Beatrice di Tenda
Tragedia lirica in due atti
Musica: Vincenzo Bellini (1801 - 1803)
Libretto: Felice Romani, da Carlo Tedaldi-Flores
Ruoli:
- Filippo Maria Visconti, duca di Milano (baritono)
- Beatrice di Tenda, di lui moglie (soprano)
- Agnese del Maino, amata da Filippo, e in segreto amante di Orombello (mezzosoprano)
- Orombello, signore di Ventimiglia (tenore)
- Anichino, antico ministro di Facino e amico di Orombello (tenore)
- Rizzardo del Maino, fratello di Agnese e confidente di Filippo (basso)
Organico: ottavino, flauto, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 4 corni, 2 trombe, 3 tromboni, timpani, grancassa, piatti, arpa, archi
Composizione: 1833
Prima rappresentazione: Venezia, Teatro La Fenice, 16 marzo 1833
Edizione: Vedova Casali Editrice, Venezia, 1833 (solo il libretto)
Sinossi
Atto primo.
Quadro primo
Atrio interno del Castello di Binasco.
Filippo Maria Visconti, duca di Milano e secondo marito di Beatrice di Tenda, vedova di
Facino Cane, confida a un gruppo di cavalieri,convenuti al castello per una festa in onore
della duchessa, di detestare ormai da tempo
la sua sposa e di mal sopportare le di lei continue lagnanze (Introduzione:
Tu, signor!... lasciar sì presto). Il duca, infatti, arde d’amore
per la giovane Agnese del Maino – dama d’onore di Beatrice – e più volte ha cercato un
pretesto per ripudiare la moglie. Mentre da
un’ala del castello giunge la voce di Agnese
che intona una soave romanza, Filippo – deciso a conquistarla – si allontana (Aria:
Come t’adoro, e quanto).
Quadro secondo
Appartamento di Agnese.
Agnese attende ansiosamente Orombello, signore di Ventimiglia, al quale ha mandato un
anonimo invito per un convegno amoroso. Il
giovane, nella speranza di incontrare Beatrice, della quale è segretamente innamorato, la
raggiunge. Ma ben presto l’equivoco si chiarisce, e non appena Agnese apprende il segreto
amore di Orombello per la duchessa, folle di
gelosia, giura di vendicarsi (Duetto:
Nulla è
un regno a core amante).
Quadro terzo
Boschetto nel Giardino Ducale.
Beatrice compiange la sua triste condizione:
ella prova un costante rimorso per avere affidato le sorti del regno al tirannico consorte
che le riserva un trattamento duro e scostante (Cavatina e Cabaletta:
Ma la sola, ohimè! son io). Al giungere di Filippo –
accompagnato da Rizzardo, fratello di Agnese e suo complice istigatore – la duchessa
cerca di impietosire lo sposo, mostrandogli il proprio amore
e la propria infelice sorte. Ma il duca,sordo ai
suoi lamenti, la accusa di cospirare contro il
regno, indicandole alcuni documenti – consegnatigli segretamente da Agnese – che
proverebbero l’adesione della moglie a un complotto, guidato dai vassalli fedeli a Facino, suo
primo marito. A nulla valgono le parole di
Beatrice che – offesa nel proprio onore – invoca giustizia: Filippo la abbandona, deciso a
vendicarsi (Duetto:
Duolo d’un cor piagato).
Quadro quarto
Parte remota del Castello di Binasco.
Mentre i vassalli devoti a Facino attendono il
momento propizio per mettere in atto il piano di ribellione (Coro:
Arte egual si ponga in
opra), Beatrice incontra Orombello. Il giovane incita la duchessa a sottrarsi al gioco che
Filippo le impone e a raggiungere i sudditi a
lei fedeli, raccolti nei pressi di Tortona. Alle
di lei reticenze, egli risponde dichiarandole il
proprio amore. Ma il colloquio è interrotto
dall’improvviso sopraggiungere del duca –
guidato da Agnese – il quale, ormai sicuro
dell’infedeltà della moglie, ordina di trarre in
arresto Orombello e Beatrice (Concertato finale:
Ah! tal onta io meritai).
Atto secondo
Quadro primo
Galleria nel Castello di Binasco, preparata per
tener Tribunale.
Orombello, sottoposto a crudeli torture, ha
confessato di essere stato l’amante della duchessa
(Coro:
Dal tenebroso carcere).
Dinanzi ai giudici, Filippo – sordo ai consigli di Anichino,
antico ministro di Facino – accusa Beatrice di avere tramato
contro il regno e di essere un’adultera. La duchessa nega
ogni colpa e rimprovera Orombello per avere voluto
salvare la propria vita, compiendo un atto
tanto vile. Scosso da tali parole, il giovane dichiara false
le accuse a lui estorte sotto tortura (Quintetto:
Al tuo fallo ammenda festi). I
giudici, tuttavia, sono irremovibili: i due accusati saranno entrambi sottoposti a tortura per
appurare la verità. Agnese, lacerata dai rimorsi, prega allora Filippo di salvare la vita
dei due innocenti, ma il duca non intende ragioni e congeda bruscamente la giovane.
Memore tuttavia dei favori ricevuti dalla moglie,
egli esita a firmare l’atto di condanna stilato
dai giudici, ma alla notizia che i vassalli fedeli
a Facino reclamano la duchessa e assediano
Binasco, Filippo si risolve e condanna a morte Orombello e Beatrice (Aria e cabaletta:
Qui m’accolse oppresso, errante).
Quadro secondo
Vestibolo terreno che mette alle prigioni del Castello.
Damigelle e congiunti piangono la sorte dell’infelice duchessa che attende la morte, forte
della propria innocenza (Coro:
Prega. Ah! no,
non sia la misera). Mentre Orombello è condotto al supplizio, Beatrice perdona Agnese –
pentitasi del suo misfatto – e, dopo avere invitato i presenti a pregare per Filippo,
raggiante si avvia al patibolo (Aria e Cabaletta:
Ah! se un’urna è a me concessa)
Alberto Bentogio
Sappiamo dell’importanza che ebbe
Giuditta Pasta nella genesi di Beatrice di
Tenda. D’altronde non si può certo sottovalutare il suo contributo al trionfo del
melodramma donizettiano e belliniano.
Basti pensare al successo di Anna Bolena,
da lei interpretata, che dal Teatro Carcano di Milano (1830) lanciò Donizetti
sulla scena internazionale. L’anno dopo,
sempre al Carcano, avrebbe tenuto a battesimo La sonnambula di Bellini. Poi
venne la volta di Norma alla Scala che fece fiasco lì per lì (dicembre 1831), ma che,
ripresa qualche mese dopo a Bergamo,
sempre con la Pasta e presente Bellini, fece letteralmente furore: «e sì che sono
nella patria di Donizetti!… Quanti ne
schiatteranno di rabbia! Allegramente!»
(così scrisse Bellini a Felice Romani).Ciò
che va però allo stesso modo tenuto ben
presente è il ruolo drammaturgicamente
attivo che una cantante come Giuditta
Pasta – al di là dei suoi casi personali con
Bellini – poteva svolgere presso librettista e compositore. Già Donizetti aveva
composto Anna Bolena a Blevio, nella
villa della cantante sul Lago di Como.
Quanto a Bellini, egli così le scrive il 3
novembre 1832: «Illustre amica! […] Si è
cambiato il soggetto, e scriveremo Beatrice
di Tenda. A stento ho persuaso Romani, ma l’ho persuaso con ragioni basate. Il
sapere il soggetto a voi gradito come m’esprimeste quella sera che ne vedevate il
ballo; il trovare l’ultima scena di tale argomento similissima alla fine di Maria
Stuarda, ove Romani può perfettamente
copiare la scena di Schiller a voi tanto
simpatica pel campo che presenta ad
un’artista del vostro calibro […]. Romani
farà in modo che alcuna situazione non
ricordi l’Anna Bolena». Parole invero rivelatrici, ma che necessitano di qualche
breve commento. La questione del soggetto cambiato, innanzitutto, prelude già
al famoso litigio con Felice Romani, che
sarebbe deflagrato dopo la première di
Beatrice di Tenda. Le «ragioni basate»
addotte da Bellini non sono chiarissime, ma
hanno molto a che vedere con i desiderata
dell’«illustre amica». Al rientro a Milano, dopo i trionfi di Norma a Bergamo,
Giuditta aveva visto il ballo Beatrice di
Tenda di A. Monticini alla Scala e ne aveva lodato il soggetto (tratto a sua volta da
un recente dramma di Carlo Tebaldi-Fores che girava nei teatri di prosa). La
spinta a compiacere colei che Bellini considerava un’«àncora sicura in qualunque
naufragio» (così in una lettera a Ricordi)
è dunque una spinta fondamentale. Ma
altrettanto fondamentale è il circuito
drammaturgico che viene subito dopo innescato. Data la fretta indiavolata (siamo
in novembre e l’opera deve andare in
scena in febbraio!) e data la somiglianza
dell’ultima scena con quella corrispondente di Maria Stuarda
di Schiller, Romani potrà “copiare” quest’ultima e Giuditta potrà esibire tutte le sue qualità in
un’aria finale a grande effetto. Un’altra
associazione interessantissima rischia
però di depotenziare l’esito dello spettacolo: lo scioglimento ricorda anche quello
– ben noto a Giuditta – di Anna Bolena.
Romani dovrà perciò fare di tutto perché
tale somiglianza resti fra le righe: repetita
non iuvant. Come si vede, ogni soggetto
melodrammatico partecipa in quegli anni
di un gioco più ampio che condiziona la
sua teatrabilità e musicabilità. Un gioco
che continua: non dimentichiamo che
Maria Stuarda, evidentemente già “nell’aria”, sarebbe
stata realizzata due anni dopo da Donizetti alla Scala – e da Maria
Malibran!
Dunque Beatrice di Tenda andò in scena, con grave
ritardo, alla Fenice di Venezia il 16 marzo 1833. «L’arione con cui la
Pasta termina l’azione» (come venne definito in una cronaca della prima
rappresentazione) non fece, a dire il vero, molto
effetto. Lo stesso Lippmann sottolinea
come sia difficile rendere contemporaneamente l’intensità e il rapimento estatico
che l’aria richiede. Attraverso i melismi (soprattutto del primo tempo) e
le figure puntate (soprattutto della cabaletta)
Bellini cerca di esprimere quella “liberazione dalle sofferenze” che è un approdo
tipico della drammaturgia incentrata sulla via crucis di una vittima femminile.
L’“arione” funziona, per riprendere Lippmann, solo se intonato da una cantante di
classe (sarà scontato, ma il pensiero corre
– con rimpianto – a Maria Callas che non
lo cantò mai). Tra i luoghi più belli dell’opera c’è invece una di quelle celebri
melodie «lunghe, lunghe, lunghe» che costituiscono forse la cifra musicale
più caratteristica dello stile belliniano. Il fatto che
il compositore metta in musica versi sciolti (e non versi rimati) non fa che
aggiungere al brano il fascino dell’imprevisto.
Siamo all’inizio del Finale primo. Beatrice, che è una malmaritata vedova, si
rivolge alla statua del primo marito (Facino
Cane) e canta inginocchiandosi: «Deh! se
mi amasti un giorno». La ricomposizione
del testo attraverso ripetizioni e varianti è
funzionale all’espansione melodica che
raggiunge il suo culmine nella bellissima
arcata sulle parole «io pago, io pago il
fio». Come dice Lippmann, «la tendenza
di Bellini a realizzare archi melodici il più
possibile ampi è chiara in questo arioso,
non meno che in “Casta diva”». Ma – ripeto – il fatto che esso cada in un luogo
anomalo, non pensato nel libretto come
aria, è il valore aggiunto abbastanza irresistibile di questo brano. E
la sua rilevanza anche drammaturgica è accresciuta
dalla decisione belliniana di anticiparlo –
tematizzandolo, dunque – nel preludio
strumentale. D’altra parte, i richiami tematici interni sono numerosi in
Beatrice di Tenda come nel primo atto di Norma.
Leopardianamente, ma anche bellinianamente, «la rimembranza è essenziale e
principale nel sentimento poetico»…
Emilio Sala
(1)
Testo tratto dal programma di sala della Fondazione Teatro Alla Scala;
Milano, Teatro degli Arcimboldi, 21 marzo 2004
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Ultimo aggiornamento 26 luglio 2025