I. - Danza. — Notte. Intorno a fuochi multicolori le primitive tribù s'accosciano. Dei musici preludiano. Una donna seminuda tenta un passo di danza, tra bagliori violetti. Repente sosta, incerta, come ascoltando una voce interna: esita, silenziosa, poi comincia la danza, languida e misteriosa, a un tempo, poi cupa, violenta e lasciva, quasi compiendo un rito.
Ha ella intuito le sorgenti profonde della vita? Tenta di rivelarle nei gesti? Ognora più turbata, la danzatrice sembra lottare contro il demone occulto, poi vi si abbandona, con appassionato ardore, se ne lascia prendere e alfine, ebbra, sommersa, si abbatte esanime al suolo; le compagne le si accostano, tentano rianimarla ... La danza riprende; quasi un culto d'Astarté e di Baal, cui la folla, ebbra a sua volta, si mischia, ora, frenetica.
II. - Rito. — Una teoria di sacerdoti avanza, calma e serena, lentamente evolvendo in lunga melopea. Si accostano all'altare del sacrificio: le trombe ieratiche danno l'annuncio, misteriose dapprima, poi ardenti, fanatiche. Un atto solenne sta per compiersi e Jehovah s'appressa, maestoso e selvaggio. Repente, in un rombo di tuono, una colonna di fuoco incendia l'altare. La folla atterritasi prosterna, velati i volti e gli sguardi, dinanzi alla presenza augusta, terribile, arcana. Poi ritorna la calma: una dolcissima melopea estatica si mischia con le spire azzurrine del fumo, che sale dal sacrificio accettato. Un profondo mistero si diffonde.
I sacerdoti riprendono le loro evoluzioni. Ma, dopo la comunione con Dio, l'anima umana è purificata e nobilitata. Penetrata dall'amore divino, una calma infinita e una pace soave l'impregnano, e la sua fede profonda leva il canto della gratitudine.
III. - Corteo funebre. — Il Poema della morte:
1) Una processione fredda, gelida, dolente. Accenti, sinistri, implacabili. La disperata resistenza dell'Uomo dinanzi all'idea della morte. Terrificanti richiami dei tromboni: è la morte che reclama la preda a lei dovuta. L'Uomo tenta strapparsi al suo crudele destino, ma vani sono il suo dolore e i suoi lamenti. I richiami irrevocabili gii gridano:
«È necessario».
2) Un canto mistico si leva, un balsamo, una consolazione: desiderio dì rassegnarsi, forse, ma il dolore rimane, latente; volontà di credere e di sperare, ma il cuore resta greve, colmo di lacrime.
E l'angoscia .che lotta, a poco a poco vince e invade tutto, disperata, straziante.
Ancora scoppiano, implacabili e feroci, i richiami della Morte. Un estremo gesto di supplica. L'orrore di contemplare la realtà. Il dolore solo regna, atroce, illimitato, di veder sparire per sempre coloro che abbiamo amati. «Mai più ... Mai più ...». .
I corpi sono portati via. Ogni vestigio terreno si cancella. E l'Uomo resta solo, smarrito, cupo. Geme, poi, s'abbatte al suolo, vinto dal dolore, inerte, annientato.
Allora un dolcissimo canto si leva, in calma di mistica serenità, oltre ogni umana pena. È una speranza? Un conforto? Non parla di un'altra vita, e pure non la nega. Dice forse che nulla dei nostri tentativi, delle nostre lotte, nulla è perduto. Il sorriso, la bontà, la tenerezza dei nostri morti persistono: essi rimangono sempre con noi; sembrano ancora chinarsi verso noi, ne sentiamo quasi lo sguardo, il calore delle loro mani che non sono più ...
Di lungi, si ode il ritmo della danza — come se la vita ricominciasse, continuasse — velata ancora, — appena possibile. E si ode anche, remoto, il motivo della mistica processione.
Ora è l'accettazione. L'Uomo non lotta più, non soffre più: si rassegna. E il corteo, divenuto incorporeo, non appare più ostile nè crudele. È la legge.
Ed è, anche la Pace, che scende in noi.
Ernest Bloch