La sinfonia Israel è la prima delle due parti di una vasta composizione che doveva essere intitolata Feste ebraiche: ma sta benissimo a sé, tanto più che la seconda parte non fu mai scritta.
Il termine «sinfonia» non deve, naturalmente, far pensare alla forma classica. Si tratta di una composizione piuttosto ampia composta di una introduzione e di due episodi, collegati senza interruzione. L'introduzione evoca, si direbbe, una preghiera nel deserto, interrotta a metà da richiami barbarici, da rauchi squilli di fantastici ottoni, da grida convulse, da invocazioni disperate: poi a poco a poco tutto si calma, si placa, si spegne nel silenzio. Segue senza interruzione il primo episodio (Allegro agitato) ispirato alla festa del Yom Kippur; il gran digiuno. Risuonano accenti d'angoscia e di disperazione; succede una calma dalla quale si leva come il mormorio di una preghiera che iniziata come un mormorio si innalza, si esalta ad una intensità quasi di fanatismo; poi anche questa si placa in un silenzio misterioso dal quale si levano sommessi richiami, appelli. Ancora come un'onda di disperazione, di angoscia, poi tutto si spegne. Un breve periodo di transizione conduce al secondo episodio, ispirato alla festa di Succoth, la festa dell'autunno come si compiva or son millenni in Palestina. Sul tessuto strumentale si innestano voci discrete ed espressive in un mormorio sognante. Una implorazione ardente echeggia ancora: poi canti pastorali, atmosfera d'un vespero d'Oriente: le voci si allontanano, si perdono nella notte imminente — ed è in queste ultime pagine che la musica offre veramente l'immagine della pace e della serenità alle quali aspira ogni anima credente.
Ecco le parole di preghiera che cantano le voci interne:
Domenico de Paoli