Salutata — e forse anche sopravvalutata — al suo apparire come un fenomeno di originalità per il tratto effettivamente personale riscontrabile negli aspetti più tangibili dela sua inventiva musicale, ma avviatasi poi lungo un processo di riduzione che, sul piano storico, rivelava di volta in volta un sostanziale isolamento nei confronti delle grandi correnti di rinnovamento linguistico del Novecento, la figura di Bloch resta nelle coscienza musicale dei nostri tempi come quella del primo musicista «nazionale» ebraico, condizione testimoniata dalla stessa evidenza di titoli come Trois poèmes juifs, Salmo XXII, Schelomo. Accanto ai quali, tuttavia, vanno anche collocati lavori in cui Bloch manifestò un rinnovato interesse per forme storicamente consacrate dalla tradizione classica; lavori che si cominciano a contare dagli anni successivi al trasferimento in America del musicista ginevrino, che hanno indotto a ravvisare anche in Bloch una seppur parziale adesione al fenomeno del Neoclassicismo» così diffuso in quella fase dell'esperienza musicale del nostro secolo, e il più rappresentativo dei quali è il celebre Concerto grosso.
Il Quintetto per pianoforte e archi, che ebbe la sua prima esecuzione a New York nel novembre 1923, precede di due anni il Concerto grosso, e ne costituisce per molti aspetti una sorta di studio preliminare. Si direbbe che Bloch abbia voluto collaudare nell'ambito ristretto di questa formazione cameristica alcuni temi di ricerca timbrica e di articolazione di rapporti dialettici che saranno sviluppati nell'organico strumentale del lavoro successivo (il Concerto grosso è infatti per orchestra d'archi con pianoforte obbligato).
Rispetto a quest'ultimo, però, il Quintetto pone in maggiore evidenza quale sia il reale terreno in cui Bloch affonda le proprie radici: quello di un tardo-romanticismo ancora vibrante di tutte le sue suggestioni emotive. C'è in quest'opera, nella concitazione del gesto melodico teso fino al punto di rottura, nello spessore e in certe improvvise increspature del tessuto dinamico, nell'inquietudine continua e talvolta aspra, violenta degli andamenti ritmici, il chiaro segno di una febbrile ansia espressiva, che si apre a toni ora di cupa ossessività, ora di ristagnante desolazione, di energica affermazione o di doloroso raccoglimento. E' solo sulla base e in funzione di tali caratteristiche della propria sensibilità che Bloch non manca qui di adottare alcune delle formule tecniche più diffuse tra le tendenze musicali di quegli anni: l'uso dei quarti di tono, sia al di sopra che al di sotto della nota data; i particolari fenomeni ed artifici timbrici suscitati negli archi, mediante l'impiego della sordina, dei suoni armonici, delle note sul ponticello; e, soprattutto, l'uso di un linguaggio armonico che — comunque evitando gli sbocchi concreti di soluzioni radicali — risulta carico di aspre densità, di instabilità e di sospensioni, di accostamenti bruscamente dissonanti, di dure e lancinanti ambiguità (come nel frequente ricorso ad accordi privati della terza).
Il Quintetto fornisce anche la testimonianza di quel solido e vigoroso senso della forma che è elemento tra i più caratteristici della musicalità blochiana. La stabile compattezza dell'insieme e il saldo equilibrio della costruzione sono sempre garantiti, pur in una concezione strutturale che oscilla costantemente tra la forma più liberamente rapsodica, il gioco di intarsio dei ritorno ciclici, e una sorta di procedimento di autorigenerazione, di «evoluzione» dei temi, simile a quello che già Bartók aveva messo a punto nello stesso periodo.
In effetti, l'intero materiale tematico del brano è praticamente individuabile fin dalle primissime battute dell'iniziale Agitato, che si apre con l'insistita e nervosa figura ritmica degli archi su cui il pianoforte tratteggia i frammenti di un rapido e incalzante disegno melodico. Tali nuclei tematici vengono sottoposti lungo l'arco dei tre movimenti a varie forme di elaborazione — imitazione, inversione, espansione intervallare — talvolta utilizzati in funzione di un preciso contrasto dialettico, ma più spesso (senza che siano isolati in veri e propri procedimenti di sviluppo) semplicemente accostati, giustapposti l'uno all'altro, e talvolta anche sovrapposti.
Quest'ultima circostanza è particolarmente ravvisabile nel secondo movimento, dove fra l'altro il tema principale del precedente Agitato, che lì si articolava nello spazio intervallare di una settima maggiore, si distende qui nella più ampia divaricazione di un'ottava. Nel corso di questo Andante mistico, dall'iniziale pedale a note ribattute del pianoforte all'episodio intermedio segnato da una più acuta e più profonda tensione elegiaca, la ricerca di particolari atmosfere timbriche (mediante i già ricordati artifici nell'utilizzazione degli archi) giunge al massimo grado di estensione e di sistematicità.
Un carattere parzialmente diverso rispetto ai due che lo precedono possiede il conclusivo e vasto Allegro energico, per il poderoso, «barbarico» vitalismo ritmico che — seppur interrotto da una sezione centrale di fervida distensione melodica — lo anima e lo conduce a una marcata intensificazione degli spessori sonori e dei rapporti contrappuntistici. Ma soprattutto perché qui Bloch sembra voler condurre il brano, nelle battute finali, ad una stabilizzazione armonica suggellatrice, quasi a concedersi la certezza di una liberatoria catarsi espressiva. Ciò avviene in seguito ad una complessa preparazione, che, dopo una lunga cadenza sulla dominante; vede il pianoforte e gli archi insidiarsi reciprocamente le rispettive e separate acquisizioni del do. Finché l'accordo finale — un luminoso do maggiore — non diviene l'estenuata conquista armonica dell'intera formazione strumentale.
Gian Piero Francia