I primi appunti del Trio Op. 3 risalgono con certezza al periodo giovanile di Bonn (presumibilmente intorno all'anno 1792) ma il lavoro venne ripreso più tardi, alla fine del 1795, quando il compositore era definitivamente stabilito a Vienna; completato infine nei primi mesi del 1796 su invito del conte Appony. Pare che il nobiluomo viennese, in realtà, avesse commissionato a Beethoven un quartetto d'archi ma che l'autore - vuoi per facilitarsi il compito, vuoi per dar dignità a vecchi lavori che non avevano ottenuto il giusto successo - avesse pensato di rielaborare un Trio d'archi composto anni prima (analogamente a quanto avvenne per l'Ottetto Op. 103, trasformato in un secondo tempo nel Quintetto Op. 4). «Per due volte - scrive Wegeler - Beethoven si mise al lavoro per esaudire la richiesta di un quartetto, ma il risultato fu invece il grande Trio con violino principale Op. 3». Oltre che per il suo valore musicale, il lavoro è storicamente importante in quanto rappresenta la prima pagina destinata a un trio d'archi (mentre ricordiamo che, negli ultimi mesi del 1795, Beethoven aveva composto e pubblicato i Trii con pianoforte Op. 1). All'Op. 3 seguiranno il Trio Op. 8 (una vera serenata in sei tempi, con marcia di regola che apre e chiude l'intrattenimento) e il ciclo dei Trii Op. 9. A quel punto Beethoven sarà animato da motivazioni e sollecitazioni spirituali più profonde e ardite tanto da affrontare i domini intimorenti del quartetto, di conseguenza abbandonando l'ambito del trio.
Tutta la critica, unanimemente, ha sottolineato che la suggestione mozartiana nell'opera di Beethoven è quanto mai evidente nei Trii per archi; e nel nostro caso, in particolare, l'autore fu indiscutibilmente influenzato da quel sommo capolavoro di Mozart che è il Trio-Serenata K 563.
Innanzitutto, nella veste formale, il Trio Op. 3 si avvicina alla tradizione del divertimento (sei movimenti che si susseguono liberamente), scelta nella quale si intravede un riferimento al modello mozartiano; ma anche il linguaggio musicale rimane vicino a quello del disinvolto intrattenimento settecentesco. Lo dimostrano i tratti dei vari episodi: la Musette del Minuetto, impostata in un Do minore libero da angosce, il taglio di danza dell'Andante, lo spirito poetico e cantabile dell'Adagio, affine a quello delle Serenate di Haydn, il carattere leggiadro del secondo Minuetto con le tipiche incursioni tzigane nel Trio. Soltanto nel Finale, secondo la critica, si avvertono i segni di un Beethoven più maturo; mentre, secondo Cappelletto, anche nei due movimenti lenti «la ricerca timbrica compiuta sui tre solisti rivela qualche autonomia dalla tradizione».
La composizione del Trio in Mi bemolle maggiore op. 3 risale probabilmente al 1792, pensato a Bonn per gli strumentisti della corte dell'elettore. Nel 1795 il conte Appony chiede al compositore un quartetto per archi: Beethoven si mette al lavoro, ma alla fine presenta un grande Trio per archi che viene poi pubblicato da Artaria nel 1796. Il tema che apre l'Allegro con brio si connota per l'insistenza del sincopato e l'arguta ripetizione in eco di un breve inciso, prima che il violino, poi la viola, si abbandonino a una galante melodia. Una serie di arpeggi annuncia un amabile secondo tema, eseguito prima dal violino, poi dal violoncello, mentre un garbato crescendo conduce alla conclusione dell'esposizione, che viene ripetuta.
Lo sviluppo si apre con un asciutto dialogo tra gli archi dal sapore contrappuntistico, ma presto torna il secondo tema che assume il tono di un canto popolare quando viola e violoncello lo eseguono in bordone mentre il violino suona note ribattute in sincope. Un'inattesa ed efficace pausa annuncia l'improvvisa ripresa del primo tema, ma è seguita da una serie di arpeggi del violino e da un lungo pedale del violoncello... e comincia a sorgere un dubbio, che presto si chiarisce: la ripresa arriva ora! Siamo stati ingannati, e quella di prima era una falsa ripresa. Forse la tonalità poteva svelarlo, ma l'armonia ha vagato non poco, trasportandoci tra arpeggi e note ribattute. La conferma definitiva possiamo averla con il secondo tema, dopodiché arriva un'articolata coda.
L'ammiccante motivo che apre il secondo movimento è costruito dai brevi incisi di tre note, e suona ancor più socievole quando il violoncello accompagna con un arpeggio in staccato. La seconda melodia, che si apre con i trilli del violino, è ancor più affettuosa, e sembra sorridente quando viola e violoncello la suonano in stretto canone con un effetto d'eco. Dopo la riesposizione, la seconda parte presenta gli stessi elementi con varianti che mai si allontanano dal clima garbato e colloquiale di questo affabile Andante, chiuso con brevi sussurri in pizzicato.
Lo stesso clima caratterizza il terzo movimento, un minuetto in cui le pause simulano, con ricercata costruzione, un ondeggiante ritmo per la nobile danza, mentre nel trio centrale è affidata al violino una dolce e pacata melodia. Nel quarto movimento il vezzoso inizio rende subilo riconoscibile il tema ogniqualvolta viene ripreso e variato in un dolcissimo dialogo tra i tre strumenti. Il quinto movimento è un secondo Minuetto, in cui suona più lieto il desiderio del ballo; per questo ci sorprende l'inquieta parte centrale, un Minore con accenti di una nostalgia resa quasi spigolosa dal registro acuto del violino e dagli arguti abbellimenti. L'attacco in levare, le pause e le rapide discese del tema del sesto movimento danno una levità che prosegue nel dialogo tra i tre strumenti del primo episodio. I temi del secondo episodio suonano invece più seriosi, culminando in un intenso crescendo. Quando il tema viene ripreso, è prima accompagnato da una nota tenuta del violino, poi eseguito nelle regioni acute, mentre nel finale emergono i rapidi arpeggi del violino.
Emiliano Buggio