Personalità di rilievo nel panorama della musica novecentesca, Bloch ha svolto la sua attività di compositore, di direttore d'orchestra e di insegnante in parte in Svizzera, poi a Parigi e infine negli Stati Uniti, dove si trasferì nel 1916, assumendo funzioni direttive negli istituti musicali di Cleveland e di San Francisco e naturalizzandosi americano, con la scelta a propria dimora della cittadina di Agate Beach, sulle rive del Pacifico. Spirito vivace e inquieto, aperto alle più diverse sollecitazioni culturali e musicali del nostro secolo, Bloch è considerato uno dei rappresentanti più autorevoli e significativi della musica ebraica, per aver saputo esprimere i grandi temi della religione e del pensiero israelita, anche se la sua produzione si colloca al di fuori di ogni scuola e risente degli influssi debussyani, musorgskiani e di quel gusto per un certo arcaismo linguistico, tipico di certe esperienze spirituali del Novecento. Egli stesso, quasi a riassumere il suo credo artistico, disse esplicitamente: «La mia opera è la sintesi della mia vita agitata, tragica, tormentata, la sintesi di tutte le aspirazioni della mia Weltanschauung, cioè della mia visione del mondo e delle forze che in esso si scatenano... Confesso, molto semplicemente, di non essermi mai preoccupato di essere originale o "moderno" in nessuna delle mie opere. La teoria, come la novità, passa tanto in fretta. E cosa rimane? In compenso il mio solo desiderio e il mio unico scopo sono stati quelli di essere fedele al vero. L'arte per me è un'espressione di vita e non un gioco di puzzle o una realizzazione a freddo di teorie applicate matematicamente in laboratorio. Solo la Natura salverà l'uomo. Quando egli avrà perduto il culto feticista delle macchine, del lusso inutile e insulso, del cosiddetto progresso che lo schiaccia e lo divora, si girerà di nuovo verso la Terra, ritroverà l'armonia perduta, la sua santità... ritornerà uomo normale». Non c'è dubbio che in tutte le composizioni di Bloch, o per lo meno in quelle che oggi sono riproposte con una frequenza minore rispetto al passato, sia presente la spiritualità ebraica come, ad esempio, nella sinfonia Israël con due soprani, due contralti e basso, nella Suite Hébraïque per viola e orchestra, nei brani sinfonici Trois poèmes juifs, nella sua unica e poderosa opera Macbeth, il cui linguaggio volutamente asciutto e spoglio si richiama alle antiche melodie del popolo d'Israele, per evidenziare meglio il tono dolente e lugubre della tragedia non necessariamente uniformata sul calco scespiriano. Anche nella rapsodia per violoncello e orchestra Schelomo, scritta nel 1915, Bloch, definito non a caso il patriarca musicale dell'Antico Testamento, non sfugge a questa regola. La composizione era stata pensata inizialmente per canto e orchestra sulle parole dell'Ecclesiaste: "Vanità, vanità, tutto è vanità", inserite nel libro di re Salomone, Schelomo in ebraico, da cui il titolo del pezzo di Bloch. Soltanto dopo aver ascoltato il violoncellista Alexandre Barjansky, al quale è dedicata la partitura, il musicista decise di strutturare il lavoro nella forma in cui è conosciuto oggi, con il violoncello inteso come espressione della voce di Salomone e l'orchestra nel ruolo di commento del popolo ebraico. In Schelomo non c'è nulla di programmatico e descrittivo, in quanto le immagini musicali si susseguono liberamente e secondo uno svolgimento, appunto, rapsodico con calde melopee solistiche immerse in un discorso orchestrale ora ardentemente lirico e ora pensosamente serio, immerso in una profonda malinconia, a tratti anche disperata e senza uno spiraglio di luce. Del resto Bloch, alla vigilia della "prima" newyorkese di Schelomo, avvenuta nel 1916, così rispose a chi gli chiese notizie sulle caratteristiche del suo componimento: «Ciò che mi interessa è il contenuto dello spirito degli Ebrei, la vita complessa, ardente, agitata che vibra per me nella Bibbia; il vigore e il candore dei Patriarchi; la violenza d'espressione dei libri dei Profeti; l'amore innato per la giustizia; la disperazione dei predicatori di Gerusalemme; la grandiosità del libro di Giobbe; la sensualità del Cantico dei Cantici. E tutto questo che io desidero interpretare con la mia musica, tutto ciò che giace nel più profondo di noi stessi». Quello che colpisce di più in Schelomo è il canto vibrante e intenso del violoncello, che sembra intrecciare un dialogo doloroso e appassionato al tempo stesso con l'orchestra dai colori vivaci e sontuosi sul tema della vanità delle aspirazioni umane. Alla fine tutto si conclude mestamente in una successione di accordi gravi dello strumento solista.