La sonnambula

Melodramma in due atti

Musica: Vincenzo Bellini (1801 - 1803)
Libretto: Felice Romani, dal balletto di J.-P. Aumer e E. Scribe

Ruoli: Organico: 2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, 4 corni, 2 trombe, 3 tromboni, basso tuba, timpani, triangolo, grancassa, archi
Sulla scena: ottavino, clarinetto piccolo, 4 clarinetti, 2 fagotti, 4 tromboni, rullante, grancassa
Composizione: Milano, 11 gennaio - 5 marzo 1831
Prima rappresentazione: Milano, Teatro Carcano, 6 marzo 1831
Edizione: Antonio Fontana, Milano, 1831 (solo il libretto)
Sinossi

Atto primo.

Piazza d’un villaggio.
L’azione è ambientata in un villaggio alpino della Svizzera in un’epoca imprecisata. Da un lato l’osteria di Lisa, dall’altro il mulino di Teresa. Si festeggiano le nozze imminenti di Elvino, ricco possidente, con Amina, orfana adottata da Teresa (introduzione: «Viva Amina!»). Solo Lisa non ha pace: anche lei è innamorata di Elvino («Tutto è gioia»); rifiuta perciò l’amore che Alessio nutre nei suoi confronti. Tutti cantano una canzone in onore di Amina (stretta dell’introduzione: «In Elvezia non v’ha rosa»). Attendendo lo sposo, Amina risponde felice agli amici del villaggio (cavatina: «Come per me sereno»). Dopo il notaio, giunge finalmente Elvino che dà la fede ad Amina («Prendi: l’anel ti dono»). L’idillio è interrotto dall’arrivo di una carrozza con il conte Rodolfo. Figlio del defunto signore del villaggio, quest’ultimo torna dopo molti anni di assenza, ma non viene riconosciuto subito dai paesani («Vi ravviso, o luoghi ameni»). Vorrebbe continuare il suo viaggio verso il castello, ma tutti lo mettono in guardia: è l’imbrunire e nei paraggi si aggira un «tremendo fantasma» (coro: «A fosco cielo, a notte bruna»).Il conte, divertito da quella superstiziosa credulità, decide di prendere dimora nella locanda di Lisa, e rivolge i suoi complimenti alla giovane sposa, suscitando la gelosia di Elvino (duetto: «Son geloso del zefiro errante»).

Stanza nell’osteria.
Nella locanda il conte Rodolfo fa la corte a Lisa, che sembra ben disposta; sopraggiunge in quel mentre Amina, addormentata, biancovestita, che ripete il nome dello sposo e immagina estaticamente la festa di nozze prevista per l’indomani («Oh come lieto è il popolo»); quindi si corica sul divano. Lisa si nasconde e Rodolfo, che in un primo tempo vorrebbe approfittare della situazione, esce di scena turbato e commosso. Ma ecco che entra la folla dei paesani, venuti a rallegrarsi col conte, del quale hanno nel frattempo scoperto l’identità («Osservate. L’uscio è aperto»). Arriva anche Elvino sconvolto e incredulo («È menzogna»). Tutti in tal modo vedono Amina, addormentata, nella camera di Rodolfo. Svegliatasi, la giovane cerca di giustificarsi e protesta la propria innocenza, ma nessuno le crede (concertato: «D’un pensiero e d’un accento»). Elvino, furente, la ripudia (stretta: «Non più nozze»).

Atto secondo

Ombrosa valletta fra il villaggio e il castello.
I paesani, pentiti di avere inveito contro Amina, ma non convinti della sua innocenza, si recano dal conte per avere spiegazioni (coro: «Qui la selva è più folta ed ombrosa»).Intanto Amina,accompagnata da Teresa, incontra Elvino «solitario e pensoso». Egli vaga senza meta e si capisce che è ancora innamorato di Amina («Tutto è sciolto»). Torna il coro dei paesani che riferisce quanto ascoltato dalla bocca del conte: «ella è onesta». Ma Elvino non recede (cabaletta: «Ah! perché non posso odiarti»).

Villaggio. In fondo al teatro si scorge il mulino di Teresa: un torrente ne fa girare la ruota.
Presso il mulino di Teresa, Lisa, approfittando della situazione creatasi, sta per sposare Elvino, che ha accettato il matrimonio nonostante le reiterate assicurazioni del conte sull’innocenza di Amina. Il villaggio è di nuovo in festa («A rallegrarci con te veniamo»), ma Teresa accusa Lisa di aver commesso ciò che tutti rimproverano ad Amina, dichiarando di aver trovato il suo fazzoletto nella camera di Rodolfo; Elvino è ingelosito e incollerito: «Lisa mendace anch’essa!». D’improvviso sul cornicione del tetto di casa appare Amina, addormentata, confermando così quanto detto poco prima dal conte a proposito dei sonnambuli. La giovane orfana,sempre dormendo, canta il suo amore per Elvino e piange sul mazzetto di fiori ormai appassiti che lo sposo le aveva donato all’inizio dell’opera («Ah! non credea mirarti»). Quest’ultimo, ricreduto e pentito, la prende fra le sue braccia. Amina si sveglia, la festa ricomincia e si preparano finalmente le nozze.


Guida all'ascolto (nota 1)

Andata in scena per la prima volta il 6 marzo 1831 al Teatro Carcano di Milano, La sonnambula di Vincenzo Bellini nacque in circostanze eccezionali e davvero irripetibili. Un nuovo pool imprenditoriale milanese, senza badare a spese, programmò una stagione stellare: la compagnia prevedeva due “divini” del calibro di Giuditta Pasta (soprano) e Giovan Battista Rubini (tenore); tra i titoli proposti, si contavano ben due opere nuove da commissionarsi agli astri emergenti del melodramma italiano: Donizetti e Bellini. Felice Romani, il più celebrato librettista del tempo, avrebbe fornito un testo a entrambi. Naturalmente, l’operazione per certi versi sfruttava e per altri eccitava la rivalità dei due compositori. Fu così che Donizetti, per primo, presentò (26 dicembre 1830) l’Anna Bolena: Bellini rispose due mesi dopo con La sonnambula. In un primo tempo egli aveva con Felice Romani pensato a un Ernani (da Victor Hugo), ma poi abbandonò il progetto benché fosse già a uno stato avanzato di elaborazione. Forse per paura della censura. Forse per non misurarsi con Donizetti nello stesso genere, storico-tragico, dell’Anna Bolena. Ma va pure sottolineato che, anche se in una diversa cornice, con La sonnambula Bellini accetta la sfida e pone al centro della sua opera un tema che già Donizetti aveva trattato nell’Anna Bolena e che egli stesso aveva introdotto, sempre in chiave storico-tragica, nel Pirata (1827): quello dell’alterazione psichica del personaggio femminile. In questo senso, follia e sonnambulismo risultano perfettamente sinonimi.

Il soggetto venne tolto da un ballet-pantomime di Eugène Scribe, La somnambule ou l’arrivée d’un nouveau seigneur, e una traccia/sopravvivenza di questo ascendente mimico-pantomimico si ha nell’ultima scena, forse la scena-clou dell’opera, quando «vedesi Amina uscire da una finestra del mulino: ella passeggia, dormendo, sull’orlo del tetto: sotto di lei la ruota del mulino, che gira velocemente, minaccia di frangerla se pone il piede in fallo». La pantomima raggiunge poi il suo culmine con l’esclamazione di spavento del coro, seguita da una lunga pausa, nel momento stesso in cui «si spezza la trave sotto il piede di Amina». Questo per dire che La sonnambula non è solo melodia astratta, priva di dramma, secondo un’immagine quasi mitica che vuole fare di Bellini l’emblema stesso della commozione lirico-sentimentale; un lirismo che fece piangere tra gli altri Chopin ma che non esaurisce il senso complessivo della drammaturgia musicale belliniana. Sotto l’apparenza arcadico-pastorale, a tratti un po’ stucchevole, vive un vero dramma: quello dell’interiorità sognatrice di Amina che l’ottusità dei compaesani e la superficialità emotiva di Elvino rischiano di cancellare o di relegare/censurare nella dimensione “parallela” dell’alterazione psichica. Nella sonorizzazione del disagio interiore di Amina, Bellini si rivela un compositore d’opera di grandissimo spessore drammatico.

La sonnambula ottenne, come si sa, uno strepitoso successo internazionale (ancora prima di essere ripresa, l’anno seguente, a Firenze, essa fu rappresentata a Parigi e a Londra). Come scrisse il recensore dell’Eco: «il trasformare la maestà di Semiramide e la sensibilità profonda dell’Anna Bolena nelle semplici ed ingenue grazie d’una giovane contadinella, in modo sì mirabile, era impresa riserbata a Madama Pasta». La sonnambula celebrò dunque il trionfo della “divina” Giuditta Pasta, per la quale Bellini avrebbe composto l’anno dopo, sempre a Milano, questa volta per il Teatro alla Scala, il ruolo di Norma.

Emilio Sala


(1) Testo tratto dal programma di sala della Fondazione Teatro Alla Scala;
Milano, Teatro alla Scala, 14 gennaio 2001


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Ultimo aggiornamento 13 ottobre 2025