con facilità dall'impalcatura settecentesca (e non solo sul piano formale); cosi anche gli accenti drammatici o patetici, a volte presenti sotto la superficie, non riescono a movimentare le pieghe un po' statiche di una composizione di sapore neoclassico. Come nella maggioranza dei quintetti del Settecento, anche nel saggio beethoveniano l'aggiunta della seconda viola (aggiunta che costituisce la differenza d'organico tra quartetto e quintetto) si risolve in un semplice «carico» dell'ordito armonico e in un irrobustimento della massa sonora: di qui l'abuso dei bicordi, dei raddoppi (all'unisono o all'ottava), tutti espedienti adottati per raggiungere quegli effetti da orchestra che avrebbero dovuto «sorpassare» il rarefatto equilibrio del quartetto. Per quanto riguarda il Quintetto in esame, la critica pone l'accento, in particolare, sui due movimenti estremi: sull'Allegro, impostato nella classica forma-sonata, che scorre fluido e disteso, scevro da sperimentalismi velleitari; e sul Finale, che predilige invece una fisionomia più eccentrica e che racchiude al suo interno, con effetto-sorpresa, un Andante ricco di chiaroscuri. Nel cuore del Quintetto trovano invece posto un Adagio, la cui levigata eleganza malinconica ricorda, più degli altri movimenti, le ascendenze mozartiane, e uno Scherzo, ragguardevole soprattutto per le tinte accese del suo Trio.